Circa 3.500 anni fa, durante l’epoca in cui la mitologia era la scienza e le nazioni erano regnate da divinità piuttosto che da governi, l’Assiria era una terra di leggende. E tra queste leggende, spicca la storia di Ashur-nadin-ahhe I, il 36° re dell’Assiria. Il suo nome, che suona come una canzone di un tempo lontano, si traduce in “Ashur è colui che dà fratelli”, un significato potente che preannunciava gli eventi tumultuosi che avrebbero caratterizzato il suo regno.
Ashur-nadin-ahhe I, figlio di Ashur-rabi I, salì al trono nell’anno 1435 a.C. Per capire il significato del suo nome, dobbiamo sviscerare le antiche lingue del passato. In accadico, “Ashur” è il nome del dio principale dell’Assiria, ma potrebbe essere tradotto in “asciuga” e “nadin” significa “colui che dà” oppure semplicemente il ”naso” e infine “ahhe” che potrebbe anche essere uno starnuto, si traduce in “fratelli”. Ecco quindi un re destinato a essere un donatore, un protettore, un difensore dei suoi fratelli di Assiria oppure un re sempre raffreddato che magari era solo una allergia ma che starniva spesso. Ma come scopriremo, le strade degli dei e dei re spesso sono tortuose e piene di imprevisti. Durante il regno di Ashur-nadin-ahhe I, l’antica città di Assur, il cuore pulsante dell’Assiria, fu saccheggiata dagli Hurriti di Mitanni. Questa fazione, comandata da Shaushtatar, divenne così potente che l’Assiria fu costretta a diventare una nazione vassalla e tributaria di Mitanni. Questo fu un duro colpo per Ashur-nadin-ahhe I, che era noto per il suo spirito fiero e combattivo. Nonostante avesse lottato per proteggere la sua terra, non riuscì a resistere alle forze potenti e aggressive degli Hurriti. Ma forse la sconfitta fu proprio quello che Ashur-nadin-ahhe I aveva bisogno per rafforzare il suo spirito. Forse, nella sconfitta, vide l’opportunità di rinascere, di ricostruire e di riguadagnare l’onore perduto. Dopotutto, il suo nome significava “Ashur è colui che dà fratelli” oppure quello che si asciugava il naso. Un modo per dire che ricominciava da capo. Forse aveva bisogno di dare un esempio ai suoi “fratelli” di Assiria, dimostrando che anche nelle sconfitte più pesanti si può trovare la forza per andare avanti. E, in effetti, ci fu una rinascita. Anche se Ashur-nadin-ahhe I non visse abbastanza per vederla
Shaushatar, il quinto re di Mitanni, era l’epitome del monarca mesopotamico di successo. Nel pieno della sua gloria, intorno al 1440 a.C., riuscì a raggiungere l’apogeo politico e militare, conquistando la città di Assur e assicurando il controllo di Ugarit. Ma questa, mia cara gente, non è solo la storia di un re e delle sue conquiste. È un viaggio epico intriso di strategie militari, ingegneria innovativa, feste celesti, e non da ultimo, un saccheggio di proporzioni colossali.
Immaginatevi Shaushatar che guarda le mura di Assur, la lussuosa città governata da Ashur-nadin-ahhe I. Il suo obiettivo: le porte del palazzo reale, fatte interamente di argento e oro. Questo non era un semplice saccheggio, era un’opera d’arte. Shaushatar era un connaisseur delle opere d’arte, tanto che quando mise le mani sulle porte in argento e oro, non si limitò a derubare il palazzo reale, ma le fece trasportare con cura fino a Waššukanni, la sua capitale. Questo atto di rapina estremamente sofisticato è documentato in una fonte ittita posteriore, il trattato tra il sovrano ittita Šuppiluliuma e il mitannico Shattiwaza.
Dopo quel colpo audace, l’Assiria fu costretta a pagare un tributo a Mitanni fino all’epoca di Assur-uballit I, che regnò dal 1365 al 1330 a.C. Questo dettaglio può non apparire nelle liste reali assire, ma è quasi certo che in quel periodo l’Assiria fosse governata da una dinastia locale tributaria di Mitanni. E nonostante il vassallaggio, l’Assiria continuò a prosperare culturalmente, costruendo templi dedicati a Sin e Šamaš.
