TUDHALYA II IL RE HITTITA FIGLIO DEI FIORI

Andiamo a conoscere un Re Ittita che con un nome così non può che attirare la nostra fantasia e i nostri sorrisi.

Aldilà delle notizie ufficiali ce lo immaginiamo come un personaggio estroverso poco tradizionale e un po’ Hippy tipo figlio dei fiori magari dedito anche a farsi delle robuste dosi di erba, considerando poi che per diventare Re avrà avuto una posizione sociale di rilievo, noi ce lo immaginiamo come floricoltore, vivaista e grande esportatore di dalie nel mondo.

Divenuto Re in un epoca dove si è trovato in una situazione di accerchiamento, da un lato l’alleanza tra Mitanni ed Egitto, seguiti poi da altri popoli attigui, dall’altra tribù barbare che saccheggiavano i villaggi del nord.

Persino la capitale Hattusa venne saccheggiata e occupata ma nel solco della loro tradizione questo popolo ottuso si fece sottomettere senza reagire.

Insomma ce l’avevano tutti con questo popolo di pescivendoli e in parte l’astio era dovuto proprio al puzzo di pesce che questo popolo inondava.

Egli non aveva idea di come uscirne, sopraffatto dalla depressione, dal fumo e dalle conseguenti astinenze non aveva neppure delle figlie da dare in pasto al faraone sessuofago, al massimo poteva regalare fiori ai propri nemici ma questi nobili intenti pacifisti non erano molto di moda a quel tempo.

Meno male, per loro, che questo Re aveva un figlio Shupiluliuma, poi divenuto Re, che in qualità di grande generale d’armata, con sfoggio di enormi alitosi pesticide riuscì a indebolire i barbari e a rinfrancare il suo esercito.

SHUTTARNA II IL FRIVOLO RE DEL MITANNI

Il regno del Mitanni, già trattato dal nostro senso spiritoso nel recente passato, era caratterizzato da mitomani ed eccentrici personaggi, a ciò non si sottraevano i regnanti che dovevano impersonificare il proprio popolo ma anche distinguersi dalla massa per farsi notare ed avere anche un certo ascendente verso i popoli vicini.

I rapporti con gli Ittiti erano assai tesi e pertanto occorreva avere alleati potenti e affidabili per tenere testa ai guerrafondai del vicinato ma, visto le caratteristiche degli Ittiti, occorreva avere una grande forza di resistenza al loro micidiale olezzo.

Shuttarna II fu un Re che racchiudeva tutte queste “doti” e andava anche oltre le aspettative normali e passerà per un grande Re che fece brillare in quel tempo il proprio regno.

Detto anche “sottana” per via del suo abbigliamento intimo equivoco, del vezzo di profumarsi oltre ogni attesa tanto che era il suo profumo che lo precedeva e lo annunciava ben prima di vederlo fisicamente.

Il suo abbigliamento equivoco fu inteso come modalità reale di distinzione e marchio di fabbrica per una catena di gadget e vestiario che ebbe grande mercato nel regno.

Purtroppo queste caratteristiche non favorivano i rapporti diplomatici normali e l’imbarazzo dei reami confinanti era palpabile, tranne il faraone D’Egitto che tutto sommato aveva caratteristiche molto assimilabili.

Contro i rudi e guerrieri Re Ittiti, invece fece una pessima figura, in particolare, poi, al cospetto del Re assiro Ashur-uballit I che lo rimbambì di balle, ovvero bugie, specialità della casa, tanto da concedergli l’autonomia senza neppure una contropartita.

La frivola caratteristica di questo Re la si evince anche dalle famose lettere di Amarna, un cumulo di gossip e pettegolezzi unico nel suo genere, nelle quali si viene a sapere che diede una figlia in sposa al faraone d’Egitto.

Non si sa se fu un gesto dimostrativo della sua virilità, evidentemente aveva necessità di certi gesti, oppure una ennesima prova di frivolezza, in ogni caso era già una cosa importante poter dire di avere una figlia.

