LA PRIMA GUERRA DI ROMA

Come ogni grande storia che si rispetti anche per Roma è venuto il momento dove si tirano fuori le unghie e si fa valere la legge del più forte e se il mito ha una logica, allora non poteva andare diversamente, perchè la prima vera guerra di Roma avviene per le donne, come per Troia anche se le cose andranno diversamente.

Infatti lo scontro con i Sabini non poteva essere evitato dopo il famoso furto delle donne messo a segno dai Romani nei loro confronti; Ora i Sabini rimasti senza donne che altro potevano fare se non la guerra.

Lo scontro avvenne ai piedi dei colli Campidoglio e Palatino, dove, in futuro, sorgerà il foro romano.

I due comandanti che si fronteggiarono furono Mezio Curzio per i Sabini e Ostio Ostilio per i romani, un bestemmiatore incallito, non che questo sia importante se non per ricordare che durante la battaglia fu il comandante romano a morire e sembrava che la guerra volgesse a favore dei Sabini, ma Romolo, vedendo il corso della battaglia, decise di scendere personalmente in campo e iniziò a sbaragliare con veemenza le fila dei Sabini.

Fu allora che le fanciulle rapite, che fino a quel momento se ne stavano in terrazza a vedere lo spettacolo, realizzarono quanto stava accadendo e intervennero per dividere i rivali, in fondo da una parte vi erano i mariti, dall’altra vi erano i padri e i fratelli…, perciò pensarono che in ogni caso i loro figli sarebbero stati o orfani o senza zii e nonni.

Le parti in guerra si commossero da tale atto di coraggio e fecero la pace, unendo i due popoli in un unico regno gestito, insieme, da Romolo e Tito Tazio Re dei Sabini.

Qualche anno dopo, però, tal Tazio o Tito che dir si voglia, fu misteriosamente ucciso e Romolo rimase l’unico regnante.

Ci pare alquanto strana la misteriosa e provvidenziale  morte del Re Sabino,  per mano sconosciuta e a cui non seguì alcuna indagine apparente, ma tant’è a Roma dovremo abituarci a registrare questi fatti oscuri.

Poi, perché chiamarli oscuri, in fondo erano affari loro.

Romolo continuò a prendersela con i popoli vicini e conquistò prima Medullia e poi Fidene, città vicine inutili e indegne e che, fra l’altro, non erano state razziate dalle donne nel famoso ratto narrato poc’anzi.

Il fatto è che, ormai, ci aveva preso gusto ad attaccar briga con i popoli vicini e, non sazio, finì per conquistare anche la città di Cameria ed infine sconfisse anche la potente città etrusca di Veio.

Quando uno inizia a fare una cosa e gli viene bene non ha voglia di smettere ma anzi di continuare… così è la vita, così è la storia.

ROMOLO E LE QUOTE ROSA

Quando si tratta di fondare una nuova città, soprattutto se questa città è avvolta nel mito, tutto può sembrare grande, bello, eccitante … ecco, magari non proprio così eccitante!

Infatti, nella nuova città, Roma, mancava un particolare importante, ovvero scarseggiavano le donne!!!

Già, perché gestire gente ansiosa di riscatto è una cosa, ma gestire assatanati maschioni con ormoni in libertà era ben altra questione e Romolo, novello Re, doveva procurare delle donne ai suoi cittadini … insomma fra le prime difficoltà si trovò nella condizione di, oggi diremmo, garantire le quote rosa …. facile a dirsi, ma come fare?

Romolo salì sul colle più alto a meditare e guardandosi attorno vide che le città dei popoli vicini erano piene di donne, perciò, pensò, bastava prenderle…!

Certo gli altri non le avrebbero cedute facilmente e non l’avrebbero certo presa bene, questa originale iniziativa, ma d’altra parte disse fra sé e sé “vita mea donna tua”.

Per raggiungere tale obbiettivo si tentò la via diplomatica ma i vari popoli, davanti a tale proposta si indignarono e cacciarono i diplomatici, perciò Romolo organizzò una grande festa in onore di Nettuno equestre e invitò alla festa i popoli vicini, ovvero i Ceninensi, gli Antemnati, Crustumini e i Sabini, quest’ultimi erano i più vicini di casa perché stavano sul colle vicino chiamato Quirinale.

I popoli accettarono di buon grado e con figli e consorti accorsero alla festa, se non altro per la curiosità di vedere la nuova città; come vedete la curiosità di vedere Roma è all’origine della sua storia.

