IMHOTEP: IL MULTITASKER CHE INVENTÒ LA PIRAMIDE E IL MAL DI SCHIENA

Ci sono figure storiche che si fanno notare per un’impresa sola, tipo Guglielmo Tell che tirò una freccia a una mela e da lì in poi visse di rendita tra mele, leggende e gadget da bancarella. Poi c’è Imhotep, che nel 2650 a.C. decise di non accontentarsi e di lasciare il segno in almeno tre o quattro campi, perché a quanto pare dormire otto ore a notte non era ancora di moda. Architetto, medico e visir del faraone Djoser, Imhotep è ciò che oggi definiremmo “un curriculum che ti fa sentire un fallimento anche se hai appena imparato ad avvitare una mensola IKEA senza piangere”.

Siamo nell’Antico Egitto, un’epoca dove ogni tanto qualcuno inciampava in una divinità, il sole era considerato una persona piuttosto insistente, e costruire monumenti era lo sport nazionale, un po’ come oggi l’happy hour. Djoser, faraone con un certo gusto per l’architettura alternativa, decide che per la sua tomba non vuole la solita mastaba di fango e nostalgia, ma qualcosa che faccia dire “wow” anche ai posteri. Entra in scena Imhotep, che probabilmente stava già costruendo un acquedotto, curando una diarrea cronica e scrivendo un trattato di anatomia, quando venne chiamato per una “piccola commissione”.

Imhotep guarda la mastaba, poi guarda il cielo, poi guarda il progetto e dice: “E se ne mettessimo sei, una sopra l’altra?” Gli altri lo guardano in silenzio, qualcuno inizia a piangere, un sacerdote svenne e un capomastro propone di costruirla tutta in sabbia pressata per risparmiare sui materiali. Ma Imhotep non si scoraggia, tira fuori il suo papiro da disegno, schizza una roba geometrica che neanche Escher nei suoi giorni migliori, e così nasce la piramide a gradoni di Saqqara, la prima della storia. Prima di lei c’erano solo cumuli dignitosi, dopo di lei l’Egitto entrerà in un trip da “quanto possiamo farle alte prima che ci serva l’ascensore?”

Mentre gli operai spingono blocchi di pietra pesanti come una zia che si è seduta sul divano e non si vuole più alzare, Imhotep gira per il cantiere con la tranquillità di chi sa di stare facendo qualcosa che durerà millenni, oppure di chi ha assunto l’equivalente egizio della valeriana. Ma non è solo pietra e calce (o meglio, fango e magia): Imhotep è anche medico, e non di quelli che ti guardano un’unghia incarnita e ti dicono di bere più acqua. No, lui scrive trattati, sperimenta, e pare sia stato il primo a capire che forse aprire il corpo umano per capirci qualcosa non era un’idea del tutto malsana – se fatta con grazia e senza farsi prendere troppo dall’entusiasmo.

E come se non bastasse, quando Djoser aveva il mal di testa, il mal di potere o il mal di suocera (probabilmente tutte e tre le cose), chi andava a risolvere la questione? Esatto, Imhotep. Perché essere visir significava dover rispondere a domande difficili tipo “quanto grano abbiamo immagazzinato?”, “che faccia faccio con i delegati della Nubia?” e “perché Ra mi guarda storto?” Insomma, Imhotep era un po’ il pronto soccorso, il ministro delle infrastrutture e l’oracolo del villaggio tutto in uno. Se oggi ci provi, ti licenziano per abuso di multitasking e ti consigliano una pausa digitale. Lui, invece, venne divinizzato.

Sì, perché col tempo la gente iniziò a dire: “Questo non può essere un essere umano, è troppo bravo, sicuramente è un dio o un’entità soprannaturale con ottime competenze in Excel.” E così Imhotep passò da “persona che fa tutto” a “divinità ufficiale”. Nacquero templi in suo onore, offerte, preghiere, e probabilmente almeno una marca di unguenti miracolosi con la sua faccia in etichetta. Se il marketing fosse esistito nell’Antico Egitto, avremmo avuto la “Pomata Imhotep: cura le piaghe e progetta templi al contempo!”

In un’epoca in cui il massimo della carriera era costruire una tomba che non crollasse prima della morte del proprietario, Imhotep si ritrovò immortale. E non solo nella memoria: i Greci lo associarono ad Asclepio, il dio della medicina, e lo citarono come un esempio di saggezza, sapienza e totale mancanza di tempo libero.

