Il popolo Sherdana

Ci sono popoli antichi che la storia ci consegna con comode etichette: “agricoltori”, “commercianti”, “pastori”, “gente tranquilla”. E poi ci sono gli Sherdana, che invece sembrano usciti da un curriculum scritto da uno che non ha capito bene la domanda. Professione? Pirata. Anche mercenario. Ogni tanto guardia del corpo del faraone. Origine? Discussa da almeno un secolo e mezzo. Pronuncia del nome? Già lì partono le risse.

Per cominciare, mettiamo in chiaro una cosa: Sherdana, non Shardana. Sì, perché già il primo grande contributo di questo popolo alla storia è aver costretto generazioni di studiosi, appassionati e conferenzieri improvvisati a correggersi a vicenda. Il motivo è semplice e magnificamente tecnico: gli Egizi scrivevano ŠRDN, ma non segnavano le vocali. Quindi per un bel po’ qualcuno ha infilato una “a” e ha detto: “Facciamo Shardana, suona bene”. Peccato che poi i testi ugaritici abbiano fatto capolino dicendo, in sostanza: “Scusate, in realtà sarebbe più vicino a Sherdana”. E niente, già qui questo popolo si distingue: prima ancora di capire da dove venissero, bisogna capire come chiamarli senza irritare un filologo.

Dopodiché inizia la parte divertente. Le prime menzioni compaiono nelle lettere di Amarna, intorno al 1350 a.C., e gli Sherdana non si presentano certo come membri del circolo del ricamo. No: appaiono già come pirati e mercenari, pronti a offrire i propri servizi ai signori locali. Cioè, detto in termini moderni, erano il genere di gente che potevi incontrare o mentre ti assaltava la nave o mentre veniva assunta per proteggerti da quelli che assaltavano le navi. Un modello di business molto elastico.

Poi arriva Ramses II, che nel 1278 a.C. ha a che fare con loro dopo uno scontro navale lungo le coste egizie. E qui la storia compie una delle sue piroette preferite: da pericolosi incursori, gli Sherdana diventano guardie personali del faraone. È una trasformazione che ha qualcosa di profondamente mediterraneo. Tipo: “Quelli ci hanno appena attaccato.” “Perfetto, assoldiamoli.” E in effetti bisogna riconoscere agli Egizi un certo pragmatismo. Se qualcuno è difficilissimo da battere, una soluzione intelligente è pagarlo e metterlo all’ingresso del palazzo.

Ramses II, del resto, li descrive con grande rispetto e un pizzico di sconforto. La stele di Tanis li presenta come ribelli arrivati “dal centro del mare”, gente che nessuno sapeva come combattere. Che è più o meno il massimo complimento militare che si possa ricevere nell’età del bronzo. Gli Sherdana dovevano essere il genere di avversari che, quando comparivano all’orizzonte, facevano dire alle guarnigioni costiere: “Bene. Oggi niente relax.”

E non finisce lì. Nella battaglia di Qadesh, ben 520 Sherdana fanno parte della guardia personale del faraone. Li vediamo raffigurati con il loro celebre elmo cornuto, la specie di pallina in mezzo, lo scudo rotondo e le spade tipo Naue II. In pratica, avevano un look talmente riconoscibile da sembrare il primo esempio di merchandising bellico. Tu ne vedevi uno da lontano e capivi subito che non era il caso di discutere sul prezzo del pedaggio.

Ma la vera meraviglia degli Sherdana è che non si accontentano di essere guerrieri tosti. No. Vogliono anche diventare un enigma permanente per gli studiosi. Da dove vengono? E qui si apre il grande torneo mondiale delle ipotesi.

Da una parte ci sono quelli che dicono: erano legati alla Sardegna, forse alle popolazioni nuragiche. E in effetti l’argomento ha un suo fascino poderoso. I bronzetti sardi mostrano guerrieri con elmi cornuti e scudi tondi. Gli Egizi raffigurano Sherdana con elmi cornuti e scudi tondi. A quel punto metà degli archeologi dice: “Signori, il caso è praticamente risolto”. L’altra metà risponde: “Calma, l’archeologia non è un gioco delle coppie”.

Dall’altra parte ci sono gli studiosi che li immaginano provenienti dall’area egeo-anatolica o siro-palestinese, magari approdati in Sardegna in un secondo momento. In pratica, secondo questa teoria, gli Sherdana non sarebbero partiti dalla Sardegna, ma ci sarebbero arrivati dopo aver già seminato una certa vivacità altrove. Una specie di trasloco armato di fine bronzo.

La cosa straordinaria è che ogni ipotesi ha i suoi argomenti, i suoi reperti, i suoi confronti linguistici, le sue ceramiche, i suoi bronzetti, i suoi paralleli architettonici e naturalmente i suoi sostenitori pronti a difenderla con la passione di chi non sta discutendo di popoli del mare, ma dell’ultima fetta di torta al pranzo di famiglia.

In tutto questo, gli Sherdana se la ridono da tremila anni. Perché, mentre noi cerchiamo di capire se fossero sardi, anatolici, siriani, corsi, migranti, mercenari globalizzati o tutte queste cose insieme, loro nelle fonti antiche fanno una figura chiarissima: erano gente di mare, gente d’armi, gente mobile, perfettamente a loro agio nel caos internazionale della tarda età del bronzo. Dove circolavano metalli, beni preziosi, navi, guerre, commerci e opportunità di fare carriera impugnando una spada.

E la carriera, va detto, la fecero eccome. Da pirati a guardie del corpo del faraone. Da invasori a coloni. Da problema militare a problema filologico. Non è da tutti.

Forse il segreto degli Sherdana è proprio questo: erano talmente bravi ad adattarsi che ancora oggi sfuggono a una definizione comoda. E in fondo è un destino meraviglioso. Mentre altri popoli si lasciano archiviare in due righe di manuale, loro no. Loro restano lì, con l’elmo cornuto, lo scudo tondo e l’aria di chi ti dice: “Vuoi sapere chi siamo davvero? Studia ancora un po’.”

E intanto, dal centro del mare, continuano a vincere anche l’ultima battaglia: quella contro le certezze troppo facili.

Re Abdi-Milki di Tiro

Ci sono re antichi che la storia ci consegna con fanfare, statue, templi, poemi e almeno tre congiure di palazzo ben documentate. E poi ci sono quelli come Abdi-Milki di Tiro, che arrivano da noi avvolti in una nebbia così fitta che più che un sovrano sembrano un collega di un ufficio molto riservato: nessuno sa esattamente cosa facesse, ma tutti hanno l’impressione che facesse parecchie cose.

E probabilmente tutte insieme.