L’obbiettivo è quello di organizzare un mega rapimento delle donne nel bel mezzo della festa e quando la festa arrivò al suo apice, scoppiò un tumulto e i giovani romani corsero per rapire le fanciulle; molte cadevano nelle mani del primo capitato mentre quelle più belle erano destinate ai senatori… il fato divino o il fascino del potere?

Terminato lo spettacolo i genitori delle fanciulle rapite, frastornati, scapparono e le fanciulle furono lasciate in balia dei giovani romani.

Tutto sembra apparire assai brutale ma qualcosa di strano, quella notte, accadde, perché Romolo riuscì a placare gli animi delle fanciulle in maniera molto veloce, forse troppo, insomma sospetta.

Evidentemente aveva usato “argomenti validi” oppure, forse, viene il sospetto che alle fanciulle, tale situazione, non dispiacesse, poi, così tanto.

Sembra che le cortesi attenzioni e la passione dimostrata dai giovani romani abbia colpito nel cuore le fanciulle che erano, evidentemente, abituate male e trattate peggio nelle loro città.

Anche Romolo trovò moglie fra queste fanciulle, il cui nome era Ersilia, da lei ebbe poi anche una figlia chiamata Prima ed un figlio di nome Avilio, ma di questi gossip a noi ce ne può fregar di meno.

Tali attenzioni placarono, dunque, l’ira delle fanciulle rapite ma non l’ira dei popoli defraudati dalle loro migliori e giovani donne.

I primi a muovere armi contro Roma furono i Ceninensi che furono battuti e Romolo stesso uccise il loro comandante, di nome Acrone, per poi contrattaccare la loro città e una volta espugnata la assoggettò al suo regno.

Tale sorte toccò poco dopo agli Antemnati e poi ai Crustumini.

Romolo, oltre ad assoggettare le città, allargando il suo dominio, concedette ai genitori e i parenti delle fanciulle rapite di stabilirsi a Roma e ciò aumentò il consenso sia delle fanciulle che dei popoli vinti.

Tranne i Sabini!

Infatti la maggior parte delle fanciulle rapite erano Sabine, ecco perché il fatto è passato alla storia come il ratto delle Sabine e quelli non erano degli sprovveduti, pertanto armi e bagagli si gettarono contro Roma … ma questa è un’altra storia.

LA PRIMA ROMA DI ROMOLO

Romolo tratteggiò i confini della nascente città, ma dentro questi confini vi erano solo alcuni pastori ed essere un Re di alcuni pastori non deve essere risultato molto eccitante.

Perciò, Romolo fece una gran pubblicità in tutta l’area, invitando tutti coloro che chiedevano asilo, rifugiati, esiliati, anche i criminali, schiavi fuggiti e ogni altro derelitto che non poteva essere accettato benevolmente presso le città circostanti, a venire a vivere in città e, in men che non si dica, la città si popolò e il colle Palatino non fu più sufficiente.

Romolo, quindi, allargò i confini e riempì ben cinque dei sette colli circostanti.

Incredibile constatare quante strane e anche brutte persone vi erano in giro da quelle parti e altrettanto indicativo era pensare a quale tipo di vita vi si era instaurata in città, con tutte quelle persone non sempre raccomandabili e certamente difficili da far coesistere e convivere insieme.

Pensare che le radici di Roma hanno queste caratteristiche la dice lunga sulla voglia di riscatto, anche rabbiosa, che aveva questa nuova comunità.

Occorre precisare che, richiedenti asilo, rifugiati e schiavi, tranne i criminali, non necessariamente erano delle brutte persone ma certamente avevano un gran desiderio di riscatto e Romolo incanalò queste incazz… ehm, attese, creando una comunità altamente combattiva e competitiva.

Infatti una delle caratteristiche che accomunavano tutte le genti era l’astio verso le città e le popolazioni vicine che non erano state tenere con loro o, a dirla in modo pacato, non molto accoglienti.

Questo unione di persone in un luogo solo fece preoccupare non poco il vicinato che vedeva con sospetto la nascita di una città fatta da scarti e ribelli.

Intanto Romolo divise la popolazione fra coloro che potevano combattere e quelli che non erano in grado di farlo, a quel tempo non era ancora diffuso il vizio dei finti riformati e invalidi, perciò i combattenti formarono un nutrito esercito.