La figlia di nome Kilu-hepa sembra fosse un pessimo esempio di obesità che per altro si addiceva perfettamente all’obeso faraone Amenhotep III che se la prese come sposa … tanto una più o una meno per lui non era importante, mentre invece per Shuttarna era importantissimo poter annoverare un potente legame familiare con i faraoni D’Egitto.

Aldilà delle vicissitudini narrate, occorre dire che sotto il suo regno, il Mitanni, raggiunse il massimo splendore e questo potrebbe essere una diretta conseguenza del suo eccentrico comportamento che attraeva turisti e genti di dubbia serietà.

IL RITORNO DEGLI ASSIRI

Nel 1365 a.C. finalmente il regno di Assiria, finora e da tanto tempo sottomesso, si rende indipendente dal regno di Mitanni e ciò non avvenne attraverso cruenti scontri insurrezionali ma avvenne grazie alle innumerevoli “balle” ovvero bugie raccontate dal suo Re Ashur che per questo fu soprannominato Uballit.

Come nel nostro consueto spirito la stiamo raccontando con un po’ di sana ironia ma del resto non appena ho letto il nome di questo Re non ho saputo resistere.

Con questi presupposti e facendo perno sul suo esercito tradizionale di falegnami armati dai mitici assi di varie misure e soprattutto chiodati, gli Assiri iniziano la loro avventura nella storia come elemento autonomo e… bugiardo.  

Ashur-uballit I

Facciamo quindi conoscenza con il mitico Re degli Assiri ricordato per le sue altrettanto mitiche “balle” (intese come bugie) che sfiancarono i Mitanni spossati dalle continue ed esasperanti bugiarde ed inverosimili lamentele che pur di liberarsi di questo fardello lasciarono che gli Assiri se ne andassero da soli per il loro destino.

Nelle famose lettere di Amarna, massimo esempio di giornalismo gossip dell’epoca, questo personaggio viene spesso citato come protagonista, sia quando si occupa degli affari altrui, vedi le intromissioni in Babilonia, sia quando si tratta di piazzare le figlie con nozze d’affari.

Durante un epocale scontro con il Re di Mitanni, Shuttarna II, meglio conosciuto come “sottana” per via del suo abbigliamento intimo equivoco, il Re Assiro diede sfoggio alla sua qualità migliore: le bugie.

Se pensiamo che l’indipendenza di un popolo è dovuta alle “balle” (bugie) raccontate dal suo condottiero, possiamo immaginare quale illustre scenario questo popolo poteva attendersi.

Eppure saremmo poco gentili e ingiusti se non sottolineassimo la grande tradizione Assira soprattutto militare che li rese temuti e orgogliosi, salutando con piacere il ritorno sul palcoscenico storico di questo popolo nonostante la poco onorevole ironia sui nomi dei loro Re.

AMENHOTEP III IL FARAONE “MAMMONE”

Figlio di Thutmose IV e di una concubina che si diede molto da fare a sbaragliare le altre donne che stavano intorno al faraone, salì al trono che era ancora bambino e siccome, come ovvio per l’età, egli pensava fosse tutto un gioco, per evitare disastri nella conduzione del regno, si preferì affiancarlo alla madre e ad un comitato di tate.

Fu abbastanza sfortunato perché quando ancora era bambino gli combinarono le prime nozze con una certa Tyi, figlia di un nobile potente dell’esercito di nome Yuya che fra l’altro aveva un’altra figlia di nome Myi.

Il bambino faraone, pur non essendo certamente un modello di bellezza, dovette accettare quello che passava il convento e la figlia del nobile non era certo il meglio che gli poteva capitare.

Il grande affare lo fece il nobile Yuya a piazzare una figlia di siffatta specie.

Non deve scandalizzare, visti questi precedenti, se questo faraone passò alla storia con il nome di Mammone (dal greco Mnemone).

Avendo avuto in tenera età una sposa, egli si diede molto da fare ed ebbe almeno sei figli da Tyi e una quantità non definita da altre mogli secondarie.

