La fine misteriosa di Thutmose II

La vita di Thutmose II fu davvero un incredibile carosello di eventi. Non mancarono le prove d’amore, le concubine, le guerre, i figli illegittimi, e, ovviamente, una buona dose di intrighi di corte. Ma come ogni buon libro, anche la vita di Thutmose II ha una fine, ed è qui che le cose diventano davvero interessanti.

Thutmose II morì all’età di trent’anni. Ecco, qui c’è il bello. Nessuno sa veramente cosa sia successo, le fonti storiche a riguardo sono sospettosamente silenziose, alimentando una serie di teorie che farebbero impallidire i più avvincenti romanzi gialli. Alcuni sostengono che fosse un’intossicazione alimentare, forse dovuta a un piatto di scarabei d’oro troppo condito. Altri che una maledizione magica lo abbia colpito, probabilmente invocata da una delle sue tante concubine in segno di vendetta per qualche favoritismo.

E poi c’è la teoria più intrigante di tutte: che la sua morte fosse stata orchestrata da sua moglie, Hatshepsut. Hatshepsut era nota per la sua determinazione e per la sua ambizione, quindi non sarebbe una totale sorpresa se avesse cercato di accelerare il proprio cammino verso il trono. Forse aveva deciso che era stufa di aspettare che Thutmose II finisse di sperimentare con le ricette culinarie, o forse aveva scoperto qualche flirt di troppo con una delle concubine. Insomma, le possibilità sono infinite, e nessuna di esse può essere del tutto esclusa.

Ma la cosa più strana di tutte è che, prima di morire, Thutmose II decise di fare uno scherzo alla moglie. Non si sa esattamente come ci sia riuscito, ma riuscì a nominare il suo figlio illegittimo, chiamato anch’egli Thutmose, come suo erede. Questo fatto causò un gran disordine nella corte reale e portò a una serie di eventi davvero rocamboleschi.

La morte di Thutmose II lasciò un vuoto di potere che fu riempito dalla sua ambita moglie, Hatshepsut, che divenne faraona regnante. Ma quella è un’altra storia, altrettanto avvincente e piena di colpi di scena.

E quindi, così si conclude la straordinaria e misteriosa vita di Thutmose II. Una vita che, nonostante la sua brevità, è stata piena di eventi, emozioni e intrighi che ancora oggi affascinano e incuriosiscono storici e lettori.

ASET LA CONCUBINA DEL FARAONE

La vita della concubina Aset era come una sorta di telenovela antica, ma senza il lusso degli spot pubblicitari per fare una pausa. Diventare la donna di Thutmose II e poi dare alla luce il futuro erede al trono non era una cosa da poco, specialmente quando si teneva conto dell’ambiente competitivo e talvolta pericoloso della corte del faraone.

Aset era una donna di straordinaria bellezza, con un fascino irresistibile che sapeva usare al meglio. Non era solo la sua bellezza fisica a catturare l’attenzione del faraone, ma anche la sua intelligenza acuta e la sua astuzia. Era la combinazione perfetta di bellezza e cervello, una miscela potente che la rendeva irresistibile agli occhi di Thutmose II.

Il loro figlio, il piccolo Thutmose III, nacque sotto il segno dell’aquila, il simbolo di forza e coraggio. Nonostante fosse figlio di una concubina, era destinato a diventare il faraone più potente dell’Egitto. Crescendo tra le mura del palazzo, Thutmose III dimostrò un precoce spirito di leader, ereditando l’astuzia di sua madre e la forza di volontà di suo padre.

La notizia della nascita di un erede al trono non fu accolta con grande entusiasmo da tutti alla corte. La regina Hatshepsut, in particolare, non era affatto contenta. L’erede al trono avrebbe dovuto essere il suo figlio, nato da lei e Thutmose II. Ma invece, il piccolo Thutmose III, figlio di una concubina, aveva preso il suo posto. Hatshepsut non era una donna da accettare facilmente un’ingiustizia, e la nascita di Thutmose III era l’inizio di una serie di eventi tumultuosi che avrebbero segnato il regno di Thutmose II.

La vita di Aset, quindi, non era solo fatta di piaceri regali e lussi. C’era una tensione palpabile nell’aria, un senso di pericolo che si aggirava come un coccodrillo nel Nilo. Aset era una madre protettiva, e avrebbe fatto qualsiasi cosa per garantire la sicurezza e il successo del suo unico figlio.

