
Ci sono popoli antichi che la storia ci consegna con comode etichette: “agricoltori”, “commercianti”, “pastori”, “gente tranquilla”. E poi ci sono gli Sherdana, che invece sembrano usciti da un curriculum scritto da uno che non ha capito bene la domanda. Professione? Pirata. Anche mercenario. Ogni tanto guardia del corpo del faraone. Origine? Discussa da almeno un secolo e mezzo. Pronuncia del nome? Già lì partono le risse.
Per cominciare, mettiamo in chiaro una cosa: Sherdana, non Shardana. Sì, perché già il primo grande contributo di questo popolo alla storia è aver costretto generazioni di studiosi, appassionati e conferenzieri improvvisati a correggersi a vicenda. Il motivo è semplice e magnificamente tecnico: gli Egizi scrivevano ŠRDN, ma non segnavano le vocali. Quindi per un bel po’ qualcuno ha infilato una “a” e ha detto: “Facciamo Shardana, suona bene”. Peccato che poi i testi ugaritici abbiano fatto capolino dicendo, in sostanza: “Scusate, in realtà sarebbe più vicino a Sherdana”. E niente, già qui questo popolo si distingue: prima ancora di capire da dove venissero, bisogna capire come chiamarli senza irritare un filologo.
Dopodiché inizia la parte divertente. Le prime menzioni compaiono nelle lettere di Amarna, intorno al 1350 a.C., e gli Sherdana non si presentano certo come membri del circolo del ricamo. No: appaiono già come pirati e mercenari, pronti a offrire i propri servizi ai signori locali. Cioè, detto in termini moderni, erano il genere di gente che potevi incontrare o mentre ti assaltava la nave o mentre veniva assunta per proteggerti da quelli che assaltavano le navi. Un modello di business molto elastico.
Poi arriva Ramses II, che nel 1278 a.C. ha a che fare con loro dopo uno scontro navale lungo le coste egizie. E qui la storia compie una delle sue piroette preferite: da pericolosi incursori, gli Sherdana diventano guardie personali del faraone. È una trasformazione che ha qualcosa di profondamente mediterraneo. Tipo: “Quelli ci hanno appena attaccato.” “Perfetto, assoldiamoli.” E in effetti bisogna riconoscere agli Egizi un certo pragmatismo. Se qualcuno è difficilissimo da battere, una soluzione intelligente è pagarlo e metterlo all’ingresso del palazzo.
Ramses II, del resto, li descrive con grande rispetto e un pizzico di sconforto. La stele di Tanis li presenta come ribelli arrivati “dal centro del mare”, gente che nessuno sapeva come combattere. Che è più o meno il massimo complimento militare che si possa ricevere nell’età del bronzo. Gli Sherdana dovevano essere il genere di avversari che, quando comparivano all’orizzonte, facevano dire alle guarnigioni costiere: “Bene. Oggi niente relax.”
E non finisce lì. Nella battaglia di Qadesh, ben 520 Sherdana fanno parte della guardia personale del faraone. Li vediamo raffigurati con il loro celebre elmo cornuto, la specie di pallina in mezzo, lo scudo rotondo e le spade tipo Naue II. In pratica, avevano un look talmente riconoscibile da sembrare il primo esempio di merchandising bellico. Tu ne vedevi uno da lontano e capivi subito che non era il caso di discutere sul prezzo del pedaggio.
Ma la vera meraviglia degli Sherdana è che non si accontentano di essere guerrieri tosti. No. Vogliono anche diventare un enigma permanente per gli studiosi. Da dove vengono? E qui si apre il grande torneo mondiale delle ipotesi.
Da una parte ci sono quelli che dicono: erano legati alla Sardegna, forse alle popolazioni nuragiche. E in effetti l’argomento ha un suo fascino poderoso. I bronzetti sardi mostrano guerrieri con elmi cornuti e scudi tondi. Gli Egizi raffigurano Sherdana con elmi cornuti e scudi tondi. A quel punto metà degli archeologi dice: “Signori, il caso è praticamente risolto”. L’altra metà risponde: “Calma, l’archeologia non è un gioco delle coppie”.
Dall’altra parte ci sono gli studiosi che li immaginano provenienti dall’area egeo-anatolica o siro-palestinese, magari approdati in Sardegna in un secondo momento. In pratica, secondo questa teoria, gli Sherdana non sarebbero partiti dalla Sardegna, ma ci sarebbero arrivati dopo aver già seminato una certa vivacità altrove. Una specie di trasloco armato di fine bronzo.
La cosa straordinaria è che ogni ipotesi ha i suoi argomenti, i suoi reperti, i suoi confronti linguistici, le sue ceramiche, i suoi bronzetti, i suoi paralleli architettonici e naturalmente i suoi sostenitori pronti a difenderla con la passione di chi non sta discutendo di popoli del mare, ma dell’ultima fetta di torta al pranzo di famiglia.
In tutto questo, gli Sherdana se la ridono da tremila anni. Perché, mentre noi cerchiamo di capire se fossero sardi, anatolici, siriani, corsi, migranti, mercenari globalizzati o tutte queste cose insieme, loro nelle fonti antiche fanno una figura chiarissima: erano gente di mare, gente d’armi, gente mobile, perfettamente a loro agio nel caos internazionale della tarda età del bronzo. Dove circolavano metalli, beni preziosi, navi, guerre, commerci e opportunità di fare carriera impugnando una spada.
E la carriera, va detto, la fecero eccome. Da pirati a guardie del corpo del faraone. Da invasori a coloni. Da problema militare a problema filologico. Non è da tutti.
Forse il segreto degli Sherdana è proprio questo: erano talmente bravi ad adattarsi che ancora oggi sfuggono a una definizione comoda. E in fondo è un destino meraviglioso. Mentre altri popoli si lasciano archiviare in due righe di manuale, loro no. Loro restano lì, con l’elmo cornuto, lo scudo tondo e l’aria di chi ti dice: “Vuoi sapere chi siamo davvero? Studia ancora un po’.”
E intanto, dal centro del mare, continuano a vincere anche l’ultima battaglia: quella contro le certezze troppo facili.