Una delle principali fonti di informazioni sugli avvenimenti del regno di Amenhotep III sono le “lettere di Amarna”, una raccolta di gossip del tempo, che contengono pettegolezzi succosi e intriganti della corte nonché tutti gli intrallazzi amorosi fra i rampolli delle case reali del tempo.

Nella corrispondenza tra l’Egitto e numerosi stati dell’area mediorientale si scoprono matrimoni vari, voluti o subiti e comunque organizzati dal faraone.

Fra l’altro si hanno notizie di unioni passionali con: Gilu-Kheba figlia di Shuttarna II Re di Mitanni e con Tadu-Kheba figlia di Tushratta anch’egli Re di Mitanni e con una sorella e una figlia di Kadashman Elil sovrano di Babilonia, insomma un vero rubafemmine insaziabile e pericoloso per tutte le corti dell’antichità.

Naturalmente tutti questi rapporti sono finiti in matrimoni riparatori.

Amenhotep III morì nel 39º anno di regno non a causa della sua obesità, di cui era ben noto, ma di un forte mal di denti e di lui rimangono solamente due statue, I colossi di Memnnone a cui è legata una curiosa notizia riportata da molti storici greci: ogni giorno, all’alba, una delle due statue cantava quando veniva colpita dal primo sole, disturbando alquanto la popolazione vicina e sottraendo al gallo reale la nobile dote del canto all’alba. Questo curioso avvenimento era diventato anche una attrattiva turistica nell’antichità, tanto che anche alcuni imperatori romani vennero in seguito a ad udirlo. Il canto scomparve dopo i restauri alla statua ordinati da Settimio Severo che probabilmente incisero sulle corde vocali delle statue.

THUTMOSE IV E LA STELE DEL SOGNO

Potrà sembrare poco originale ma questo faraone è diventato tale senza averne diritto, una condizione che si è spesso ripetuta nella storia ma le modalità con cui si è seduto sul trono d’Egitto sono da considerarsi uniche.

Egli era figlio illegittimo del faraone Amenhotep II (la madre non era la regina ma una concubina del faraone) ciò nonostante godeva dei privilegi della famiglia reale, in fondo aveva anche sangue del faraone nelle sue vene, viveva a Menfi, lontano dalla intellighenzia Egiziana che stava a Tebe con tutti i ricconi del tempo.

Egli dovette escogitare un trucco per poter diventare faraone alla morte del padre, un trucco che solo un popolo di polli poteva credere.

Thutmose amava andare a caccia in solitaria nei pressi della Sfinge, un tempio che aveva bisogno di manutenzione perchè fra una tempesta di sabbia e l’altra risultava mezza sommersa.

Un giorno, anzi a mezzogiorno, con il sole a picco, il nostro Thutmose si è addormentato ai piedi della Sfinge… sarà stato un colpo di sole oppure l’effetto ipnotico della Sfinge ma il nostro Thutmose era convinto che di aver chiacchierato niente meno che con il Dio Ra e che lui gli aveva promesso che sarebbe diventato faraone se avesse liberato la Sfinge dalla sabbia che la avvolgeva.

A suggellare questo avvenimento fece scolpire “la stele del sogno” ritrovata fra le zampe della sfinge ma quel che è davvero strano è che tutto il popolo gli credette e così alla morte del padre divenne faraone, ovviamente non prima di aver tolto tutta la sabbia dalla sfinge … a mani nude, impresa che lo impegnò per diversi mesi.

Ebbe due grandi spose ma anche il culto di un harem ben fornito e a lui si deve la soluzione pacifica con i Mitanni, proprio grazie al fatto che il re Mitanno Artatama concedette sua figlia in cambio del trattato di pace.

Non è del tutto chiaro se fu il faraone a mettere gli occhi sulla figlia di Artatama e costui pur di fare pace con il potente nemico gliela concesse oppure se fu Artatama a metterla sul piazzo della contropartita per un trattato di pace, non avendo molto altro da offrire.

Ad ogni modo l’affare andò in porto e con questo gesto si aprì una stagione di matrimoni di interesse assai devastante perchè le alleanze potevano dipendere da chi più aveva figlie da offrire.