Partiamo da Tiro, che non era esattamente il borgo tranquillo dove il massimo del brivido consisteva nel perdere un’anfora al mercato del pesce. No. Tiro era una delle grandi città fenicie, una potenza marinara, commerciale e strategica. Gente che guardava il mare non come si guarda un bel panorama, ma come si guarda un enorme catalogo di opportunità economiche. I Fenici, in generale, avevano questa splendida qualità: dove gli altri vedevano onde, loro vedevano rotte; dove gli altri vedevano coste lontane, loro vedevano clienti.

E in questo contesto compare lui: Abdi-Milki. Nome solenne, elegante, con quella sonorità che sembra già contenere un sigillo, un contratto e forse anche una clausola scritta in piccolo. Di lui sappiamo poco, o meglio: sappiamo abbastanza da sospettare che dietro ci fosse un personaggio di gran movimento. I testi egizi e assiri ci lasciano intuire che nel X secolo a.C. i re di Tiro avevano contatti con l’Egitto e, con ogni probabilità, non passavano le giornate a contare conchiglie.

No, erano coinvolti in traffici, relazioni diplomatiche, spedizioni e forse anche in qualche robusta attività di sicurezza marittima. Tradotto in linguaggio moderno: commerciavano, trattavano, si espandevano e, quando necessario, davano anche una sistematina a chi disturbava il traffico.

Perché il mare, nell’antichità, è una cosa poetica finché non incontri i pirati.

E qui la figura di Abdi-Milki diventa deliziosamente cinematografica. Perché il testo ci suggerisce che questi re forse combattevano pirati o partecipavano a spedizioni verso Sicilia e Sardegna. Capite il potenziale? Abbiamo un re fenicio, il Mediterraneo occidentale, navi cariche di merci, incontri con l’Egitto, metalli, armi, isole lontane e la vaga sensazione che qualcuno, su qualche ponte di legno, stesse facendo affari molto più complessi di quanto un normale registro doganale potesse spiegare.

In pratica, Abdi-Milki potrebbe essere stato metà sovrano e metà direttore commerciale di un impero galleggiante.

Ma il dettaglio più irresistibile è un altro: Abdi-Milki potrebbe essere un nome di copertura per una figura che commerciava armi e metalli nell’occidente.

Ora, fermiamoci un attimo ad assaporare la meraviglia di questa ipotesi.

Un nome di copertura.

Nel X secolo a.C.

Cioè, noi immaginiamo spesso il mondo antico come una sequenza di re seduti su troni rigidi, sacerdoti severi e contadini che guardano il grano crescere. Poi salta fuori una possibilità del genere e improvvisamente il passato diventa una specie di thriller mediterraneo. Altro che quiete dell’età del ferro. Qui abbiamo il sospetto di un uomo che forse usava un nome ufficiale mentre gestiva reti di scambio di materiali strategici tra Levante e Occidente. In sostanza: non solo corona, ma anche dossier.

Immaginiamolo. Di giorno re di Tiro, ricevimenti, messaggeri, offerte ai templi, incontri con emissari egizi. Di notte, o comunque nelle ore meno protocollari, supervisione di carichi di rame, stagno, ferro, armi e chissà cos’altro diretti verso approdi dove nessuno faceva troppe domande. La Fenicia, in fondo, aveva una specialità antica e rispettabilissima: sapere dove trovare le cose e a chi venderle.

E se c’era da arrivare in Sicilia o in Sardegna, regioni ricche e strategiche per i metalli, beh, non è che i Fenici si facessero pregare. Loro vedevano una costa e già pensavano a un emporio, a una rete commerciale, a una base navale o almeno a una trattativa ben piazzata. Non erano invasati dall’eroismo epico. Erano molto più moderni: volevano che il viaggio fruttasse.

Il che rende Abdi-Milki un personaggio umoristicamente irresistibile. Perché più provi a incasellarlo, più ti sfugge. Re? Sì. Diplomatico? Probabile. Commerciante? Quasi certamente. Uomo coinvolto in traffici di armi e metalli? Possibile. Cacciatore di pirati? Non da escludere. Grande organizzatore di spedizioni? Perché no. È il tipo di figura storica che fa sospirare gli studiosi e fa brillare gli occhi agli scrittori: uno di quelli che sembrano dirti “non saprai mai tutto di me, ma abbastanza da restare incuriosito sì”.

E poi c’è una verità bellissima: quando le fonti sono scarse, i personaggi diventano più spiritosi quasi da soli. Perché ogni dettaglio acquista peso. Se un testo lascia intuire che un re fenicio aveva contatti con l’Egitto, tu già lo vedi entrare in sala con aria da uomo impegnatissimo. Se si parla di pirati, lo immagini mentre sbatte un pugno su una tavola nautica e dice: “Questa rotta non si tocca”. Se si parla di Sicilia e Sardegna, lo immagini mentre discute di metalli con tono grave e poi, appena i dignitari escono, controlla che il carico sia partito davvero.

In fondo, Abdi-Milki rappresenta una categoria umana eterna: quelli che hanno sempre più di un mestiere. Ufficialmente svolgono una funzione nobilissima. Ufficiosamente, tengono in piedi mezzo sistema economico. Sono le persone che, se chiedi “ma cosa fa esattamente?”, generano cinque risposte diverse e tutte plausibili.

Per questo Abdi-Milki ci piace. Perché unisce l’eleganza fenicia, il mistero delle fonti antiche e quel sapore da grande affare marittimo che rende il Mediterraneo del X secolo a.C. molto più vivace di quanto sembri. Altro che silenzio archeologico: qui si sentono scricchiolare i moli, tintinnare i metalli, gridare i marinai e forse, in lontananza, imprecare qualche pirata appena rimesso al suo posto.

Se davvero fu un nome di copertura, bisogna riconoscergli una cosa: se l’è cavata benissimo. Dopo tremila anni stiamo ancora qui a parlarne, a metà tra la storia e il sospetto.

E, per un re fenicio, essere ricordato come sovrano, affarista, navigatore e forse elegante trafficante di metalli strategici è quasi il massimo del successo professionale.

Ahiram di Byblos

Ci sono sovrani che passano alla storia per grandi battaglie, conquiste memorabili, riforme politiche, trattati commerciali o per aver avuto una barba così imponente da meritare un regno a parte. E poi c’è Ahiram di Byblos, che ha scelto una via più raffinata, più sobria, più immortale: farsi ricordare soprattutto grazie a un sarcofago spettacolare e a una delle più antiche iscrizioni fenicie mai ritrovate.

Che, diciamolo, non è poco.