Oggi, mentre noi ci lamentiamo perché il mouse non funziona o perché Zoom si blocca durante una riunione, possiamo guardare alla figura di Imhotep e pensare: “Almeno non devo costruire una piramide prima di pranzo.” E magari, in suo onore, possiamo finalmente montare quella mensola IKEA senza invocare divinità egizie a caso.

Imhotep, in fondo, è la dimostrazione che con un po’ di ingegno, tanta pazienza e una straordinaria tolleranza allo stress, puoi passare da “quel tipo strano con troppe passioni” a “divinità pluriusata per almeno tremila anni”. Un esempio per tutti noi. Ma anche, diciamocelo, un po’ un rompiscatole per chi deve reggere il confronto.

Anco Marzio: il re zoppo che non sapeva stare fermo

Un giorno di quel lontano 641 aC, a Roma, successe qualcosa di veramente straordinario: il trono passò nelle mani di Anco Marzio, un uomo che, oltre a essere nipote del tranquillo Numa Pompilio, vantava una particolarità che avrebbe reso orgoglioso chiunque avesse avuto la fortuna di avere due gambe sane: una anca decisamente poco collaborativa.

Questo re, scelto dal popolo più per disperazione che per convinzione, era conosciuto per la sua “anca marcia”, che però non gli impedì di farsi chiamare con un nome molto più regale, Anco Marzio. D’altronde, “Anca Marcia” suonava troppo come un nome da matrona romana e non da virile sovrano.

Succeduto al guerrafondiario Tullo Ostilio, i romani pensavano che, con una gamba così, Anco Marzio avrebbe passato più tempo a rilassarsi sul trono che a correre sui campi di battaglia. Ma oh, come si sbagliavano!

Nonostante la sua zoppia, Anco Marzio era tutt’altro che un re pacifista. La storia ci racconta di un uomo che, pur non potendo correre personalmente tra le spade, scatenò una serie di guerre con i vicini un po’ troppo chiassosi e per niente intenzionati a stare tranquilli. E, naturalmente, ogni volta che c’era una rivolta, chi pensa che fosse il primo a saltare… beh, forse non saltare, ma a incitare al contrattacco? Proprio lui, il re zoppo.

Oltre a non sapere stare fermo, Anco Marzio era anche un amante del mare, tanto che si dice che la vista della spiaggia di Ostia lo emozionasse al punto da far quasi guarire la sua anca problematica. Fu lui a fondare la città di Ostia, la prima colonia romana sul mare, e si racconta che il nome derivasse dall’espressione esclamativa dei romani alla vista dell’acqua: “Ostia!” Che, nonostante la sua attuale connotazione, all’epoca era puramente un’esclamazione di stupore.

Ma non finisce qui: per la gioia dei cittadini che sognavano di farsi un bagno senza dover marciare per giorni, Anco costruì la via Ostiense, una strada diretta al mare. Lungo questa strada fece erigere anche delle saline, probabilmente per assicurarsi che nessun romano tornasse a casa senza un adeguato approvvigionamento di vendita per quelle grigliate al ritorno dalla spiaggia.

Ma un re come Anco Marzio non poteva certo limitarsi a costruire strade e colonie. Con uno spirito ingegneristico che avrebbe fatto invidia ai migliori architetti di oggi, intraprese la costruzione di mura attorno a Roma, annettendo i colli Gianicolo e Aventino, perfetti per ospitare tutti quei poveri deportati dai villaggi ribelli.

E per collegare queste nuove estensioni della città, cosa fa? Costruisce il primo ponte di legno, il ponte Sublicio, perché evidentemente a quel punto non gli bastava più camminare solo su terra ferma.

Insomma, nonostante fosse zoppo, Anco Marzio seppe muoversi abbastanza bene nel panorama politico e urbanistico di Roma. Morì di morte naturale, cosa rara per un re che non aveva paura di un po’ di sana guerra. Con la sua scomparsa, i romani persero un sovrano che aveva saputo camminare (con qualche difficoltà) tra pacifismo e bellicismo, dimostrando che anche un re con l’anca marcia poteva lasciare un’impronta di duratura.