Prese, poi, le genti di origine nobile e formò un organo istituzionale chiamato Senato, per discutere le questioni della città e istituì i Comizi curiati con il compito di emanare leggi e tutti costoro erano volontari ovvero non erano pagarli, questo vizio, di essere pagati per governare, pertanto, non è da attribuirsi alle origini romane, non era congenito ma verrà ad instaurarsi più tardi.

ROMOLO E REMO GEMELLI LITIGIOSI

Se qualcuno ha in mente che Roma è un coagulo di litigi politici, non c’è da stupirsi perchè questo è proprio nel DNA della nascita di Roma; Infatti si narra che i due pargoli gemelli, una volta cresciutelli, dopo aver fondato la città, si diedero subito alla nobile e antica pratica del litigio, cosa che in verità avevano praticato fin dalla nascita anche se nessun storico lo vuole ammettere per lasciare intonso il mito dei gemelli uniti per la pelle.

In realtà non era così e quando venne il momento di stabilire a chi fosse toccato essere il Re di questa nuova città, furono scintille perchè già fra i due non correva buon sangue.

Secondo una pratica antica di quei pastori, tali scelte, in ogni caso, non venivano lasciate al caso!

Essi si affidavano alla volontà divina che si manifestava in diverse modalità; quella scelta dai due gemelli per dirimere la questione fu con il volo degli uccelli, avessero usato un dado sarebbe stato più semplice e finanche più sicuro, ma così si usava a quel tempo.

Perciò, si racconta o si vuole far credere, che essi si piazzarono su due colli e colui che avesse avvistato il maggior numero di uccelli, avrebbe vinto e ricevuto la benedizione degli Dei diventando Re di Roma.

Facile a dirsi ma un po’ più difficile da praticarsi, infatti, Remo si piazzò sul colle Aventino e avrebbe, si dice, per primo, avvistato sei avvoltoi (secondo la sua parola, non vi erano testimoni) mentre Romolo attestato sul Palatino ne avrebbe visti dodici (sempre senza testimoni).

Non poteva che finire in rissa!

Uno sosteneva che aveva più valore chi li ha visti per primo e l’altro sosteneva che contava di più il numero di uccelli avvistati, come vedete le regole vanno scritte bene altrimenti sono guai.

Dallo scontro, Remo ebbe la peggio e morì, non sappiamo se per mano violenta del fratello oppure per un colpo apoplettico durante la discussione, c’è persino chi insinua che morì a seguito dell’attacco dei falchi avvistati da Romolo che li aveva istruiti notte tempo a dovere.

Così Romolo, rimasto solo divenne Re e, si dice, prese un aratro con il quale tracciò i confini della sua nuova città … perbacco magari è stato proprio così ma facciamo fatica a vedere Romolo, un tipo un po’ viziatello, che usa l’aratro, inoltre, si dice, che vi alzò delle mura difensive … ecco a questo punto ci rifiutiamo di pensare che fece tutto da solo … avrà avuto dei complici!

In ogni caso COSI’ NACQUE ROMA! 

Come si dice … “fatta Roma ora bisogna fare i romani”

L’ALUZINNU IL BUFFONE BABILONESE

Spesso si è tentati di pensare che gli antichi facevano solo guerre e atroci vendette, faide familiari e altre cose tristi e serie ma non ci è mai passato dalla testa che anche quei popoli sapevano divertirsi e ridere.

Questo stato delle cose è decisamente colpa degli storici, concentrati sui fatti politici e militari e sulle tragedie popolari e umane che non avevano tempo di sorridere un po’ e pertanto hanno trasmesso ai posteri un messaggio di popoli mesti, tristi, rabbiosi e rancorosi.

Ma la nostra natura è quella di dare il sorriso alla storia e allora non potevamo tralasciare di raccontare quello che fu l’antenato del comico, colui che aveva il compito di far ridere la gente.

Al tempo degli Assiri-Babilonesi vi era quello che noi chiameremmo “pagliaccio” o più comunemente “comico” e il suo nome era Aluzinnu che significava, tradotto letteralmente, colui che siede su una capra.

Indubbiamente questa postura determinava già un segno inconfondibile di presenza ma a ciò si aggiungeva, di volta in volta, un costume vivace persino scandaloso, spesso si travestivano da donna e vezzeggiando facevano la parodia di di nobildonne o si truccavano per sbeffeggiare nobili e Re.

Tali eventi avvenivano alla luce del sole, nelle strade e nelle piazze e tutto ciò era ben accetto o comunque tollerato perchè far ridere era anche terapeutico per il popolo che altrimenti avrebbe sfogato diversamente le loro disgrazie.