Anzi, in un certo senso è persino meglio. Perché le guerre finiscono, gli imperi crollano, i palazzi si sbriciolano, ma una bella iscrizione su pietra resta lì a guardare i secoli passare con l’aria di chi sa benissimo di avere vinto. Ahiram, re della città fenicia di Byblos, è uno di quei personaggi storici che sembrano sussurrare agli archeologi: “Volevate un mistero? Eccovelo. Volevate un enigma elegante? Prego, servitevi”.

Byblos, intanto, non era un posticino qualunque. Non un villaggetto con tre capre, un pozzo e un consiglio comunale litigioso. Era una città fenicia importante, antichissima, affacciata sul Mediterraneo, con commerci, traffici, relazioni, navi, artigiani, scribi, legami con l’Egitto e tutta quella vivacità levantina che faceva del litorale fenicio una specie di autostrada internazionale del mondo antico. Insomma, se nel X secolo a.C. volevi stare dove succedevano le cose, Byblos non era una cattiva scelta.

E lì regnava Ahiram.

Ora, cosa sappiamo davvero di lui? Qui la storia fa la sua solita mossa preferita: ci offre un personaggio dal nome autorevole, gli piazza attorno un’aura regale, gli regala una tomba famosa, e poi ci dice: “Per il resto, arrangiatevi”. È il classico comportamento del passato: ti stuzzica e poi si ritira dietro una colonna. Ahiram è noto soprattutto per il suo sarcofago decorato, rinvenuto nella sua tomba, e soprattutto per l’iscrizione fenicia che lo accompagna, una delle più antiche testimonianze della scrittura alfabetica fenicia.

Tradotto in linguaggio moderno: Ahiram non è solo un re. È anche una specie di celebrità epigrafica.

Pensateci. Molti sovrani hanno avuto templi, statue, eserciti, gioielli, corone. Ahiram ha avuto il buon gusto di lasciarci una prova materiale che lo colloca in uno dei momenti più affascinanti della storia della scrittura. Perché i Fenici, con il loro alfabeto, hanno avuto un ruolo enorme nello sviluppo della comunicazione scritta nel Mediterraneo. Insomma, mentre altri re facevano probabilmente discorsi pomposi davanti ai cortigiani, Ahiram finiva per entrare di traverso nella grande storia delle lettere. In pratica, è il genere di personaggio che potrebbe dire: “Non solo sono stato re. Ho anche indirettamente aiutato il futuro a prendere appunti”.

Il suo sarcofago, poi, non è una semplice cassa funebre. No. Qui siamo nel territorio del marketing funerario di alto livello. Decorazioni, prestigio, iscrizione: tutto concorre a dire una cosa molto chiara ai posteri, agli intrusi, ai rivali, agli archeologi e forse anche ai tombaroli: “Attenzione, qui riposa qualcuno che contava”. L’idea di lasciare un messaggio inciso per scoraggiare eventuali profanatori è già di per sé favolosa. È il corrispettivo antico del cartello “Proprietà privata”, solo con più solennità, più maledizione implicita e molta più classe.

E qui entra in scena il lato divertente di Ahiram. Perché ogni volta che si parla del suo sarcofago, si percepisce quella meravigliosa tensione fra il desiderio antico di eternità e la curiosità moderna che non sa stare ferma. Il re probabilmente voleva riposare in pace. Gli archeologi, molti secoli dopo, arrivano invece con taccuini, misurazioni, fotografie, discussioni cronologiche e facce entusiaste da “Abbiamo trovato qualcosa di importantissimo!”. In sostanza, il sonno eterno di Ahiram è stato trasformato in un convegno internazionale permanente.

Ma è proprio questa la grandezza del personaggio. Ahiram è il re che continua a creare lavoro. Gli studiosi analizzano l’iscrizione. Gli storici discutono la datazione. Gli appassionati di antichità sospirano davanti alla bellezza del reperto. Gli scrittori, poi, fanno festa. Perché una tomba reale di Byblos, un’iscrizione arcaica, un re avvolto nella penombra del X secolo a.C. e la sensazione che ci siano ancora misteri irrisolti: questo non è solo materiale storico, è il buffet completo del racconto archeologico-avventuroso.

Perché ammettiamolo: quando qualcuno dice “la sua tomba potrebbe celare misteri ancora irrisolti”, il cervello smette immediatamente di comportarsi da adulto responsabile. Parte la musica. Si apre una porta di pietra. Entra uno studioso con una torcia. Qualcuno pesta una lastra sbagliata. Un corridoio si chiude. Un’iscrizione minacciosa compare su una parete. Un assistente dice: “Professore, forse non dovremmo essere qui”. E naturalmente è troppo tardi.

Ahiram, in questo senso, è perfetto. Ha tutto quello che serve per un’avventura: regalità, antichità, iscrizioni, mistero, una città famosa, una tomba di grande fascino e soprattutto quel delizioso vuoto documentario che consente all’immaginazione di fare ginnastica. Non sappiamo tutto su di lui, e questo è precisamente il punto. Se sapessimo ogni dettaglio, Ahiram sarebbe materia da manuale. Così, invece, resta materia da sogno, da romanzo, da spedizione con la sabbia nei sandali e il rotolo di pergamena nello zaino.

Naturalmente, lo storico serio deve sempre mettere un freno all’entusiasmo: bisogna distinguere tra ciò che è documentato e ciò che si immagina. Ed è giusto. Quello che è documentato è già affascinante di suo. Ahiram fu re di Byblos. Il suo sarcofago è reale. L’iscrizione fenicia è una testimonianza straordinaria. Il contesto è quello del primo Levante del I millennio a.C., un mondo di città-stato, traffici marittimi, élite regali, contatti culturali e scrittura in evoluzione. Non serve inventare marziani o cristalli magici o confraternite con cappucci neri. Basta Ahiram. Fa già un figurone da solo.

E poi c’è il dettaglio forse più irresistibile di tutti: Ahiram è uno di quei personaggi per cui il contenitore quasi ruba la scena al contenuto. Cioè: sappiamo del re perché il suo sarcofago è magnifico. Non è lui a presentarci il sarcofago; è il sarcofago a presentarci lui. È un ribaltamento meraviglioso. Come se, tra tremila anni, qualcuno ricordasse un capo di Stato non per i suoi decreti o le sue alleanze, ma per la spettacolare eleganza della sua libreria di casa e per una targhetta particolarmente ben scritta.