Nel frattempo, il piccolo Thutmose III crebbe sotto l’ala protettiva di sua madre, imparando le complessità della politica di corte, i sottili giochi di potere e le strategie di sopravvivenza. E mentre la vita di corte si svolgeva con il suo solito ritmo frenetico, Thutmose III si preparava silenziosamente per il giorno in cui sarebbe salito al trono, sotto l’occhio attento di sua madre, la sagace e bellissima Aset.

THUTHMOSE II: Il potere delle donne

Nella corte di Thutmose II, le donne erano una forza con cui fare i conti. E tra queste donne, Hatshepsut e Aset regnavano sovrane.

Hatshepsut, la moglie ufficiale di Thutmose II, aveva un potere politico che sarebbe stato invidiato da molti uomini. Si diceva che fosse lei a detenere il vero controllo sulla corte, mentre Thutmose II era più un faraone nominale che un vero monarca. Aveva una presenza imponente e una personalità che poteva mettere a tacere una stanza piena di cortigiani.

Ma il potere di Hatshepsut non derivava solo dalla sua posizione di moglie del faraone. Era anche una donna molto astuta e determinata, con un’abilità innata per la manipolazione politica. Sapeva come ottenere ciò che voleva, e non aveva paura di usare ogni mezzo a sua disposizione per farlo.

Dall’altro lato, c’era Aset, la concubina di Thutmose II. Non aveva il potere politico di Hatshepsut, ma aveva qualcosa che la moglie del faraone non aveva: l’amore incondizionato di Thutmose II. Era la donna che lui sceglieva non per dovere o per convenienza, ma per desiderio e affetto. E questo la rendeva in qualche modo più potente di Hatshepsut.

Aset aveva anche un altro vantaggio: era la madre del futuro erede al trono. Questo le dava un’influenza significativa su Thutmose II, che voleva che il suo figlio avesse la migliore istruzione e preparazione possibile per il futuro ruolo di faraone.

Ma se c’è una cosa che entrambe le donne avevano in comune, era l’abilità di giocare il gioco della politica di corte. Entrambe sapevano come usare il loro fascino e la loro astuzia per ottenere ciò che volevano, e non erano estranee alla crudeltà e alla spietatezza che erano spesso necessarie in tale ambiente.

Così, mentre Thutmose II cercava di destreggiarsi tra le sue responsabilità di faraone e i suoi desideri personali, Hatshepsut e Aset continuavano a esercitare il loro potere e la loro influenza, plasmando la corte e l’Egitto secondo i loro desideri. E mentre lo facevano, dimostravano che il potere non era solo una questione di titoli e posizioni, ma anche di intelligenza, astuzia e determinazione.

THUTMOSE II: Intrighi e sospetti nel palazzo

Se pensate che la vita nei palazzi del faraone sia fatta solo di pigri pomeriggi al sole, banchetti sontuosi e lunghe passeggiate lungo il Nilo, siete molto lontani dal vero. I palazzi del faraone erano più simili a un nido di vipere, con intrighi a ogni angolo e la costante paura di un morso velenoso.

Thutmose II, in particolare, aveva una vita da faraone complicata, piena di complotti di palazzo, alleanze fragili e nemici nascosti. Ogni giornata era una partita a scacchi, e lui era il re in un tabellone pieno di regine. Doveva fare i conti con ambiziosi cortigiani, fedeli servitori con lealtà vacillanti e, naturalmente, la sua indomabile moglie Hatshepsut, che considerava il regno come il suo personale giardino.

E poi c’erano le donne del faraone, un gruppo di figure potenti e manipolatrici che si muovevano tra le ombre, intrecciando trame e complotti con la stessa facilità con cui si tessevano i tappeti. Queste donne erano abili, furbe e ciniche, e avevano un talento naturale per l’arte della manipolazione politica. E anche se potrebbero non essere sicure della loro bellezza, non tutte le mummie sono uguali, dopo tutto, non c’è dubbio sulla loro intelligenza e determinazione.

Ma Thutmose II non era solo un faraone preoccupato. Aveva anche una particolare morale che rendeva la sua vita ancora più complicata. Nonostante fosse sposato con Hatshepsut, si rifiutava di consumare il matrimonio, una scelta audace considerando la sua posizione. Alcuni dicono che aveva una sorta di rispetto fraterno per lei, mentre i maldicenti sostengono che lui ci provasse, ma era sempre respinto.