E così, mentre i romani continuavano a bagnarsi nelle acque del mare grazie alla sua Ostia, forse qualcuno tra loro si fermava un attimo a riflettere su quanto fosse ironico che il loro re più immobilizzato fosse stato anche uno dei più dinamici. Ma, come amavano dire: “È tutta questione di equilibrio… e di un’anca marcia.”

Enmebaragesi, il Primo Influencer della Storia Sumerica

Se pensate che il primo influencer della storia fosse un Kardashian, vi sbagliate di grosso. Torniamo indietro nel tempo, precisamente al 2900 aC, per incontrare l’uomo che ha portato il concetto di “regalità” al prossimo livello: Enmebaragesi , re di Kish, il primo VIP a comparire sulla lista reale sumerica con tanto di prove archeologiche! Un vero precursore del “metti nero su bianco” per la propria fama.

Enmebaragesi non era solo un re: era un brand . Governò Kish con il carisma di un manager di startup, trasformando una città che probabilmente era famosa solo per le capre in un colosso della Mesopotamia settentrionale. Immaginate l’insegna: “Benvenuti a Kish, patria del primo re vero certificato da archeologi (nessun fake qui!)”.

Sì, perché mentre altri re sumeri venivano citati in testi che suonavano più come favole di Esopo – “E allora il re X regnò per 28.000 anni!” – Enmebaragesi è l’equivalente antico di un profilo LinkedIn verificato. “Campagne militari? Fatto. Supremazia regionale? Fatto. Lasciato tracce scritte per futuri archeologi? Fatto.” Questo re aveva tutto sotto controllo.

Conosciuto per le sue campagne militari, Enmebaragesi si lanciò nella conquista della Mesopotamia settentrionale con la determinazione di un giocatore di Risk che vuole vincere a tutti i costi. Leggenda narra che, al termine di ogni battaglia, i nemici si arrendevano non tanto per la superiorità militare, ma perché lui parlava in modo così pomposo da stordirli. Immagina il discorso:

“Io, Enmebaragesi, re di Kish, padrone delle zanzare di questa palude e del sole cocente, dichiaro che il vostro territorio è ora mio!”

I cronisti di corte annotavano tutto con precisione, lasciando iscrizioni su tavolette che oggi potrebbero considerare i primi post sponsorizzati : “Kish – Dove il potere regna sovrano (TM)”.

Kish sotto Enmebaragesi era il centro del mondo. O almeno così lo dichiarava lui. Aveva un team di scribi – probabilmente l’antenato degli addetti stampa – che si occupava di divulgare la narrativa: Kish era il primo tra gli uguali, il luogo dove tutto succedeva, il centro dell’universo.

Eppure, ci piace pensare che qualche abitante delle città rivali, come Uruk o Lagash, alzasse un sopracciglio e mormorasse qualcosa tipo: “Sì, certo, Kish. Lì hanno un paio di templi e un mercato. Grande cosa.”

Se oggi ci sono monumenti dedicati a Enmebaragesi (o almeno resti che confermano la sua esistenza), è perché il nostro eroe sapeva giocare sul lungo termine. Mentre altri si preoccupavano solo di vivere nel lusso, lui pensava al futuro: “Lasciate che scrivano il mio nome su queste tavolette. Gli archeologi tra 5000 anni ameranno questa roba.”

Ed eccoci qui, 5000 anni dopo, a celebrare un re che sapeva come lasciare il segno. Certo, non aveva TikTok, ma è riuscito comunque a diventare virale nel modo più sumerico possibile: con iscrizioni su argilla cotta. Altro che hashtag.

Forse il suo contributo più grande è stato dimostrare che un buon PR è tutto. Se oggi sappiamo di lui, è perché si assicurò che la sua storia fosse raccontata e, soprattutto, verificabile. Quindi, la prossima volta che qualcuno dice “Non credo che tu sia così importante”, risponde: “Chiedilo a Enmebaragesi di Kish, il primo vero influencer della storia.”

Un brindisi – o meglio, un bicchiere d’acqua sporca di fiume – a Enmebaragesi, il re che dimostra che con un buon storytelling si può conquistare tutto, persino il tempo.