In fondo, Ahiram ci piace proprio per questo. Perché incarna una verità antica e molto umana: tutti vorremmo lasciare una traccia. Lui l’ha lasciata in grande stile, dentro una delle cornici più affascinanti del Vicino Oriente antico. E il bello è che quella traccia, invece di chiudere il discorso, lo apre. Ogni dettaglio del suo sarcofago invita a nuove domande. Chi lo costruì? Quanto volle comunicare davvero? Cosa sappiamo del suo regno? E cosa ci sfugge ancora di Byblos, città che sembra sempre lì lì per raccontarci tutto e poi si limita a sorridere in fenicio?

Se c’è una morale in questa storia, è che Ahiram ha capito prima di tanti altri una regola immortale: per restare nella memoria non basta essere importanti, bisogna anche avere un’ottima scenografia. Lui se l’è procurata con un sarcofago monumentale, un’iscrizione memorabile e una tomba abbastanza enigmatica da tenere occupata l’immaginazione per secoli.

Non male, per uno che teoricamente voleva soltanto riposare.

Ahiram, insomma, è il re che dal fondo dei millenni continua a dirci: “Potete dimenticare le mie campagne militari, potete discutere la mia cronologia, potete persino litigare sulla datazione della mia iscrizione. Ma una cosa è certa: quanto a ingresso nella posterità, io mi sono organizzato benissimo”.

E francamente, guardando il suo sarcofago, viene da dargli ragione.

Zabibe, la regina araba

La storia antica ha un brutto vizio: ci lascia nomi magnifici, dettagli minuscoli e un sacco di domande. È un po’ come ricevere un invito a un banchetto reale e scoprire che sul tavolo c’è solo un’oliva, mezza focaccia e un bigliettino con scritto: “Arrangiatevi con l’immaginazione”. Zabibe appartiene precisamente a questa categoria di personaggi. Nome splendido, presenza intrigante, notizie scarse ma di quelle che bastano per accendere la fantasia di storici, scrittori e appassionati di regine con più carisma che documentazione.

Chi era Zabibe? Le fonti assire la ricordano come una regina araba, legata alle tribù qedarite, e il suo nome compare nelle iscrizioni di Tiglatpileser III. Già questo, da solo, è notevole. Perché in un mondo in cui gli Assiri amavano incidere sui monumenti soprattutto le proprie vittorie, i propri nemici e soprattutto se stessi, il fatto che una donna delle tribù arabe compaia nel loro radar politico non è esattamente una cosetta da nulla. Non parliamo di una comparsina che passa sullo sfondo con una brocca in mano. Parliamo di una regina abbastanza importante da meritarsi un posto nella memoria ufficiale di uno dei più aggressivi e organizzati imperi del Vicino Oriente.

E qui arriva il primo elemento divertente della faccenda: Zabibe ci è nota soprattutto perché gli Assiri, nel loro entusiasmo archivistico, avevano la mania di scrivere tutto sulla pietra. Erano i maniaci della documentazione del mondo antico. Se un sovrano tossiva, loro probabilmente trovavano il modo di trasformare il colpo di tosse in una grande vittoria dell’ordine cosmico sul caos. Però, nel mezzo di questa autopromozione monumentale, spunta Zabibe. È un po’ come se in un’autobiografia di un dirigente super egocentrico comparisse, all’improvviso, una donna del deserto che tutti rispettano e nessuno osa sottovalutare.

Naturalmente, quando si parla di figure come Zabibe, bisogna camminare con prudenza. Lei è spesso definita semi-leggendaria. E già questa etichetta è meravigliosa. “Semi-leggendaria” vuol dire: abbastanza reale da comparire in una fonte antica, abbastanza sfuggente da far impazzire chi vorrebbe una biografia completa. È lo status storico equivalente di chi appare in tre fotografie sfocate, in due ricevute fiscali e in una canzone popolare. Esisteva? Probabilmente sì. Sappiamo tutto? Assolutamente no. Ma il poco che sappiamo basta per intuire una cosa: nel panorama delle tribù arabe del I millennio a.C., le donne di rango potevano avere un ruolo molto più forte e visibile di quanto certi stereotipi moderni, pigramente retrodatati, lascerebbero credere.

Il bello delle regine arabe ricordate dalle fonti assire è proprio questo: non sono figurine decorative. Hanno un’aura di potere, mobilità, comando, capacità diplomatica e, in certi casi, decisamente bellica. Le tribù arabe dell’epoca, specialmente quelle collegate ai Qedariti, non erano un gruppetto di pastori capitati per caso nella geopolitica del Vicino Oriente. Controllavano percorsi, commerci, movimenti nel deserto, snodi che agli imperi interessavano eccome. Chi immagina il deserto come un grande vuoto dove non succede niente evidentemente non ha mai letto la storia antica: il deserto, politicamente parlando, era una scacchiera, e chi sapeva muoversi su quella scacchiera aveva in mano pedine preziose.

Zabibe, dunque, compare in questo mondo fatto di carovane, alleanze, tributi, pressioni imperiali e leadership tribale. Ed è qui che il suo fascino cresce. Perché non abbiamo il romanzo completo, ma abbiamo il trailer. E il trailer promette bene: una regina araba citata dagli Assiri, legata a gruppi tribali influenti, immersa in un contesto in cui il potere non era un concetto astratto ma una questione molto concreta di sopravvivenza, relazioni e autorità.

Certo, la cronologia non è pacifica. Gli studiosi discutono, confrontano, precisano, litigano con eleganza accademica e note a piè di pagina, e il risultato è che Zabibe vive in quella zona meravigliosamente irritante in cui la storia documentata incontra la penombra della tradizione. Potrebbero esserci state figure simili anche nel secolo precedente, e questo apre un altro scenario affascinante: forse Zabibe non fu un caso isolato, ma parte di una linea di donne di comando che nelle società arabe del tempo esercitavano un’autorità riconosciuta. In altre parole, non necessariamente un’eccezione irripetibile, ma magari la punta emersa di un iceberg che il tempo, con il consueto sadismo, ha quasi del tutto sciolto.

Ed ecco perché le regine guerriere arabe hanno un’aura mitica. Perché stanno sul confine perfetto tra storia e leggenda. Da una parte abbiamo le iscrizioni, dall’altra la sensazione che dietro quei nomi ci siano vite più vaste, più complesse, più teatrali di quanto il documento lasci vedere. E diciamolo: “regina guerriera delle tribù arabe” è una definizione che non ha alcun bisogno di ufficio stampa. Funziona da sola. Evoca sabbia, potere, cavalli, trattative serrate, ambasciatori nervosi, generali assiri sudati e scribi che cercano di capire come trascrivere correttamente nomi che arrivano da mondi diversi.