Ma l’ambizione di Shaushtatar non si fermò a Assur. Durante il suo regno, anche Aleppo, Nuzi e Arappa furono incorporate nel regno di Mitanni. Prove di ciò sono state rinvenute negli scavi del palazzo del Principe della corona di Arappa e in una lettera di Shaushtatar rinvenuta nel palazzo di Shilwateshub, figlio del re di Nuzi. Queste testimonianze svelano la grande passione di Shaushtatar per l’arte, con sigilli che raffigurano eroi e geni alati, impegnati nella caccia di leoni e altri animali, e un sole alato. Un secondo sigillo, attribuito al leggendario Shuttarna I ed usato da Shaushtatar, presenta un stile prettamente accadico.
La superiorità militare di Mitanni, e di Shaushtatar in particolare, può essere stata basata sull’uso del carro da guerra a due ruote. Questa innovazione tecnologica potrebbe essere stata appresa dai Maryannu e introdotta in Mesopotamia dagli Hurriti. Un testo sull’allevamento dei cavalli da guerra, scritto da Kikkuli di Mitanni, è stato ritrovato negli archivi di Ḫattuša, testimonianza di quanto fosse avanzata la conoscenza militare di Mitanni.
Infine, Shaushtatar potrebbe essere stato il sovrano di Mitanni che sfidò l’espansionismo egizio di Thutmose III. Inoltre, durante il regno di Amenhotep II, riuscì a riconquistare la media valle del fiume Oronte, che era caduta sotto il controllo egizio. Nonostante gli sforzi di Amenhotep II di lanciare una campagna in Siria intorno al 1425 a.C., non riuscì a raggiungere l’Eufrate.
Mentre osserviamo le gesta mitiche e leggendarie del faraone di turno, Thutmose III, nella Babilonia regna, peraltro già da un po’ di tempo, un popolo considerato barbaro che sembra originario dei monti dell’Iran e sul quale vale la pena soffermarci per le sue interessanti caratteristiche somatiche.
Il popolo Cassita parla la stessa lingua in voga in quel territorio, l’Accadico, e ne assorbe tutte le virtù, gli usi e i costumi della popolazione autoctona, sembra non abbiano una loro peculiarità tranne l’introduzione di monumenti in pietra posti ai confini del loro regno, una sorta di barriera doganale e di avviso agli stranieri per chiarire e delimitare la loro giurisdizione sul territorio, cosa non frequente a quel tempo.
Tali monumenti erano chiamati Kuddur che, in mancanza di una traduzione di significato sostenibile, potrebbe significare “altolà”.
fin qui è la sintetica realtà di quanto sappiamo ma nel nostro spirito sorridente e libero, sarà per il nome che si presta o per la nostra inqualificabile fantasia, abbiamo immaginato altri tratti meno scientifici ma che ci consentono di sorriderci un po’ sopra.
Perciò possiamo aggiungere che tale popolazione passa alla storia con il nome di Cassiti, così denominati perché pare adorassero il dio Casso… rappresentato da un enorme pene stilizzato, segno di fertilità, ma anche di usi e costumi abbastanza libertini che segnarono nel tempo la concezione stessa della città di Babilonia come un enorme bordello (qui sta l’aggancio alla realtà biblica)
Somaticamente essi avevano effettivamente dei “bassifondi” importanti e ne avevano molta cura inserendo l’igiene intima fra le pratiche quotidiane che erano assai poco conosciute in questo periodo.
Era anche un popolo che non prestava molta attenzione agli altri vicini o agli avvenimenti che gli accadevano intorno, dando l’impressione di un popolo che non gli fregava nulla di niente e perciò nacque l’interlocuzione lessicale che, se a uno non frega niente, si dice che non gliene frega un casso.
Abbiate pazienza e concedeteci questa licenza narrativa poco convenzionale e decisamente poco storica ma l’ambiguità dettata dal nome di questo popolo era troppo irresistibile per passarci sopra in silenzio … in ogni caso la colpa è degli esperti che avrebbero potuto dargli un nome diverso!