Certamente non accadeva tutti i giorni ma solo in determinate festività religiose, dove in fondo tutto o quasi è permesso.

L’aluzinnu è pertanto l’antenato del comico, del buffone, dei pagliacci e i più bravi o i più graffianti venivano ospitati nelle feste dei nobili e nelle coorti per allietare e stemperare le tensioni fra i conviviali.

Non di rado qualcuno magari esagerava o aveva la sfortuna di esibirsi in un momento sbagliato e allora, alla fine della performance dove faceva ridere tutti, faceva la fine di chi non rideva più, con buona pace della tolleranza … che volete farci ad ogni mestiere corrisponde un rischio.

L’IMPORTANZA DELLE MAGHE FRA GLI ITTITI

Vi sono tradizioni che risiedono nella notte dei tempi di ogni popolo che determinano l’importanza di personaggi e mestieri che altrimenti non avrebbe ne senso di esistere ne meriterebbero di essere ricordati.

Alcune situazioni come malattie, litigi e dolori esistenziali sono presenti con vari tratti distintivi in ogni popolo ma ogni popolo trova modalità proprie per risolverli o trattarli, gli Ittiti avevano creato un mestiere apposito per le occasioni dove il dolore non era apparentemente guaribile.

Una maga, utile in tutte le occasioni, capace con rituali improbabili di far pensare che il problema fosse risolto; da questa maga si rivolgevano fiduciosi gli Ittiti con malattie, spesso incurabili oppure immaginarie ma soprattutto si rivolgevano per sanare diatribe familiari e lo facevano con rituali che consentivano di trasferire le sventure verso un capro espiatorio da eliminare.

Per esempio: si racconta in un antico testo Ittita su come liberarsi dei litigi fra parenti, pratica assai diffusa, ebbene, occorreva rivolgersi alla vecchia signora, così veniva chiamata la maga, portandogli una pecora nera che veniva sacrificata con riti e modalità che oggi verrebbero considerati atti penali dagli animalisti, tutta la rabbia veniva fatta sfogare sull’animale, personificazione del parente odiato, fino ad ucciderlo.

Così una volta sfogata la rabbia si poteva continuare con più tolleranza il rapporto con il parente odiato.

Se pensiamo che tali maghe erano assai diffuse, possiamo facilmente pensare che di rabbia da sbollire fra gli Ittiti ve ne fosse in quantità industriale ma certamente le vecchie signore erano da considerarsi un perno della giustizia sociale e utili ad un equilibrato rapporto fra le genti …. si fa per dire.

Non osiamo pensare cosa possa avvenire oggi se questa pratica fosse ancora attiva, altro che giudici di pace … inoltre non è detto che come capro espiatorio fosse sempre un animale ma poteva capitare di prendere il primo che passava da quelle parti, animale o umano … l’importante era sfogarsi per bene.

LA LEGGENDA DI ROMOLO E REMO

Dal leggendario arrivo di Enea nel lazio, facendo qualche passo più in là, ovvero alcune generazioni seguenti, non soddisfatti delle leggende precedenti, ci imbattiamo nella leggenda più famosa, quella di Romolo e Remo che se non fosse stata inventata, e magari è proprio così, non godremmo del fascino suscitato da questa incredibile e improbabile storia.

Per farla breve, altrimenti ci perderemmo nella notte dei tempi, ci ritroviamo nella regione italica del Lazio in quella che era la città più in vista di quell’area, ovvero Alba Longa.

Come legittimo Re di Alba Longa vi era un certo Numitore, che aveva un fratello minore di nome Amulio, quest’ultimo molto ambizioso, che fece uccidere il fratello e pure il figlio, ovvero suo nipote, relegando la bellissima figlia di Numitore, Rea Silvia, in un convento come vergine vestale, garantendosi in questo modo il trono.

Rea Silvia, donna bellissima, paragonabile alle attuali modelle, si unì (modo aulico per dire che fecero plin plin) niente poco di meno che con il dio Marte.

Dall’unione di questi bei soggetti nacquero due gemelli Romolo e Remo.

Amulio, allora, si preoccupò e temendo che la legittima discendenza del fratello spodestato, Numitore, avrebbe potuto, un giorno, riprendersi il trono, fece rapire i due pargoli e li abbandonò in una cesta sulle sponde del Tevere.