Immaginiamoli, questi scribi assiri, seduti composti con i loro stili in mano, pronti a incidere l’ennesima celebrazione del re, quando qualcuno detta: “E poi c’era Zabibe, regina araba”. Pausa. Uno scriba alza lo sguardo. “Regina?” Sì, regina. Non la moglie di qualcuno, non la figlia di tizio, non la dama di compagnia della zia di un governatore. Regina. Da sola la parola basta a spostare l’equilibrio della scena. Perché ci ricorda che il mondo antico era più vario e meno schematico di quanto spesso lo dipingiamo nelle versioni da manuale scolastico, quelle dove sembrano esistere solo re barbuti, guerre, granai e una quantità industriale di bronzo.

Zabibe ci piace anche perché è una provocazione storiografica. Costringe a dire: attenzione, la periferia dell’impero non era periferica affatto. Le tribù arabe non erano comparse. Le donne in posizione di vertice non erano una favola moderna infilata a forza nel passato. C’erano, contavano, trattavano, resistevano, governavano. Magari non sempre con il titolo che ci aspetteremmo noi, magari in sistemi politici che non coincidono con le monarchie centralizzate che abbiamo in mente, ma c’erano eccome.

E poi c’è il lato irresistibilmente letterario della faccenda. Una figura come Zabibe, proprio perché storicamente attestata ma non iperdefinita, sembra costruita apposta per far felice chi ama raccontare il passato. Gli storici seri, giustamente, frenano: “Piano con la fantasia”. E hanno ragione. Ma un po’ di sorriso è concesso. Perché il solo fatto che una donna del deserto, ricordata da un impero iperburocratico e militarizzato, sia arrivata fino a noi attraverso millenni di erosione, rovine, traduzioni e controversie, ha qualcosa di magnificamente ostinato.

In fondo, Zabibe è questo: una presenza breve ma tenace. Un nome che attraversa la pietra e dice, con elegante arroganza: “Voi magari avete inciso più righe sul vostro re, ma intanto vi ricordate anche di me”. E forse è proprio qui il suo trionfo più grande. Non sappiamo abbastanza da rinchiuderla in una biografia ordinata, e questo la rende ancora più viva. Resta lì, tra storia e mito, tra documento e leggenda, con il profilo di una sovrana capace di ricordarci che il passato non è mai una stanza ben illuminata. È più simile a una tenda nel deserto: il vento solleva un lembo, intravediamo una figura autorevole, sentiamo il rumore delle armi e delle carovane, e poi tutto si richiude.

Ma il nome resta.

E quando nel mondo antico resta un nome, spesso resta molto più di quanto sembri.

La Biblioteca dei misteri

THRILLER STORICO

La Biblioteca dei misteri

Codici nascosti. Riti proibiti. Una verità che la Chiesa non osa pronunciare.

Cluny, 1147. Nelle ombre dell’abbazia più potente d’Europa, un segreto si agita come un corvo nella notte. Quando il bibliotecario Mathieu de Brienne rientra da un viaggio a Chartres, trova la biblioteca contaminata da glosse alterate, salmi riscritti e simboli proibiti. Un monaco è stato bruciato vivo, un novizio è fuggito nel silenzio, e una parola vietata risuona tra le pietre millenarie: Corvus.

Chi sono i Corvi? Un ordine perduto o una rete che manipola la verità da secoli, annidata tra i confini invisibili del potere spirituale e temporale?

Guidato da codici cifrati nascosti nei testi sacri, reliquie sigillate con cera nera e messaggi incisi su rosari invertiti, Mathieu si addentra in un labirinto di morte, tradimento e sapienza proibita. Ma più scopre, più comprende che la conoscenza può essere un veleno, e la verità un rogo che brucia chi osa avvicinarsi troppo.

Un thriller storico avvincente che unisce il mistero di Il nome della rosa all’intensità di Il Codice da Vinci, calato in un Medioevo cupo e affascinante, dove ogni salmo può diventare un’arma e ogni silenzio un codice.

Se ami romanzi ricchi di intrighi, rivelazioni esoteriche, codici cifrati e atmosfere monastiche cariche di tensione, “La Biblioteca dei misteri” ti terrà avvinto fino all’ultima pagina.

Il Custode dei Tamburi del Tuono

(ovvero: quando il Wi-Fi era fatto di legno e pelle di animale)

Nel cuore dell’Africa centro-orientale, verso l’800 a.C., mentre il resto del mondo ancora si chiedeva come non inciampare nelle proprie capre, c’era qualcuno che gestiva una rete di comunicazione più efficiente di certi call center moderni. Si chiamava Makoha il Lontano-Udito, e di mestiere faceva il custode dei tamburi del tuono.

Makoha aveva un dono: sentiva tutto.
Non “tutto” in senso vago. Tutto proprio. Se un tamburo batteva a trenta chilometri di distanza, lui lo sentiva come tu senti il vicino che trascina le sedie alle sette del mattino.

I tamburi non servivano solo per le feste, anzi. Erano una specie di social network preistorico: si mandavano messaggi tra villaggi, si annunciavano matrimoni, pericoli, arrivi di ospiti indesiderati (tipo la suocera del capo). Ogni ritmo aveva un significato preciso: tre colpi rapidi, “aiuto”; una serie lenta, “tutto bene”; una sequenza elaborata, “mandate birra e gente di buon umore”.

Makoha stava al centro di questo traffico sonoro. Seduto sulla sua roccia preferita, con l’aria di uno che aspetta la prossima notifica, ascoltava. Se fosse nato oggi, avrebbe avuto quattro smartphone, tre cuffie e l’ansia perenne. Invece aveva solo le orecchie. Ma che orecchie.

La sua missione era chiara: proteggere le “vie sonore”. Perché, come in ogni epoca degna di questo nome, c’erano anche i furbi: bande di predoni convinte di poter ingannare i villaggi imitando i messaggi. In pratica, i primi hacker del tamburo: niente phishing via email, ma colpi ritmati tipo “uscite tutti di casa, c’è un’offerta speciale di lance gratis nel bosco”.

Un giorno, nella stagione in cui il Nilo decide se allagare tutto o farsi desiderare, un tamburo lontano cominciò a parlare. Il messaggio era urgente: tutti i guerrieri dovevano radunarsi al Fiume della Pietra Rossa, c’era pericolo a est. Firmato: un villaggio alleato.

Tutto perfetto.
O quasi.

Makoha aggrottò la fronte. Il ritmo era giusto, la sequenza quasi impeccabile… ma la firma no. Quel villaggio, alla fine dei messaggi, aveva un “tocco” inconfondibile: un colpo secco, pausa e doppio colpo finale. Quel giorno, invece, arrivò un doppio colpo subito. Una sfumatura. Un niente. Il genere di cosa che chiunque avrebbe ignorato. Chiunque, tranne lui.