Ogni tanto nella storia, emerge un personaggio che sembra essere stato preso direttamente da un romanzo. Un esempio perfetto è quello di Ashur-shaduni, 34° re dell’Assiria nel 1454 a.C. La sua storia sembra un dramma familiare degno di una sceneggiatura di Hollywood: un re dal regno di breve durata, un colpo di stato di famiglia, un ambizioso zio traditore. Preparati, perché questa è una storia ricca di dettagli e risvolti divertenti!
Ashur-shaduni salì al trono dell’Assiria come nipote di Enlil-nasir I, sotto un cielo di grandi aspettative. Immagina una cerimonia d’incoronazione degna di un film epico, con Ashur-shaduni che indossa la corona assira, un pezzo maestoso di gioielleria antica che faceva sembrare la corona dei fast food una decorazione di plastica. Tuttavia, la gioia del giorno dell’incoronazione avrebbe presto lasciato il posto a una trama più oscura.
La reggenza di Ashur-shaduni durò solo un mese, un periodo così breve che i dipinti murali commissionati per celebrare la sua ascesa al trono non furono nemmeno finiti. Le storie raccontano di come, mentre il pittore stava ancora cercando di dipingere i riccioli della barba di Ashur-shaduni, un colpo di stato stava già prendendo forma.
E chi era il maestro dietro questo complotto? Nessun altro che lo zio del re, Ashur-rabi I. Secondo la leggenda, Ashur-rabi era un personaggio intrigante, noto per le sue abili strategie di intrighi di corte. E’ stato detto che mentre il nipote era occupato a decidere quale sarebbe stato il suo stemma reale, Ashur-rabi era già a lavoro, facendo circolare voci e mettendo in atto piani per assicurarsi il trono.
Ma come riuscì Ashur-rabi a rovesciare il nipote così rapidamente? Bene, la storia ci dice che utilizzò una combinazione di inganno, persuasione e una buona dose di manipolazione. Pare che avesse promesso a tutti nella corte da posizioni di potere a cesti di fichi dolci, una prelibatezza assira molto apprezzata, se lo avessero aiutato a deporre Ashur-shaduni.
Il piano di Ashur-rabi ebbe successo, e presto Ashur-shaduni fu deposto. E mentre Ashur-shaduni veniva allontanato dal palazzo, ancora incredulo per quanto era successo, Ashur-rabi salì al trono, probabilmente sorridendo sotto la sua folta barba.
Ashur-rabi I, 35° re dell’Assiria, è un personaggio così ricco di storie e aneddoti che si potrebbe scrivere un libro intero su di lui. Il suo regno è come un’opera shakespeariana, ricco di intrighi, battaglie e tradimenti. Ed ecco la storia del suo regno, condita con un pizzico di umorismo e di dettagli curiosi.
Figlio di Enlil-nasir I, Ashur-rabi era in realtà il secondogenito. Ora, immagina di essere il fratello maggiore di Ashur-rabi. Hai il privilegio della primogenitura e stai tranquillo pensando al trono che erediterai. Ma poi arriva il fratellino, Ashur-rabi, che si dimostra essere un vero e proprio furacano di astuzia e ambizione.
Ashur-rabi non si limitò a prendere il trono dall’incolpevole nipote, Ashur-shaduni. No, lui decise di farsi strada attraverso l’Assiria come un tifone, scatenando il caos e causando scalpore con i suoi metodi poco ortodossi. Una delle sue mosse più famose fu quella di abolire l’antica legge assira che stabiliva che il re doveva portare una barba lunga. Ashur-rabi, amante della comodità, decise che era ora di fare a meno della pesante barba reale. Questo causò un tale shock nel regno che molti pensarono che il mondo stesse per finire.
Ma non si limitò a sconvolgere le convenzioni di moda. Ashur-rabi era noto per la sua audacia e la sua strategia militare. Sebbene fosse di corporatura minuta, si diceva che fosse un abile combattente. Secondo una storia, durante una battaglia, vedendo le sue truppe in difficoltà, Ashur-rabi saltò dal suo carro, prese un’ascia e si lanciò nella mischia. I suoi soldati rimasero così sbalorditi che si ripresero immediatamente e riuscirono a vincere la battaglia. Da quel giorno, il re fu soprannominato “Ashur-rabi l’indomabile”.