Hattušili II: Una storia tra fantasia e realtà

Hattušili II, un nome che rimanda ad un re o, forse, a un’ombra evanescente nella storia. Secondo alcune fonti, questo personaggio avrebbe governato la terra degli Ittiti durante la prima metà del XIV secolo a.C., ma chi può dirlo con certezza? È come cercare di catturare una nuvola, o cercare di tenere in mano un soffio di vento: è semplicemente un enigma, un puzzle che aspetta di essere risolto.

L’unico posto dove appare il suo nome è in un trattato un po’ polveroso che parla di azioni militari ittite in Siria. Qui, viene citato come il re di Hatti, il sovrano che avrebbe regnato tra Tudhaliya I/II e Šuppiluliuma I. Questa citazione colloca il suo supposto regno tra il 1400 e il 1350 a.C., come se stesse cercando di fare un salto nel tempo, di farci un cenno dall’età del bronzo. Ma questo indizio è sufficiente per stabilire la sua esistenza?

La storia, però, è una signora capricciosa, e sembra che Hattušili II le piaccia giocare a nascondino. Non troverete il suo nome in nessuna lista reale successiva e non c’è traccia di alcun sigillo reale con il suo nome. È come se stesse cercando di dirci: “Ehi, sono qui! O forse no…”. Questo mistero ha fatto sorgere dubbi tra gli storici, facendoli oscillare tra il considerarlo un re legittimo o un co-reggente temporaneo, o addirittura un fantasma.

Hattušili II, il nome suona quasi come una formula magica, un codice per sbloccare un mistero antico. Ma quale sarà la chiave per decifrare questo enigma? Forse non lo sapremo mai. E forse è proprio questo il bello della storia: ci sono sempre nuovi misteri da scoprire, nuovi enigmi da risolvere. Quindi, anche se Hattušili II rimane un’ombra sfuggente, un personaggio avvolto nel mistero, ci affascina e ci incanta, invitandoci a scavare più a fondo, a cercare di svelare il suo segreto.

Sì, Hattušili II potrebbe essere stato un re, o potrebbe essere stato un fantasma. Ma quale che sia la verità, una cosa è certa: la sua storia, o la mancanza di essa, aggiunge un tocco di mistero e di fascino all’antica terra degli Ittiti. E non è forse questo il bello della storia: i misteri irrisolti, le domande senza risposta, i personaggi sfuggenti che ci sfidano a cercare la verità?

Il Servo di Asherah

Una volta c’era un uomo di nome Abdi-Ashirta. Non un nome che incontri tutti i giorni, vero? Ma quando indossi la corona di un regno siriano, puoi chiamarti come ti pare, giusto? Giusto.

Abdi-Ashirta era il sovrano di Amurru, una posizione di prestigio, e in molti pensavano che fosse servile nei confronti degli Egiziani, ma è qui che le cose si fanno interessanti. Vedi, il nome di Abdi-Ashirta significa “Servo di Asherah”. Ora, Asherah non è certo un faraone egiziano. È una dea cananea, la consorte di El, il supremo dio semitico. Quindi, mentre potrebbe sembrare che Abdi-Ashirta stesse facendo capolino ai suoi signori egiziani, il suo nome suggerisce che aveva ben altre intenzioni.

Un altro personaggio degno di nota in questa trama è Rib-Adda, il re di Biblo. Rib-Adda, il cui nome significa “Grande Babbo”, era un po’ irritato con Abdi-Ashirta.

Abdi-Ashirta aveva l’abitudine di allungare le mani sulle terre di Rib-Adda, cercando di espandere i confini del suo regno. E Rib-Adda, che evidentemente era molto affezionato ai suoi terreni, non era affatto contento.

Le lettere di Amarna, un fascio di corrispondenza diplomatica dell’antico Egitto, ci danno un assaggio di questa disputa territoriale. In una di queste lettere, Rib-Adda si lamenta con il faraone Akhenaton, che stava probabilmente sorseggiando un cocktail sul suo trono in Egitto, dei tentativi di Abdi-Ashirta di estendere il suo regno.

Non sappiamo esattamente come si è conclusa questa disputa, ma Rib-Adda ha avuto l’ultima risata, almeno per quanto riguarda la narrazione storica. La morte di Abdi-Ashirta è menzionata in una delle sue lettere a Akhenaton. Ma Rib-Adda non ha festeggiato a lungo, perché il trono di Abdi-Ashirta è passato a suo figlio, Aziru.