“Questo non è il nostro alleato” borbottò Makoha. “È qualcuno che suona come lui… ma non abbastanza bene.”

Invece di far radunare i guerrieri, Makoha fece il contrario: rimbombò con decisione sui suoi tamburi del tuono, avvisando tutti i villaggi:
“Non muovetevi. Possibile trappola. Preparatevi alla difesa. E controllate le scorte, che tanto non si sa mai.”

Mentre i predoni aspettavano fiduciosi il loro grande colpo al Fiume della Pietra Rossa, pronti a far scattare l’imboscata, scoprirono lentamente che… non arrivava nessuno. Nessun guerriero ignaro, nessuna colonna disordinata. Solo silenzio. E, in lontananza, il suono secco dei tamburi dei villaggi che si erano organizzati, stavolta, per accoglierli come meritavano: con lance, trappole e zero entusiasmo.

Il “cluster di villaggi”, come direbbero oggi quelli con le slide, fu salvo.
Makoha divenne leggenda: l’uomo che aveva fermato una razzia grazie a un colpo di tamburo leggermente fuori posto.

Da allora, i griot raccontano la sua storia aggiungendo una piccola morale: il mondo è pieno di rumore, ma a volte la differenza tra salvezza e disastro sta in un dettaglio minuscolo. O, come direbbe Makoha:

“Ascoltate meglio.
E diffidate sempre dei messaggi troppo perfetti.”

Kubaba, la Regina delle Spillatrici

Cronache umoristiche, raccolte dal 254° rotolo della “Gazzetta di Kish”, versione apocrifa.

In principio era il caos, poi venne la birra. E infine, venne Kubaba.

Se pensate che per diventare regina bisogni nascere tra cuscini di porpora, gattini sacri e genealogie incestuose, preparatevi a un giro sulla carovana del destino mesopotamico. La nostra eroina, Kubaba — o Kug-Bau, per gli amici burocrati sumerici — iniziò la sua carriera non sul trono, ma dietro al bancone. Sì, la prima e unica donna a regnare sulla gloriosa città di Kish cominciò come una locandiera, e non di quelle che servono solo noccioline.

Secondo fonti che oscillano tra l’archeologia e la fan fiction, Kubaba sapeva spillare birra meglio di un moderno pub inglese. Pare che il suo locale, “La brocca d’oro”, fosse il punto di ritrovo preferito da pescatori, scribi e divinità in incognito. La leggenda narra che, un giorno, un pescatore dall’alito impegnativo e il dono del misticismo entrò nella locanda e le disse: “Kubaba, tu sei destinata a grandi cose.” Lei rispose: “Lo so. Ma prima, vuoi una doppia o una media?”

Il pescatore, colpito da tanta audacia, lasciò il suo pesce in offerta al tempio di Marduk (che probabilmente non era un amante del sushi) e così il dio — noto per le sue decisioni impulsive — premiò Kubaba con… l’intero regno di Kish.

Perché no?

Non passò molto tempo prima che la ex-locandiera si trovasse seduta sul trono, ancora con addosso il grembiule macchiato di luppolo e i capelli odoranti di malto. I dignitari di corte, abituati a re con la barba a tre piani e il carisma di un mattone, inizialmente storsero il naso. “Maestà,” disse uno scriba anziano, “la Lista Reale non ha mai incluso una donna!”

Kubaba lo fissò, afferrò una brocca, gliela piazzò sul capo e rispose: “Adesso sì.”

E la Lista Reale Sumerica, quella che registra re con regni lunghi 28.000 anni (ma che evidentemente usava il calendario delle promozioni del supermercato), fece spazio al nome di Kubaba. L’unica donna. L’unica sobria. L’unica che sapeva gestire le risse da taverna e le ambasciate diplomatiche con lo stesso disinvolto uso della clava cerimoniale.

Kubaba non solo regnò, ma lo fece con uno stile tutto suo. Le sue riforme principali:

  • Tassazione sulle liti da bar (chi rompe, paga e gli altri brindano).
  • Ministero del Malto e delle Fermentazioni: il primo organo statale interamente dedicato alla birra (e agli sbocchi commerciali con Uruk).
  • Legge del tappo d’oro: chiunque interrompesse la regina durante la siesta post-bevuta veniva condannato a una settimana di karaoke rituale sumerico.

Sotto il suo regno, Kish visse una nuova età dell’oro — o almeno dell’ambra, visto il colore delle birre — e fu fondata la Dinastia di Kubaba, nota per essere l’unica dove l’atto di fondazione porta una macchia di schiuma e le firme sono sostituite da ditate appiccicose di miele fermentato.

Kubaba regnò per 100 anni. Cento. Tutti d’un fiato, dice la Lista Reale. O, più probabilmente, divisi tra dieci regine diverse con lo stesso nome, ma non roviniamo la festa agli storici della scuola revisionista. Suo figlio, Puzur-Suen, la seguì sul trono, noto per le sue capacità amministrative e per l’invenzione del primo sistema di happy hour del Vicino Oriente. Suo nipote Ur-Zababa dovette poi gestire un certo Sargon di Akkad, ma lui non aveva mai servito birra, quindi fu rapidamente spodestato. Lo dico senza spoilerare.

Kubaba divenne anche una divinità in alcune regioni. I suoi seguaci le dedicarono templi, inni e probabilmente anche le prime partite di beer pong mesopotamiche.

Kubaba è la dimostrazione che non serve nascere in un palazzo per arrivare al potere. A volte basta un boccale ben servito, un pescatore con offerte sospette e il tempismo giusto. La sua storia è un invito alla speranza: se una locandiera può diventare regina, allora anche voi potete puntare in alto — magari partendo da uno stand di birre artigianali alla fiera di paese.

E se vi trovate a Kish, millenni dopo, lasciate un bicchiere di birra vicino alle antiche rovine. Si dice che Kubaba apprezzi ancora.

Alla salute, Regina della Spina! 🍻

FU HAO E WU DING: COPPIA REALE

Nel grande e misterioso palcoscenico della storia cinese, c’è una coppia che meriterebbe una miniserie su Netflix, con almeno tre stagioni, due spin-off e una docuserie dove archeologi moderni si fanno domande tipo “ma come faceva a comandare un esercito e a organizzare anche i sacrifici rituali senza impazzire?” Stiamo parlando di Wu Ding e Fu Hao, una coppia reale dell’epoca Shang, vissuta circa nel 1200 a.C., un’epoca in cui se ti dimenticavi un’offerta agli antenati, ti ritrovavi fulminato dal karma prima ancora di finire il tè del mattino.