Una pratica non certo sublime per farsi ricordare dai posteri ma dobbiamo, invece essere grati a questo faraone se la sfinge non è stata sommersa dalla sabbia perché egli la liberò e costruì un muro di cinta per proteggerla.

AMENHOTEP II IL FARAONE ATLETA

Figlio di Thutmose III e della sposa reale minore, se non fosse morto prematuramente il figlio primogenito del padre, avuto dalla grande sposa reale, egli non sarebbe mai stato faraone e questo ebbe notevole importanza psicologica per il suo popolo che lo guardava in modo sospetto e misurava la sua credibilità con una certa prevenzione.

Nacque a Menphi dove risiedette a lungo ricoprendo l’incarico di sovraintendente all’importazione del legname per i cantieri navali di Peru-Nefer. Questo incarico, apparentemente umile, gli ha permesso di evitare la vita invidiosa e insidiosa alla corte del padre.

In questo periodo di libertà dagli obblighi di corte il ragazzo si diede alla pratica sportiva anche agonistica divenendo un atleta molto apprezzato e anche protagonista di performance atletiche di successo.

questa fama di atleta fu molto utile alla sua carriera di faraone perchè prima di diventarlo era già apprezzato come sportivo ma soprattutto il popolo apprezzerà le sue doti applicate alla guerra.

Del resto la deriva imperialista e dittatoriale dei faraoni si conferma con l’avvento di costui che aggiunge al suo nome l’appellativo “Horo d’oro”. Ciò non è uno scioglilingua e neppure un ritornello di una canzonetta da spiaggia ma significa “sottomettere i popoli con la forza”, evidentemente nella storia dell’uomo questa pratica filosofica ha carattere pandemico.

Una nuova topica descrive, fra l’altro, le qualità fisiche del faraone: appassionato di cavalli, che addestrava personalmente e ai quali faceva compiere con maestria ogni sorta di evoluzioni, denotando una sorta di progenitura da circense; egli, inoltre, governava una nave con la massima abilità grazie all’uso esperto dei remi (!!!) e le sue frecce trapassavano spesse placche di rame (ma dai come si fa a credere a ‘ste cose!). Dietro l’evidente retorica di tali proclami si manifesta una mentalità particolare: la maggior parte degli alti dignitari del suo regno furono scelti non tra i rampolli di stirpi potenti, ma tra i compagni di giovinezza o di combattimento, i quali non potevano che raccontare improbabili prodezze del loro illustre compagno e soprattutto benefattore.

L’atleta che era in Lui si dimostrò utile quando alla morte del padre, che va ricordato era un caratterino dispotico e tirannico, dovette fronteggiare le numerose rivolte nei possedimenti asiatici innescate dalla scommessa che il novo faraone non fosse come il padre ma un po’ giocherellone.

Invece egli corse immediatamente contro i rivoltosi e li mise a tacere, con le buone, alcuni, con le cattive altri e se ne tornò a casa portandosi con sè ben sette princìpi prigionieri e un bottino d’oro che riversò nelle casse del tempio di Amon addomesticando i potenti sacerdoti del tempio e assicurandosi il loro appoggio.

Ma come spesso accade, per farsi accettare occorreva farsi temere e per far ciò occorreva espletare gesta violente, unico modo per far tacere ogni tentennante suddito.

L’occasione fu data in occasione di una festa al tempio di Amon dove egli, in barba agli accordi, fece sacrificare in piazza sei dei princìpi prigionieri fracassandogli la testa con una mazza per poi appenderli a testa in giù sulla prua della sua nave.

Potete scommetterci che da quel momento il popolo lo adorò.

Vi domanderete che fine abbia fatto il settimo prigioniero, ebbene non venne graziato ma portato a sud in Nubia, dove era stata sedata una rivolta e anch’esso giustiziato e appeso al muro di cinta della città di Napata alfine che tutti potevano vedere di cosa fosse capace il nuovo faraone.