Aziru, il cui nome significa “Il Mio Aiuto È El” ma che significa anche che vale zeo, ha preso le redini del regno di suo padre. Probabilmente ha ereditato anche la disputa territoriale con Rib-Adda, ma questo è un altro capitolo della storia.

E così, nella tela intricata dell’antica storia del Medio Oriente, i nomi di Abdi-Ashirta, Rib-Adda, e Aziru sono ricordati. Servi di dei, rivali di re, e personaggi di una storia che risuona attraverso i secoli. E non importa quanto strani possano essere i loro nomi, o quanto complicati possano essere i loro conflitti, la loro storia ci ricorda che, alla fine, siamo tutti solo servi di qualcosa, che si tratti di un dio, di un re, o della nostra ambizione.

AMMISTAMRU I: L’Ascesa di Ugarit

Di questo personaggio si può dire che non si sa un bel tubo di niente, perciò, con la fantasia possiamo dire di tutto o immaginarci di tutto e noi ci proveremo.

Spostiamo l’orologio indietro di un po’ (d’accordo, un bel po’) per rivivere la storia del re Ammistamru I di Ugarit. Chiedi a qualsiasi storico, o a chiunque abbia cercato di pronunciare il suo nome senza inciampare, e ti diranno che la sua storia è una rocambolesca avventura.

Per inciso, se pensi che il nome “Ammistamru” sia un boccone difficile da dire, aspetta solo di vedere il nome della città che governava: Ugarit. Un nome tanto misterioso quanto intrigante, e sicuramente con una storia da raccontare. E si trova in Siria, un luogo famoso per la sua millenaria storia e i suoi puzzle linguistici.

Ammistamru I, con tutta la sua grandezza, fondò un regno indipendente a Ugarit. Prima che lui arrivasse, Ugarit era come un giovane ribelle, sempre sotto la tutela di qualche grande potenza regionale, che ne limitava la libertà. Ma poi è arrivato Ammistamru, con la sua visione audace, il suo carisma e probabilmente anche una buona dose di fortuna.

Ammistamru, o “Ammi” come gli piaceva farsi chiamare nei party a tema degli anni ’60, sapeva che Ugarit aveva bisogno di un nuovo inizio. Così, come un pittore davanti a una tela vuota, ha iniziato a creare il suo capolavoro: un regno indipendente. E come ogni buon artista, ha incontrato la sua quota di sfide lungo il cammino.

Una delle sue prime iniziative, per esempio, è stato quello di tentare di cambiare il nome di Ugarit in “Ammi-ville”, ma i suoi consiglieri lo hanno dissuaso. Poi c’è stata la volta in cui ha cercato di rendere l’ippopotamo la mascotte ufficiale della città, solo per scoprire che gli ippopotami non vivevano esattamente in Siria.

Ma nonostante questi piccoli intoppi, Ammistamru I ha perseverato. Ha lavorato instancabilmente per portare la stabilità e la prosperità nel suo regno, dimostrando a tutti che Ugarit poteva davvero stare in piedi sulle sue gambe.

E così, con una buona dose di determinazione, un pizzico di follia e una lingua abbastanza agile da pronunciare il suo nome senza difficoltà, Ammistamru I ha riportato Ugarit alla ribalta della storia. Questo è il racconto del suo regno, pieno di alti e bassi, di sfide e trionfi, e di un uomo che, nonostante avesse un nome che sarebbe stato un incubo per qualsiasi commentatore sportivo, ha cambiato il corso della storia di Ugarit.

Alla fine, la storia di Ammistamru I e del suo regno indipendente a Ugarit è un promemoria che a volte, il successo non dipende solo dalla nostra abilità o dal nostro coraggio, ma anche dalla nostra capacità di pronunciare nomi complicati senza inciampare. Così, la prossima volta che ti senti sopraffatto da un compito difficile, ricorda Ammistamru I. Se lui poteva farcela, allora anche tu puoi. Basta avere un po’ di determinazione, un pizzico di follia e, naturalmente, un nome che la gente possa effettivamente pronunciare.

LE LETTERE DI AMARNA

Le 382 lettere note dell’archivio di Amarna potrebbero farti girare la testa come un derviscio ubriaco. Soprattutto se consideri i numerosi frammenti esistenti che sono come pezzi di un puzzle mesopotamico, e le 32 tavolette che non sono lettere né inventari, ma scritti che sembrano un po’ fuori luogo.