Wu Ding era il re. Il capo. Il tizio con la corona (ok, forse più una specie di copricapo in bronzo con inserti spiritici, ma il concetto è quello). Uno che si svegliava la mattina con una sola preoccupazione: consultare gli oracoli ossei per sapere se era il giorno giusto per dichiarare guerra, comprare un cavallo o festeggiare la pioggia. I suoi consiglieri gli portavano scapole di bue e gusci di tartaruga incisi, li scaldavano fino a farli crepare, e poi leggeva le crepe come se fossero oroscopi lunari fatti da un astrologo impazzito con il feticismo per gli animali da cortile.

Poi c’è Fu Hao. Moglie, sì, ma non una di quelle che si limitava a ricamare le preghiere del giorno sul lino. No. Lei era generale, sacerdotessa, proprietaria di mezza provincia e, a giudicare dai ritrovamenti, collezionista compulsiva di bronzi rituali e asce da battaglia. Una multitasker che avrebbe fatto impallidire anche Imhotep. Quando gli archeologi scoprirono la sua tomba intatta a Anyang negli anni ’70, ci trovarono più roba che in un intero centro commerciale: armi, vasellame, giade, campane rituali e, sorpresa!, un gruppo di 16 scheletri di servi sepolti con lei, probabilmente non troppo entusiasti del viaggio. Il tutto con la stessa sobrietà di una principessa pop star orientale. Fu Hao era così potente che, all’interno della corte Shang, il suo nome compariva in più ossi oracolari di quanto tu abbia foto del tuo gatto nel telefono. E non era per gossip, ma perché Wu Ding, il marito, la consultava per tutto: guerre, sacrifici, il meteo, le tendenze in bronzistica rituale.

Ora, immaginate il ménage domestico. Siamo nel 1200 a.C., in un palazzo pieno di tamburi, incensieri, generali in armatura e maghi con tartarughe: Wu Ding si sveglia, guarda fuori e dice “Cara, oggi consultiamo gli spiriti per decidere se invadere i Qiangfang?” E Fu Hao, già in uniforme e con la spada affilata, risponde: “Io li ho consultati ieri. Ho già vinto.” Fine della consultazione. Lei comandava eserciti di migliaia di uomini, in un’epoca in cui alla donna media si chiedeva al massimo di non morire di parto. Ma Fu Hao no. Fu Hao esce, schiera le truppe, guida la carica e torna a casa per presiedere un sacrificio rituale con precisione da regista teatrale.

Tra le chicche più assurde: il suo nome appare su più di 200 ossi oracolari, dove viene spesso citata come “colei che sconfigge i nemici”, “guida delle truppe”, o semplicemente “la tipa che se la chiami in battaglia, ti fa vincere”. E quando morì, Wu Ding, che pure aveva un harem grande come un centro congressi, ordinò una tomba monumentale, sacrifici multipli e una collezione di bronzi talmente ampia che oggi fa impallidire anche il Louvre.

E cosa troviamo lì dentro? Armi? Ovvio. Campane in bronzo? Certamente. Specchi? Sì, che anche in battaglia bisogna guardarsi un attimo prima di entrare in scena. Ma soprattutto: rispetto. Immenso, sacro, incastonato in ogni oggetto, in ogni osso inciso, in ogni servo sepolto con lei. E pensare che alcuni storici per anni pensavano che Fu Hao fosse solo un titolo onorifico, tipo “Comandante della Buona Sorte” o “Signora dell’Ovest al Tramonto con Poteri”, finché qualcuno non aprì la tomba e disse: “Ehm, ragazzi, è proprio lei.”

Oggi potremmo dire che Fu Hao fu la Beyoncé della dinastia Shang, ma con più spade e meno coreografie (anche se, conoscendola, pure quelle le avrebbe fatte con grazia e potere). Una donna che governava uomini, spiriti e rituali con la stessa facilità con cui noi governiamo il telecomando – e spesso con più successo.

Wu Ding e Fu Hao, insieme, erano il potere che dorme e il potere che combatte. La dinastia Shang non avrebbe potuto desiderare una coppia più spaventosamente efficiente. E noi, oggi, possiamo solo ammirarli con un misto di soggezione, incredulità e un lieve senso di colpa per aver saltato anche questa settimana la lezione di yoga.

Fu Hao non solo ha guidato eserciti: ha guidato la storia. E lo ha fatto in bronzo, a colpi di spada e con il sorriso, probabilmente, di chi sa che anche i posteri dovranno ammettere: sì, era la vera regina.

IMHOTEP: IL MULTITASKER CHE INVENTÒ LA PIRAMIDE E IL MAL DI SCHIENA

Ci sono figure storiche che si fanno notare per un’impresa sola, tipo Guglielmo Tell che tirò una freccia a una mela e da lì in poi visse di rendita tra mele, leggende e gadget da bancarella. Poi c’è Imhotep, che nel 2650 a.C. decise di non accontentarsi e di lasciare il segno in almeno tre o quattro campi, perché a quanto pare dormire otto ore a notte non era ancora di moda. Architetto, medico e visir del faraone Djoser, Imhotep è ciò che oggi definiremmo “un curriculum che ti fa sentire un fallimento anche se hai appena imparato ad avvitare una mensola IKEA senza piangere”.

Siamo nell’Antico Egitto, un’epoca dove ogni tanto qualcuno inciampava in una divinità, il sole era considerato una persona piuttosto insistente, e costruire monumenti era lo sport nazionale, un po’ come oggi l’happy hour. Djoser, faraone con un certo gusto per l’architettura alternativa, decide che per la sua tomba non vuole la solita mastaba di fango e nostalgia, ma qualcosa che faccia dire “wow” anche ai posteri. Entra in scena Imhotep, che probabilmente stava già costruendo un acquedotto, curando una diarrea cronica e scrivendo un trattato di anatomia, quando venne chiamato per una “piccola commissione”.

Imhotep guarda la mastaba, poi guarda il cielo, poi guarda il progetto e dice: “E se ne mettessimo sei, una sopra l’altra?” Gli altri lo guardano in silenzio, qualcuno inizia a piangere, un sacerdote svenne e un capomastro propone di costruirla tutta in sabbia pressata per risparmiare sui materiali. Ma Imhotep non si scoraggia, tira fuori il suo papiro da disegno, schizza una roba geometrica che neanche Escher nei suoi giorni migliori, e così nasce la piramide a gradoni di Saqqara, la prima della storia. Prima di lei c’erano solo cumuli dignitosi, dopo di lei l’Egitto entrerà in un trip da “quanto possiamo farle alte prima che ci serva l’ascensore?”