Io dico che se devi fare un lavoro, fallo bene e portalo a termine, invece, ironia della sorte i due pargoli sopravvissero.

Infatti, una Lupa depressa che passava di lì, ( non poteva che essere depressa altrimenti ne avrebbe fatto un solo boccone) sentito il loro gemito li allattò e ne ebbe pietà portandoli sull’uscio della casa di un pastore di nome Faustolo che con la moglie Acca Laurentia, (il nome acca sembra derivato dal grado di ignoranza della donna che sembra non capisse un “acca” , appunto) non potendo avere figli, li adottò.

Non so se vi rendete conto,  vorrei fare un piccolo riepilogo della situazione:

Un dio scopa una modella, i due pargoli nati da questi amanti vengono abbandonati e ci vuole una lupa depressa, e una coppia di coniugi che non potevano avere figli e che vivevano in mezzo al nulla perché possa nascere una città che diventerà il faro del mondo!!!

I due pargoli, dunque, crebbero e quando furono grandi, non si capisce come e perché, qualcuno gli disse quello che era capitato e loro, arrabbiati, si scagliarono contro lo zio Amulio e si ripresero il trono.

Memori della loro infanzia, tornarono nella zona della casa di Faustolo e lì vi fondarono una nuova città di nome ROMA.

LA LEGGENDA DI ENEA NEL LAZIO

Abbiamo già avuto modo di parlare del prode Enea che fuggendo da Troia sbarca in Italia. Ecco che a questo punto possiamo concentrarci sulla leggenda di Enea in Italia.

Diciamo leggenda per permetterci di raccontare liberamente ma non scarterei a priori che molto di ciò che andiamo narrando sia davvero accaduto.

Perciò ecco che arriva il prode Enea, sbarca, si guarda intorno, gli piace il clima, gli piace il cibo e allora decide di stabilirsi in zona.

Non è chiaro se lui sapesse dove si trovava ma noi sappiamo che era sbarcato sulle spiagge del lazio, in Italia; perciò, visto che si trovava bene, si colloca da quelle parti, fondando una propria città.

Il Re degli Aborigeni di quel tempo, un certo Latino, venuto a sapere di questo illustre straniero arrivato nella sua zona, volle tenerselo buono, (in fondo erano popolazioni pacifiche) anche perché era preceduto da una fama piuttosto guerreggiante.

Perciò, visto che girava voce che i troiani erano famosi nel portarsi via le donne d’altri, volle prevenire tale situazione e gli diede in sposa la figlia di nome Lavinia. Enea gradì tale dono e per dimostrarlo, in onore della sua sposa, chiamò la sua nuova città, appunto, Lavinia.

Enea, però, non era fortunato con le donne, infatti, come ricorderete,  per colpa di Elena, perse la sua città e ora si trova come sposa Lavinia, senza che lo avvertissero che, precedentemente, era stata promessa in sposa a Turno, Re dei Rutuli, personaggio strano, di un popolo strano, dedito a turno nel rotolarsi per terra.

Tutto considerato era comprensibile che il Re Latino avesse preferito Enea a quello sporcaccione, ma così non la pensava Turno che, arrabbiato, chiese all’alleato etrusco Mesenzio di aiutarlo a spazzare via questi stranieri e ne scaturì un conflitto, stavolta, vinto da Enea, che era ormai esperto in siffatte situazioni e che durante il quale sia Turno che Latino muoiono.

Enea, quindi, vincitore, assume il comando anche degli Aborigeni e da quel momento nasce un unico popolo che vennero comunemente chiamati Latini, in onore del suocero scomparso.

Alla morte di Enea, perché anche gli eroi muoiono, il trono passa al figlio Ascanio che volle allargarsi ulteriormente e fondò un’altra città con il nome di Alba Longa.

LUNGO IL TEVERE PRIMA DI ROMA

Si racconta, che dopo un lungo peregrinare per il mediterraneo, ritroviamo sulle sponde del Tevere, l’eroe troiano Enea, sfuggito alla disfatta casalinga e approdato dopo diverse traversie in questa zona.

Ma, pur non sapendo che le cose andarono in questo modo, in ogni caso, prima di lui, in quella zona vi erano gli Aborigeni, popolo proveniente dall’Arcadia, che avevano cacciato dalla zona, con l’aiuto degli alleati Pelasgi di origine tracia, i Siculi, quest’ultimi riparatosi poi a sud su un’isola e conosciuti come un popolo normalmente fortunato e che avevano spesso… si-culo, altre fonti danno risalto più ad altre, loro, caratteristiche somatiche del basso schiena ed altri ancora che variamente fanno presagire che fossero una comunità di gay, ma noi sappiamo che queste fonti, già narrate in passato e annoverate come “fonti anali” debbano essere prese con le pinze, anche se è corretto, da parte nostra, darvene menzione.