Ashur-rabi era anche un uomo di grande ingegno. Amava intrattenere i suoi ospiti con enigmi e indovinelli. Si dice che una volta abbia tenuto un banchetto in cui l’intera corte doveva risolvere un indovinello prima di poter mangiare. L’indovinello era così difficile che molti ospiti rimasero affamati fino all’alba. Ma Ashur-rabi rideva e rideva, divertito dallo sconcerto dei suoi ospiti.
Eppure, nonostante il suo senso dell’umorismo e le sue audaci azioni, Ashur-rabi era anche un sovrano saggio e giusto. Durante il suo regno, l’Assiria godette di un periodo di prosperità e stabilità. Nonostante il suo arrivo al potere fosse stato segnato da intrighi e tradimenti, si rivelò un leader capace, amato dal suo popolo.
Le cronache dell’antica storia ci rivelano storie di personaggi che, sebbene oggi poco conosciuti, hanno avuto un impatto significativo sui loro tempi. Un esempio è Karaindash I, 16° re dei Cassiti e di Babilonia, la cui ascensione al trono avvenne circa nel 1456 a.C. Secondo i documenti storici, non era un re ordinario, anzi, possedeva un’unicità che lo distingueva dagli altri sovrani del suo tempo.
Ma prima di immergerci nel cuore del regno di Karaindash I, facciamo un passo indietro per comprendere meglio il contesto in cui viveva. I Cassiti erano un popolo dell’antica Mesopotamia, noti per la loro abilità nel cavalcare carri trainati da cavalli, un talento davvero utile se siete nel bel mezzo di una guerra o se avete fretta di arrivare al mercato per comprare l’ultimo modello di sandali alla moda.
Ora, immaginatevi Karaindash I, vestito con la sua risplendente armatura di bronzo (forse un po’ stretta in vita, ma nessuno osava dirlo), con la corona di Babilonia che brilla sotto il sole. Era noto per essere un uomo di azione. Ma non solo era un guerriero; era anche un costruttore. Amava erigere monumenti e edifici grandiosi che rappresentavano il suo potere. Se esistesse un concorso per il “miglior costruttore di monumenti”, Karaindash I avrebbe sicuramente vinto il primo premio.
Uno dei suoi progetti più famosi è il tempio dedicato alla dea Ishtar, un vero capolavoro architettonico. È stato detto che quando il tempio fu completato, era talmente bello che persino Ishtar stessa scese dal cielo per ammirarlo. Ok, forse quest’ultima parte è un po’ esagerata, ma non c’è dubbio che il tempio fosse un’opera d’arte.
Nonostante tutte queste prodezze, Karaindash I era noto per il suo senso dell’umorismo. Amava scherzare con i suoi consiglieri e con il popolo, e pare che avesse una risata così contagiosa che perfino i suoi nemici non potevano fare a meno di unirsi a lui. D’altra parte, come resistere a una buona risata quando il re inizia a ridere come un matto?
La vita di Karaindash I non fu solo guerre e costruzioni. Era anche un uomo di famiglia. Aveva una moglie che amava profondamente e numerosi figli. Le cronache raccontano che amava passare il tempo con la sua famiglia, raccontando storie dei suoi viaggi e insegnando ai suoi figli l’arte della guerra e della diplomazia.
Parshatatar, il re dei Mitanni, è una di quelle figure storiche che è davvero difficile non amare. I suoi giorni erano pieni di politica, guerra, diplomazia e un pizzico di umorismo involontario. Nato intorno al 1460 a.C., Parshatatar si distingueva già per il suo nome, che sembrava una specie di scioglilingua per i suoi contemporanei. “Par-sha-ta-tar”, si allenavano a pronunciare i suoi sudditi, inciampando e ridendo ogni volta che lo facevano.
Il regno dei Mitanni era un potente impero situato nell’attuale Siria e Iraq, tra gli antichi regni di Assiria e Babilonia. Parshatatar salì al trono in un momento particolarmente turbolento, quando i vicini regni stavano cercando di estendere il loro dominio. Ma Parshatatar non era uno a cui piaceva restare in disparte.