Queste 350 tavolette restanti, molto probabilmente, sono state rinvenute nello stesso luogo identificato, da iscrizioni, come “la casa della corrispondenza del faraone, vita, prosperità e salute”. Lascia a un faraone di avere una casella postale così nominata! E si pensa che questo fosse un angolo di un ufficio molto più vasto, presumibilmente pieno di pergamene, penne di papiro e scribi con mal di schiena.

Il bello inizia quando si suddividono le lettere in due gruppi. Il primo gruppo contiene rapporti con sovrani stranieri indipendenti dall’Egitto, chiamati, per qualche motivo, “grandi re”. Questi re includono quelli di Babilonia, l’area cassita, l’Assiria del Medio Impero, Mitanni, Alashiya (che potrebbe essere Cipro), Arzawa, tra gli altri. Pensa a queste lettere come una sorta di corrispondenza diplomatica con gli “amici importanti”.

Il secondo gruppo, molto più numeroso, include lettere da o per i cosiddetti “piccoli re”, in gran parte vassalli dell’Egitto, che coprono un’area che va da Canaan a Gerusalemme, passando per Tiro, Damasco, Ugarit e anche una lettera solitaria da Sichem.

Il contenuto delle lettere varia altrettanto ampiamente. Mentre le lettere dai “grandi re” tendono a parlare di scambi di doni, politiche matrimoniali, e l’occasionale congratulazione per una intronizzazione recente, le lettere dai “piccoli re” sono una miscellanea di risposte a lettere perdute, richieste di aiuto e dichiarazioni di essere pronti ad accogliere le forze armate egiziane.

Queste lettere, in particolare, contengono un tesoro di dettagli storici. Ad esempio, i piccoli re palestinesi sembrano aver avuto qualche difficoltà a capire la mancanza di attività del faraone, la sua tendenza a ignorare i loro appelli. Puoi quasi immaginare queste lettere, scritte con calligrafia tremante e sudata, implorando il faraone di smettere di “tacere” e di fare qualcosa. Le lettere dell’archivio di Amarna sono un vivido promemoria delle complesse reti di relazioni politiche nell’antico Egitto. Nonostante la loro antichità, rivelano una sorprendente somiglianza con la politica moderna, promesse non mantenute, ego grandi come piramidi, e un sacco di parole per dire poco o niente. Ma, soprattutto, ci danno uno sguardo unico nella storia dell’antico Egitto, un mondo lontano dal nostro, ma che, in molti modi, non è poi così differente.

L’ULTIMO RE DEL REGNO ASSIRO

Il 1390 a.C. è stato un anno di grandi cambiamenti nel mondo. In particolare, c’era un re, Ashur-nadin-akhe II, che balzò all’attenzione come l’ultimo sovrano dell’antico regno d’Assiria. Questo ragazzo, se si può chiamarlo così, si trovò catapultato sul trono, essendo fratello (forse) del precedente re, Ashur-rim-nisheshu. Ecco una famiglia che amava davvero i nomi scioglilingua, chissà forse anche per questo furono gli ultimi re?!

Ashur-nadin-akhe II non era un tipico re. Anche se i suoi amici lo chiamavano “Ash” per ovvie ragioni, era noto nelle lettere di Amarna come un re che ricevette oro per un servigio reso al Faraone Thutmose IV. E quale servigio potrebbe essere abbastanza prezioso da essere ricompensato con oro? Bene, fornì probabilmente al faraone una delle cose che sembra che tutti i faraoni dell’epoca volessero, una sposa.

Ora, non siamo sicuri quale figlia di Ashur-nadin-akhe II fosse la fortunata (o sfortunata, a seconda di come si guarda) a diventare una delle signore Thutmose, ma è sicuro dire che si trattava di un buon affare per il nostro amico Ash. Dopotutto, non capita tutti i giorni di ricevere un mucchio d’oro in cambio di un matrimonio combinato.

E non si tratta solo di oro. Questo che stiamo parlando è l’oro del Faraone Thutmose IV, non il genere di cose che trovi nel fondo del tuo armadio. Questo era l’oro di alta qualità, del tipo che fa brillare gli occhi e promette ricchezze e lusso.