Negli anni seguenti, esuli della città greca di Pallantio, città nota, pensiamo, per le sue esagerate bugie, guidati da un certo Evandro, che nella nostra immaginazione pensiamo fosse il primo uomo trans, metà donna (Eva) e metà uomo (Sandro), chiesero asilo politico e vennero accolti dal Re degli Aborigeni Fauno, un monarca particolare, tipo Re Leone e ricordato per il suo carattere bestiale ma anche per la sua predisposizione animalista, il quale gli concesse un colle dove potersi stabilire e quel colle, in onore della loro città di origine, cioè Pallantio, fu chiamato Palatino.

Questi esuli introdussero l’alfabeto greco e modi più civili provenienti dalla più evoluta Grecia, almeno così viene narrato, dando l’impressione che da quelle parti si vivesse in modo rozzo e incivile.

Da citare che da quelle parti passò anche il famoso Ercole di ritorno da un suo viaggio, qualcuno dice guerra, in Iberia, fu persuaso dai suoi connazionali di aiutarli a liberarsi da un brigante invadente di nome Caco, forse all’origine di una pianta del luogo.

Questo Caco doveva essere un tipo piuttosto violento e particolarmente rozzo e dovunque passava lasciava il suo segno con escrementi piuttosto evidenti, ecco perchè, ancora oggi, chi esagera in questo senso viene chiamato caco-ne.

LA FESTA DELLE PALILIE

Il 21 aprile del 753 a.C., è ricordato come la data in cui nasce Roma ma in realtà, in quei luoghi era la data della festa delle Palilie.

Che la nascita di Roma sia concomitante con una festa, anzi forse propiziata dalla stessa, non ci deve sorprendere, d’altra parte, in quei luoghi si festeggiava spesso e volentieri per diversi motivi.

Ma veniamo alla festa in questione; Gli antichi pastori del Lazio festeggiavano, in onore di una oscura divinità chiamata Pale, protettrice di terra e bestiame (che abitava sul colle Palatino) l’arrivo della primavera e con essa il risveglio della natura… insomma una festa verde e naturalistica, oggi diremmo green.

Nell’antichità, per questi pastori, ogni albero, collina, fiume, sorgente aveva un protettore e prima di tagliarlo, cambiarlo, deviarlo occorreva fare richiesta con lauti sacrifici, un modo rispettoso di salvaguardare la natura e anche una spiegazione della nascita degli iter burocratici che in quel luogo si stavano formando e che avranno ripercussioni su tutta l’umanità nel futuro.

Aprile, del resto era il mese delle feste agricole, infatti prima dei Palilia, il 15 aprile c’era la festa della Fordicidia e poi dopo la Palilia , il 25 aprile si festeggiava la Robigalia.

Ora, non stiamo qui, troppo ad indugiare su queste tradizioni festaiole dei pastori laziali ma era bene raccontarveli per farvi capire in che contesto di esuberante festosità, di ubriacatura collettiva il 21 aprile del 753 a.C. nasceva, in questi luoghi ROMA.

IL CONTESTO STORICO

La zona era abitata da pastori divisi in villaggi che praticavano agricoltura e allevamento e solo dal 900 a.C. comparvero i primi artigiani e mercanti.

Nacquero villaggi anche lungo il fiume Tevere, il cui nome, ci piace pensare, era così chiamato perché lungo il suo scorrere si usava offrire il te, quello vero, perciò venne chiamato dalle popolazioni dell’area “Te-vere”, il quale, a quei tempi, era attraversabile e rappresentava una via obbligatoria tra gli Etruschi, antipatici, a nord e le colonie greche snob a sud.

Un crocevia assai pericoloso perchè tra Etruschi e colonie Greche era difficile pensare che vi fossero dei rapporti amicali ma, d’altra parte, questi incroci erano anche fonte di grandi ispirazioni.

Proprio nel luogo dove nascerà il villaggio di Roma vi era il percorso della via del sale… ecco spiegato perché quel villaggio fin dalle sue origine non poteva essere “insipido”, anche questo può annoverarsi come un segno del destino.