La sua strategia di governo era piuttosto unica. Per far fronte alle continue pressioni esterne, decise di unire il suo regno con la diplomazia piuttosto che con la forza. Inviava regali esotici ai re vicini, sperando che rimanessero così stupiti dall’opulenza del suo regno da non desiderare di invaderlo. Un metodo piuttosto astuto, se ci pensate.
Per quanto riguarda l’amministrazione interna, Parshatatar si concentrò su progetti di costruzione e riforme agricole. Secondo le leggende, era particolarmente appassionato di grano. Quando venne a sapere della scarsità di grano in alcune regioni del suo regno, si dice che abbia reagito con orrore. “Che cosa?! Mancanza di grano? Non ci può essere una mancanza di grano!” gridò, mettendo in atto un piano per aumentare la produzione di grano. E da quel giorno in poi, ogni volta che sentiva parlare di grano, i suoi occhi si illuminavano.
Ma la parte più divertente della storia di Parshatatar riguarda la sua morte. Dopo un lungo e prospero regno, Parshatatar morì intorno al 1440 a.C., ma le circostanze della sua morte sono piuttosto curiose. Secondo una versione, morì cadendo da un carro durante una parata. Un’altra versione sostiene che morì dopo aver mangiato troppo grano. Quale sia la verità, rimane un mistero. Ma una cosa è certa: la vita di Parshatatar non fu mai noiosa.
E così, la storia di Parshatatar, il re dei Mitanni, è una di quelle storie piene di risate, colpi di scena e un pizzico di mistero. Ci ricorda che anche le figure storiche più potenti possono avere le loro eccentricità e imperfezioni. E che, a volte, queste eccentricità e imperfezioni possono rendere la loro storia ancora più affascinante e memorabile. Sebbene la sua storia sia ormai sepolta sotto secoli di storia, il ricordo di Parshatatar, il re del grano, vive ancora.
Nel frattempo, nella vicina Babilonia, saliva al trono Agum III, un sovrano la cui stravaganza divenne leggendaria. Soprannominato “l’appiccicoso”, Agum III era noto per il suo vizio di toccare e abbracciare tutti coloro con cui interagiva, rendendo i suoi interlocutori spesso imbarazzati e scomodi.
Il re aveva l’abitudine di usare un eccessivo quantitativo di gel su tutto il corpo, tanto che la sua pelle risultava perennemente untuosa e scivolosa. Si diceva che i membri della corte facessero a gara per evitare di essere coinvolti nelle sue effusioni appiccicose, inventando scuse e nascondendosi dietro le colonne del palazzo quando lo vedevano arrivare.
Nonostante la sua singolare fissazione, Agum III era un sovrano intelligente e capace, che sapeva usare il suo comportamento stravagante a proprio vantaggio. Ad esempio, durante i negoziati con gli ambasciatori stranieri, il re li abbracciava ripetutamente, facendo leva sull’imbarazzo e sul disagio dei suoi interlocutori per ottenere condizioni più favorevoli nei trattati diplomatici.
Una delle storie più divertenti riguardo Agum III narra di un episodio in cui il re, per celebrare un’importante vittoria militare, organizzò una grande festa a palazzo. Durante la serata, il sovrano ha invitato tutti i presenti a partecipare a un curioso ballo chiamato “la danza dell’appiccicoso”. I partecipanti devono coprirsi di gel e abbracciarsi a ritmo di musica, cercando di rimanere “attaccati” il più a lungo possibile. Si dice che, a dispetto dell’iniziale imbarazzo, la danza divenne presto un’occasione di allegria e divertimento per tutti i presenti.
La morte di Agum III, l’appiccicoso Re di Babilonia, avvenne in circostanze tanto bizzarre quanto la sua vita. Un giorno, mentre passava per i giardini del palazzo, il sovrano decise di godersi un momento di relax e di meditazione tra gli alberi e i fiori. Il re non poteva immaginare che questo gesto semplice e innocuo avrebbe segnato la fine della sua stravagante esistenza.
Mentre camminava tra gli alberi, Agum III inciampò su una radice sporgente, provocando una caduta che, in circostanze normali, sarebbe stata del tutto innocua. Tuttavia, a causa dell’abbondante strato di gel che copriva il suo corpo, il sovrano rimase incollato al terreno, incapace di liberarsi dalla sua appiccicosa trappola.