E così, nel 1390 a.C., Ashur-nadin-akhe II si ritrovò in una posizione unica. Era l’ultimo re dell’antico regno d’Assiria, che probabilmente lo faceva sentire un po’ stressato. E però, nello stesso tempo, era anche il re che aveva ottenuto dell’oro del Faraone per una figlia che era diventata la moglie del Faraone. Possiamo ragionevolmente dire che la sua era una vita di contrasti.

Sembra un po’ una barzelletta, no? “Che fai quando sei l’ultimo re di un antico regno e hai una figlia in più?” “Oh, la dai in sposa al Faraone in cambio di oro!” Ma questa è la storia di Ashur-nadin-akhe II, un re con un nome che pochi possono pronunciare, ma con una storia che è difficile da dimenticare.

E anche se il suo regno potrebbe essere finito, la sua storia vive. La storia di un re, un mucchio d’oro, e un matrimonio che cambiò il corso della storia dell’Assiria. Così, la prossima volta che senti parlare di Ashur-nadin-akhe II, difficile che accada, però, ricorda l’oro, la sposa, e l’ultima posizione che occupò come re dell’antico regno d’Assiria.

ERETTEO: Il Re Fulminato

Se stai cercando una storia tragica piena di sacrifici, vittorie, fulmini e personaggi con nomi tanto complicati da pronunciare quanto da ricordare, allora la storia del mitologico re di Atene, Eretteo, è quello che fa per te.

Eretteo, il sesto re mitico di Atene, era un tipo strano. Figlio di Erittonio e marito di Prassitea, Eretteo era come quel pezzo di puzzle che sembra non andare da nessuna parte, ma che alla fine si inserisce perfettamente nel quadro generale. Le sue figlie includevano Creusa, Ctonia, Orizia, Procri e le due Giacintidi, Protogenia e Pandora. Per la progenie maschile, c’erano Cecrope, Pandoro, Orneo, Metione e Tespio. Una valanga di figli, sarà stato per via delle sue capacità sessuali a cui deve il nome?. Tutti figli, fra l’altro, con nomi così unici che potresti pensare che i suoi genitori avessero una passione per i cruciverba complicati.

La vita di Eretteo era come un dramma greco, cosa che, effettivamente, era. Durante una guerra contro gli Eleusini, capitanati da Eumolpo, figlio di Poseidone, Eretteo fu informato dall’oracolo di Delfi che per vincere avrebbe dovuto sacrificare una delle sue figlie. Dopo una serie di alibi e scuse di orribile gusto, scelse Ctonia. Ma le sue altre figlie, segretamente in un patto suicida, decisero di seguirne l’esempio e si uccisero tutte. Solo Orizia, che era stata rapita da Borea, era all’oscuro della tragica morte di Ctonia e non partecipò al suicidio.

C’è anche un’altra versione della storia in cui solo due sorelle, Protogenia e Pandora, si offrirono come vittime quando l’esercito eleusino, guidato da Eumolpo, avanzava verso Atene. Si fecero immolare su una collina chiamata Giacinto, da cui presero il nome di Giacintidi. E tu pensavi che le tue riunioni di famiglia fossero drammatiche!

Dopo il tragico sacrificio, Eretteo riuscì a ottenere la vittoria. Ma il destino ha un senso dell’umorismo perverso. Eretteo, in un impeto di rabbia, uccise Eumolpo in fuga. Poseidone, adirato per la perdita del figlio, chiese aiuto al fratello Zeus. Zeus, con la sua tipica risposta eccessiva, decise di punire Eretteo scagliando un fulmine contro di lui che lo uccise.

La traccia del fulmine è visibile ancora oggi nel portico nord dell’Eretteo, un edificio dell’Acropoli di Atene che porta il nome del re. È come se Zeus avesse voluto lasciare un promemoria eterno di “Non fare arrabbiare il dio del mare e non uccidere i loro figli.”

Eretteo è spesso confuso con suo nonno Erittonio. Forse a causa dei nomi simili o forse perché erano entrambi così pieni di drammi greci. Nonostante tutto, i meriti di Eretteo nel governo della città furono notevoli. Introdusse il culto di Atena e ottenne la vittoria sugli Eleusini. Sì, la sua vita fu un vero dramma, ma Eretteo, con tutti i suoi difetti, le sue tragedie e le sue vittorie, sarà sempre ricordato come un re che fece la differenza.