Da aitante atleta osannato dalle folle sportive a temuto faraone osannato per timore … so che molti si domanderanno cosa c’è da sorridere in questa storia e in effetti ci sono frangenti dove il brivido del sorriso lascia spazio al brivido della paura.

ANTICHI POPOLI IN DECLINO

La storia dell’uomo procede inevitabile lasciando sul terreno città e popoli che raggiungono il loro oblio attraverso un declino spesso silenzioso agli occhi dei posteri ma tragico per il loro vissuto.

Immergiamoci, per un momento, nel periodo attorno al 1400 a.C. per dare voce a quei popoli o città che si prestano a diventare storia o leggenda.

Nonostante il maremoto, l’eruzione devastatrice del vulcano, troviamo i cretesi ancora intenti a ricostruire i loro palazzi.

In prima battuta tutto questo sembra alquanto encomiabile da parte di un popolo fiero della propria terra ma, a guardar bene, vediamo in questa operazione un tratto uniforme della cocciutaggine dei popoli affacciati sull’egeo (vedesi le continue ricostruzioni di Troia), tratto encomiabile e normalmente virtuoso ma accompagnato da una mancanza di polso della protezione civile che avrebbe quantomeno impedito di ricostruire ancora nello stesso posto, piuttosto esposto alle catastrofi ambientali.

Come se ciò non bastasse, i Cretesi, appena risollevatosi dal disastro, si videro invadere dai popoli greci.

Allora capirono che era proprio finita perchè contro le calamità naturali ci si adatta ma contro gli Achei …

Anche il regno assiro non se la passa bene, nel 1435 a.C., viene saccheggiato dagli Hurriti di Mitanni che li sottomettono grazie alla loro enorme superiorità vocale (le urla degli Hurriti sono devastanti) e le pazze iniziative dei mitomani di Mitanni.

Tutto questo avveniva mentre a capo dei Cassiti di Babilonia c’era un certo Kurigalzu, imprenditore, di origine sarda, nel settore delle calze che vale la pena citare, se non altro, perché potrebbe essere il primo stilista della storia e, mentre a capo degli Ittiti c’era un certo Tudhalia, anch’egli imprenditore nel ramo della botanica (si dice che fosse il più grande produttore di Dalie dell’epoca), che dopo aver fatto abdicare il precedente Re Muwatalli (altro imprenditore stavolta nel campo dei metalli) accusandolo di aumentare le polveri sottili con le sue fabbriche, avendo anche messo da parte suo cognato e correggente, Arnuwanda, che dicono fosse anche suo figlio, qualcuno dice persino sua figlia… mah … di questi tempi e in quei luoghi nulla poteva essere certo e date le premesse il declino era assicurato.

L’evento più famoso del suo regno fu, comunque, la conquista del territorio di Assuwa. Assuwa è creduta essere l’origine dell’Asia, anche se c’erano molti territori all’epoca che Assuwa comprendeva, tra cui i territori di Taruisa e Wilusiya, che sono ora identificati in Troia, sebbene non ci siano prove evidenti per spiegare come due appellativi di regione si riferiscano ad un solo territorio.

Come tutte le cose narrate fin qui non si poteva che concludere questo primo assaggio della grande storia dell’umanità con un’ambiguità … e che nel futuro, se ci sarà, qualcuno ci protegga o abbia pietà di noi.

LA STRANA ALLEANZA DI “ASSUMA”

Schiacciati dalla litigiosità e dalle manie dei grandi attori di questo tempo, i popoli minori dell’area erano destinati ad avere la peggio e passare inosservati alla storia.

Alcuni di essi tentarono una reazione, unendosi in una confederazione detta di Assuma, nome che gli esperti citano come origine dell’asia (anche loro come fantasia non scherzano!) e composta da piccoli popoli e città della turchia occidentale che tentarono di opporsi agli Hittiti, peraltro senza molta fortuna.

Sospettiamo che il nome “Assuma” , traduzione semplificata del termine Assuwa, fosse dovuta al fatto che, nella vana ricerca di alleati, venivano assunti Principi e Re di piccole dimensioni di quei popoli bistrattati dalle potenze del momento.