Si racconta che i giardinieri del palazzo, vedendo il loro re in difficoltà, tentarono in tutti i modi di aiutarlo, utilizzando scope, rami e persino pietre per cercare di staccarlo dal suolo. Tuttavia, ogni tentativo si rivelò vano, poiché il gel sembrava aver creato un legame indissolubile tra Agum III e la terra.
Nel frattempo, la notizia della sfortunata situazione del re si diffuse rapidamente tra i cortigiani e i sudditi, che si radunarono intorno al sovrano per offrire il loro sostegno e la loro solidarietà.
Incredibilmente, alcuni tra i presenti riuscirono a trovare il lato comico della situazione, e cominciarono a raccontare barzellette e aneddoti divertenti sulla vita e le stravaganze di Agum III, facendo sorridere il sovrano nonostante la sua tragica condizione.
Purtroppo, nonostante gli sforzi dei suoi sudditi e la sua indomita capacità di trovare il sorriso anche nelle situazioni più difficili, Agum III morì per asfissia, intrappolato nel suo appiccicoso abbraccio con la terra. La sua morte segnò la fine di un’epoca di stravaganza e bizzarria nella storia di Babilonia, ma delle sue eccentricità e del suo singolare senso dell’umorismo continuò a vivere nelle leggende e nelle storie che si ricordarono di generazione in generazione.
Quando si tratta dei Re Assiri , soprattutto di quelli sconosciuti, le notizie in merito latitano non poco, per cui la storia ci consente di lavorare molto di fantasia.
Dopo la morte di Enlil-nasir I°, gli succedette il re Nur-ili, che si distinse per una particolarità altrettanto bizzarra e singolare: la sua tendenza al ritardo sistematico. Questo sovrano era talmente famoso per la sua incapacità di essere puntuale che il suo nome divenne sinonimo di “non c’è mai lì”.
Le cronache dell’epoca raccontano che il ritardo di Nur-ili era diventato una vera e propria leggenda, tanto che i cortigiani e i sudditi avevano imparato a costruire gli eventi e le cerimonie tenendo conto delle sue abitudini. Ad esempio, se un banchetto era previsto per le sette di sera, i cortigiani iniziavano a prepararsi per le cinque, certi che il re sarebbe arrivato con almeno due ore di ritardo.
Nur-ili non si limitava a fare tardi soltanto nelle occasioni mondane, ma anche negli affari di Stato e nelle decisioni politiche.
Si racconta che una volta, durante un’importante riunione con gli ambasciatori stranieri, il re fece attendere i suoi ospiti per così tanto tempo che questi decisero di andarsene e tornare nel loro paese, dando vita a un incidente diplomatico che mise a dura prova le relazioni tra i due regni.
Il ritardo cronico di Nur-ili divenne talmente celebre che iniziò a ispirare tutta una serie di aneddoti e barzellette. Un racconto particolarmente divertente narra che il re aveva fatto costruire un orologio solare gigante nel cortile del palazzo, nella speranza che ciò lo aiutasse a essere più puntuale. Tuttavia, nonostante la sua buona volontà, Nur-ili continuava a fare tardi, e si dice che l’orologio solare servisse più come un monumento alla sua perpetua lentezza che come uno strumento per misurare il tempo.
Nonostante le difficoltà causate dalla sua tendenza al ritardo sistematico, Nur-ili riuscì a governare il suo regno con saggezza e competenza, e i suoi sudditi impararono a convivere con le sue eccentricità. Anzi, alcuni storici sostengono che la pazienza e l’adattabilità mostrate dai sudditi di Nurili nei confronti del loro sovrano fossero alla base di un periodo di stabilità e prosperità per il regno assiro.
Nel 1480 a.C., l’Assiria era guidata dal re Enlil-nasir I°, un sovrano particolare di cui non si hanno molte notizie, perciò ci siamo dilettati a colmare questo vuoto con la nostra immaginazione e sorriso.