Mentre gli operai spingono blocchi di pietra pesanti come una zia che si è seduta sul divano e non si vuole più alzare, Imhotep gira per il cantiere con la tranquillità di chi sa di stare facendo qualcosa che durerà millenni, oppure di chi ha assunto l’equivalente egizio della valeriana. Ma non è solo pietra e calce (o meglio, fango e magia): Imhotep è anche medico, e non di quelli che ti guardano un’unghia incarnita e ti dicono di bere più acqua. No, lui scrive trattati, sperimenta, e pare sia stato il primo a capire che forse aprire il corpo umano per capirci qualcosa non era un’idea del tutto malsana – se fatta con grazia e senza farsi prendere troppo dall’entusiasmo.

E come se non bastasse, quando Djoser aveva il mal di testa, il mal di potere o il mal di suocera (probabilmente tutte e tre le cose), chi andava a risolvere la questione? Esatto, Imhotep. Perché essere visir significava dover rispondere a domande difficili tipo “quanto grano abbiamo immagazzinato?”, “che faccia faccio con i delegati della Nubia?” e “perché Ra mi guarda storto?” Insomma, Imhotep era un po’ il pronto soccorso, il ministro delle infrastrutture e l’oracolo del villaggio tutto in uno. Se oggi ci provi, ti licenziano per abuso di multitasking e ti consigliano una pausa digitale. Lui, invece, venne divinizzato.

Sì, perché col tempo la gente iniziò a dire: “Questo non può essere un essere umano, è troppo bravo, sicuramente è un dio o un’entità soprannaturale con ottime competenze in Excel.” E così Imhotep passò da “persona che fa tutto” a “divinità ufficiale”. Nacquero templi in suo onore, offerte, preghiere, e probabilmente almeno una marca di unguenti miracolosi con la sua faccia in etichetta. Se il marketing fosse esistito nell’Antico Egitto, avremmo avuto la “Pomata Imhotep: cura le piaghe e progetta templi al contempo!”

In un’epoca in cui il massimo della carriera era costruire una tomba che non crollasse prima della morte del proprietario, Imhotep si ritrovò immortale. E non solo nella memoria: i Greci lo associarono ad Asclepio, il dio della medicina, e lo citarono come un esempio di saggezza, sapienza e totale mancanza di tempo libero.

Oggi, mentre noi ci lamentiamo perché il mouse non funziona o perché Zoom si blocca durante una riunione, possiamo guardare alla figura di Imhotep e pensare: “Almeno non devo costruire una piramide prima di pranzo.” E magari, in suo onore, possiamo finalmente montare quella mensola IKEA senza invocare divinità egizie a caso.

Imhotep, in fondo, è la dimostrazione che con un po’ di ingegno, tanta pazienza e una straordinaria tolleranza allo stress, puoi passare da “quel tipo strano con troppe passioni” a “divinità pluriusata per almeno tremila anni”. Un esempio per tutti noi. Ma anche, diciamocelo, un po’ un rompiscatole per chi deve reggere il confronto.

Anco Marzio: il re zoppo che non sapeva stare fermo

Un giorno di quel lontano 641 aC, a Roma, successe qualcosa di veramente straordinario: il trono passò nelle mani di Anco Marzio, un uomo che, oltre a essere nipote del tranquillo Numa Pompilio, vantava una particolarità che avrebbe reso orgoglioso chiunque avesse avuto la fortuna di avere due gambe sane: una anca decisamente poco collaborativa.

Questo re, scelto dal popolo più per disperazione che per convinzione, era conosciuto per la sua “anca marcia”, che però non gli impedì di farsi chiamare con un nome molto più regale, Anco Marzio. D’altronde, “Anca Marcia” suonava troppo come un nome da matrona romana e non da virile sovrano.

Succeduto al guerrafondiario Tullo Ostilio, i romani pensavano che, con una gamba così, Anco Marzio avrebbe passato più tempo a rilassarsi sul trono che a correre sui campi di battaglia. Ma oh, come si sbagliavano!

Nonostante la sua zoppia, Anco Marzio era tutt’altro che un re pacifista. La storia ci racconta di un uomo che, pur non potendo correre personalmente tra le spade, scatenò una serie di guerre con i vicini un po’ troppo chiassosi e per niente intenzionati a stare tranquilli. E, naturalmente, ogni volta che c’era una rivolta, chi pensa che fosse il primo a saltare… beh, forse non saltare, ma a incitare al contrattacco? Proprio lui, il re zoppo.

Oltre a non sapere stare fermo, Anco Marzio era anche un amante del mare, tanto che si dice che la vista della spiaggia di Ostia lo emozionasse al punto da far quasi guarire la sua anca problematica. Fu lui a fondare la città di Ostia, la prima colonia romana sul mare, e si racconta che il nome derivasse dall’espressione esclamativa dei romani alla vista dell’acqua: “Ostia!” Che, nonostante la sua attuale connotazione, all’epoca era puramente un’esclamazione di stupore.

Ma non finisce qui: per la gioia dei cittadini che sognavano di farsi un bagno senza dover marciare per giorni, Anco costruì la via Ostiense, una strada diretta al mare. Lungo questa strada fece erigere anche delle saline, probabilmente per assicurarsi che nessun romano tornasse a casa senza un adeguato approvvigionamento di vendita per quelle grigliate al ritorno dalla spiaggia.

Ma un re come Anco Marzio non poteva certo limitarsi a costruire strade e colonie. Con uno spirito ingegneristico che avrebbe fatto invidia ai migliori architetti di oggi, intraprese la costruzione di mura attorno a Roma, annettendo i colli Gianicolo e Aventino, perfetti per ospitare tutti quei poveri deportati dai villaggi ribelli.

E per collegare queste nuove estensioni della città, cosa fa? Costruisce il primo ponte di legno, il ponte Sublicio, perché evidentemente a quel punto non gli bastava più camminare solo su terra ferma.

Insomma, nonostante fosse zoppo, Anco Marzio seppe muoversi abbastanza bene nel panorama politico e urbanistico di Roma. Morì di morte naturale, cosa rara per un re che non aveva paura di un po’ di sana guerra. Con la sua scomparsa, i romani persero un sovrano che aveva saputo camminare (con qualche difficoltà) tra pacifismo e bellicismo, dimostrando che anche un re con l’anca marcia poteva lasciare un’impronta di duratura.

E così, mentre i romani continuavano a bagnarsi nelle acque del mare grazie alla sua Ostia, forse qualcuno tra loro si fermava un attimo a riflettere su quanto fosse ironico che il loro re più immobilizzato fosse stato anche uno dei più dinamici. Ma, come amavano dire: “È tutta questione di equilibrio… e di un’anca marcia.”