Fra questi popoli citiamo quello dei Cari, che erano chiamati in questo modo perchè avevano dei modi assai gentili ed era anche un popolo che commerciava soprattutto merce di lusso, considerata dai vicini molto cara.

Fra i confederati vi era anche una città destinata a rimanere nella storia, Troia, anche in questo caso dalla parte dei perdenti, strano destino che si ripeterà spesso anche in seguito.

Tutto questo avveniva nell’area di pertinenza Hittita mentre contro il faraone tentò di resistere il regno di Kerma, situato in Nubia ed erede dell’antica civiltà nubiana che aveva tentato a lungo di avere buoni rapporti con il vicino pollaio dei faraoni, ma che con il faraone Thutmose III finì di esistere.

Si narra che in questo regno nacque l’arte militare e poi sportiva della s-kerma.

Possiamo immaginare come le truppe del faraone, con i suoi possenti carri da battaglia, ebbe facilmente la meglio contro i compassati e schierati schermidori nubiani.

Del resto questa disparità di potenza militare non era affatto isolata, infatti in quel tempo anche la città di Assur, capitale degli Assiri, viene saccheggiata dai Mitanni e ne diviene vassalla, del resto, anche in questo caso, è facile comprendere come la battaglia volse a favore dei Mitanni, visto che era noto il sistema di difesa degli Assiri, basato sulle assi, benché chiodate, come arma al posto della spada e della lancia.

Questo accadeva intorno al 1400 a.C. a quei popoli che ebbero la sfortuna di trovarsi come coetanei gli ingombranti Egizi e Hittiti come potenze locali mentre altri popoli, un po’ più fuori mano poterono spiegare le ali verso un futuro più roseo.

IL POPOLO DEI CASSITI

Mentre osserviamo le gesta mitiche e leggendarie del faraone di turno, Thutmose III, nella Babilonia regna, peraltro già da un po’ di tempo, un popolo considerato barbaro che sembra originario dei monti dell’Iran e sul quale vale la pena soffermarci per le sue interessanti caratteristiche somatiche.

Il popolo Cassita parla la stessa lingua in voga in quel territorio, l’Accadico, e ne assorbe tutte le virtù, gli usi e i costumi della popolazione autoctona, sembra non abbiano una loro peculiarità tranne l’introduzione di monumenti in pietra posti ai confini del loro regno, una sorta di barriera doganale e di avviso agli stranieri per chiarire e delimitare la loro giurisdizione sul territorio, cosa non frequente a quel tempo.

Tali monumenti erano chiamati Kuddur che, in mancanza di una traduzione di significato sostenibile, potrebbe significare “altolà”.

fin qui è la sintetica realtà di quanto sappiamo ma nel nostro spirito sorridente e libero, sarà per il nome che si presta o per la nostra inqualificabile fantasia, abbiamo immaginato altri tratti meno scientifici ma che ci consentono di sorriderci un po’ sopra.

Perciò possiamo aggiungere che tale popolazione passa alla storia con il nome di Cassiti, così denominati perché pare adorassero il dio Casso… rappresentato da un enorme pene stilizzato, segno di fertilità, ma anche di usi e costumi abbastanza libertini che segnarono nel tempo la concezione stessa della città di Babilonia come un enorme bordello (qui sta l’aggancio alla realtà biblica)

Somaticamente essi avevano effettivamente dei “bassifondi” importanti e ne avevano molta cura inserendo l’igiene intima fra le pratiche quotidiane che erano assai poco conosciute in questo periodo.

Era anche un popolo che non prestava molta attenzione agli altri vicini o agli avvenimenti che gli accadevano intorno, dando l’impressione di un popolo che non gli fregava nulla di niente e perciò nacque l’interlocuzione lessicale che, se a uno non frega niente, si dice che non gliene frega un casso.

Abbiate pazienza e concedeteci questa licenza narrativa poco convenzionale e decisamente poco storica ma l’ambiguità dettata dal nome di questo popolo era troppo irresistibile per passarci sopra in silenzio … in ogni caso la colpa è degli esperti che avrebbero potuto dargli un nome diverso!