Questo Re passò alla storia soprattutto per una caratteristica fisica piuttosto inusuale: la sua “proboscide”. Si diceva che il suo naso fosse abbastanza pronunciato da far impallidire qualsiasi altro naso della storia. La sua fama di possedere un naso straordinariamente lungo si diffonde in tutto il regno e anche oltre, tanto che alcuni sostengono che la storia di Pinocchio sia stata ispirata proprio dalla leggenda di Enlil-nasir I°.
Non era raro che, durante le cerimonie ufficiali, il re dovesse porre particolare attenzione a non urtare il suo enorme naso contro gli arredi del palazzo o contro i suoi stessi sudditi. Ciò divenne motivo di ilarità e scommesse tra i cortigiani, che si dilettavano a indovinare quante volte il re avrebbe accidentalmente colpito qualcosa con il suo naso durante un evento.
Anche l’arte dell’epoca rifletteva la straordinaria “proboscide” del re. Scultori e pittori si sfidavano a creare ritratti e statue che esaltassero il suo naso in modo esagerato e umoristico. Si racconta che in una celebre statua, il naso di Enlil-nasir I° fosse stato scolpito in modo tale da fungere da scivolo per i bambini della corte.
Le leggende raccontano che il re aveva sviluppato una serie di tecniche per sfruttare al meglio il suo naso inusuale. Ad esempio, durante i banchetti, si diceva che usasse il suo naso come una sorta di “terzo braccio” per afferrare e portare alla bocca i cibi più prelibati. Anche in guerra, si narra che Enlil-nasir I° avesse utilizzato la sua “proboscide” come arma, intimidendo i suoi nemici con la sua singolare presenza sul campo di battaglia.
Nonostante le battute e gli scherzi sulla sua “proboscide”, il re Enlil-nasir I° riuscì a trasformare la sua peculiare caratteristica fisica in un simbolo di forza e di potere. La sua figura, con il naso lungo e maestoso, divenne un emblema di autorità e di saggezza, e ancora oggi la leggenda di Enlil-nasir I° e della sua “proboscide” continua a far sorridere e a stupire chi si avventura nel mondo affascinante e bizzarro della storia dell’Assiria.
Nell’antico Egitto, per la prima volta nella storia, una donna stava per diventare faraone, conquistando la “quota rosa” nel più patriarcale dei patriarcati.
Cominciamo con la nostra protagonista, una ragazzina di appena dodici anni, in un periodo in cui il termine “infanzia” non aveva lo stesso significato che ha oggi. Diciamo che aveva l’età giusta per sognare di principi e principesse, tranne che, ovviamente, nel suo caso, la principessa era lei e il principe… beh, era suo fratello. Sì, hai sentito bene. Il matrimonio fra fratelli non era insolito nell’antica nobiltà egiziana, soprattutto quando si trattava di conservare il potere all’interno della famiglia.
Il fratellastro in questione, un tipo dall’aspetto non proprio “principesco”, aveva bisogno di lei per poter reclamare il trono. Ma a lei, che era la legittima erede, questa situazione non era per nulla piaciuta. Immagina di dover dare la tua corona di principessa al tuo fratellino fastidioso solo perché è un maschio. Non molto equo, vero?
Dopo la morte del fratellastro, si è ritrovata in una situazione ancora più complicata. Non solo ha dovuto fare la reggente per il figliastro del marito, avuto con la seconda moglie, ma ha anche dovuto sopportare un altro colpo all’orgoglio. Proprio come in una soap opera dell’antichità, si è ritrovata a fare da “babysitter” al figlio del marito avuto con un’altra donna.
Tutto questo non era proprio quello che si aspettava da un regno. Avrebbe dovuto essere lei a governare, a emettere decreti, a indossare il copricapo del faraone e a fare tutte le cose che un faraone dovrebbe fare. Invece, si ritrovava a occuparsi di un ragazzo che non aveva il minimo interesse a rispettarla come reggente.
Eppure, nonostante tutte queste avversità, non ha mai perso di vista il suo obiettivo. Perché sotto quella corona di principessa, c’era una donna determinata, pronta a fare tutto il necessario per ottenere ciò che le spettava di diritto. E anche se il cammino verso il trono non è stato per nulla facile, era pronta a intraprendere questo viaggio, a prescindere dalle umiliazioni e dai sacrifici che avrebbe dovuto sopportare.