LA BATTAGLIA DI MEGIDDO

Vale la pena soffermarsi nel racconto dettagliato della battaglia di Megiddo fra egiziani e ben 330 principi siriani che si coalizzarono per ribellarsi al faraone.

Nel 1484 a.C. circa, la città fortezza di Kadesh, situata tra siria e libano, era il centro della coalizione anti-egiziana ed avevano già formato un esercito di grande potenza.

Anche se la posizione geografica di Kadesh era sicuramente favorevole, il suo sovrano preferì riunire questo esercito confederato nella città di Megiddo.

L’esercito egiziano, che aveva saputo dai servizi segreti tale notizia, attraversò il deserto, giunto ad Aruna, il faraone dovette prendere una grave decisione riguardante la strada da percorrere con le sue armate, riunì così il consiglio di guerra.

I casi erano tre: le due vie laterali erano larghe e agevoli, la prima conduceva a Taanach e l’altra a Djefti, ma avrebbero allungato di molto la distanza, mentre vi era la possibilità di una strada centrale, talmente stretta che il carro d’oro del faraone ci sarebbe appena passato, e per di più, nel caso di un’imboscata, le truppe, non avrebbero avuto via di scampo. L’unico lato positivo era che, percorrendo la strettoia, si sarebbero accorciate notevolmente le distanze.

Il faraone, che era stanco di vagare nel deserto e non vedeva l’ora di tornare nel suo palazzo per farsi una bella doccia rinfrescante, optò proprio per quest’ultima soluzione, nonostante il disappunto dei suoi generali che, invece, erano per le cose semplici e comode.

Gli ufficiali dell’esercito Egizio cercarono in tutti i modi di dissuadere il faraone che, sfinito, prese questa decisione: non avrebbe costretto il suo esercito a seguirlo, coloro che avrebbero voluto sarebbero stati liberi di scegliere le altre due strade. L’esercito, compatto, decise di seguire il suo sovrano, perché in fondo tutti avevano voglia di tornare a casa velocemente e farsi una bella doccia.

La scelta di Thutmose III si rivelò la più sicura e veloce, i nemici, infatti, conoscendo bene i generali egiziani, si aspettavano un attacco dalle due strade laterali e pertanto spostarono le loro truppe in quella direzione.

Quando l’esercito si schierò per il combattimento: pur trovandosi di fronte forze immense, gli Egiziani riuscirono a mettere in fuga gli avversari che si rifugiarono nei propri accampamenti all’interno della città.

Anziché cogliere il momento favorevole, le truppe di Thutmose sostarono nel campo dei confederati, rimasto abbandonato, e si diedero a feste e balli.

Ma la battaglia era appena all’inizio; gli egiziani scavarono un fossato intorno alle mura, circondandolo con una palizzata: l’assedio durò tutta l’estate e l’inverno sino a dicembre quando Megiddo si arrese per fame. Furono fatti prigionieri cento principi ed alcune delle loro donne, fatto non da sottovalutare e, come nelle storie più classiche, solo il capo dell’insurrezione riuscì a fuggire.

Il faraone conquistò un ricco bottino ma non infierì contro i nemici catturati e la loro guarnigione, sfoggiando grande magnanimità: semplicemente li ammonì e gli disse: “brutti birbantelli non fatelo più, mi avete scomodato per farmi venir fin qui in mezzo al deserto per sculacciarvi ma adesso giurate di non farlo più” .

Figurarsi se non giurarono!

Allora il faraone ordinò di portare tutti i principi a Tebe, in gita, in modo che potessero trascorrere un lungo periodo di vita “all’egiziana”, in questo modo i suoi ospiti avevano l’opportunità di studiare alla scuola di corte e una volta terminati gli studi, avendo anche acquisito gli usi tebani ed imparato ad apprezzarne i costumi, potevano tornare nelle loro terre di origine.

Inutile dire che il faraone inventò la prima scuola di rieducazione e lavaggio del cervello di massa, molto più simile ai gulag di più recente memoria.