E così, mentre il palazzo del faraone era pieno di intrighi e sospetti, Thutmose II cercava conforto altrove. Trovò una concubina di nome Aset, con cui non aveva problemi a sdraiarsi, e con la quale ebbe il suo futuro erede al trono. Questa notizia non fece certo piacere a Hatshepsut, ma, come si suol dire, a palazzo le sorprese erano all’ordine del giorno.

Nel frattempo, Thutmose II, nonostante il suo aspetto gracile e i vari acciacchi, era costretto a partecipare a spedizioni militari. In parte, queste erano un modo per allontanarsi dal suo tumultuoso palazzo, e in parte, erano un modo per Hatshepsut di avere il palazzo tutto per sé. Quindi, mentre lui lottava sul campo di battaglia, lei regnava a casa. E così, nel palazzo del faraone, la vita continuava, un intricato gioco di potere, intrighi e sospetti, un dramma degno delle migliori telenovele. E forse, proprio come nelle telenovele, non si può mai prevedere cosa accadrà nel prossimo episodio.

UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA CON HATSHEPSUT

Large Kneeling Statue of Hatshepsut More: Original public domain image from The MET

Nel tumultuoso mondo della regalità egiziana, se c’è qualcosa che trionfa sull’amore, è la convenienza politica. Ecco come Thutmose II, che ancora cercava di capire come si mette un nastro nei sandali, finì per sposare la sua potente sorellastra, Hatshepsut. Non si tratta di un normale matrimonio fraterno,  pensate a due tigri nel medesimo recinto, con la sola differenza che entrambe vogliono la corona che si trova al centro.

Hatshepsut, per inciso, non era una qualsiasi figlia di faraone. Era un’autentica tigre del Nilo, capace di soffiare via la sabbia del deserto con un solo soffio. Alta come una palma, con occhi penetranti come i raggi del sole egiziano, era una presenza ineludibile. Una donna che comandava la stanza semplicemente entrandoci.

E poi c’era Thutmose II, un giovane faraone dal fascino discutibile, sebbene egli preferisse definirlo “carisma insolito”. Impegnato a mettere in mostra il suo petto fluttuante nei costumi del fiume, era visto più come un animale domestico esotico che come un regnante. Alcuni sospettano che fosse in realtà lui a essere ammaliato dalla forza di Hatshepsut, piuttosto che il contrario.

Alla fine, però, si sposarono. Per la cronaca, non ci furono ostacoli all’altare, a meno che non consideriate ostacolo il fatto che la sposa fosse l’erede legittima al trono e il futuro faraone avesse lo spessore di un papiro. Alcuni direbbero che era un matrimonio combinato. Altri, che era una partita di scacchi in cui entrambi i giocatori erano convinti di avere la vittoria in pugno.

Il matrimonio, invero, era un affare piuttosto intricato. Nonostante le affermazioni dei moralisti del tempo, si sospettava che Thutmose II avesse problemi a “sdraiarsi con la moglie”, un problema piuttosto imbarazzante per un faraone, se mi passate l’eufemismo. Mentre alcuni dicono che il suo senso morale glielo impediva, altri maldicenti suggeriscono che, in realtà, Hatshepsut fosse un’opponente troppo formidabile anche in quel contesto.

Il loro matrimonio sembrava più una partita di calcio senza un pallone, piena di sguardi severi e discussioni accese sulla chiave per la stanza del tesoro. Eppure, nonostante tutto, tra complotti di palazzo, pettegolezzi di corte e la costante lotta per il potere, Thutmose II e Hatshepsut riuscirono a mantenere un equilibrio precario. Perché, in fondo, l’antico Egitto non è molto diverso da una moderna soap opera, dove le lotte per il potere, i drammi familiari e l’amore non corrisposto sono all’ordine del giorno. E, onestamente, chi potrebbe resistere a un intrigo del genere?

IL PICCOLO THUTMOSE II

Un bel giorno, nel fervido cuore dell’Antico Egitto, in un ambiente ricolmo di intriganti monarchi e attorniato da cospirazioni degne di un film d’azione, nacque Thutmose II, frutto dell’unione tra Thutmose I e la sua ardente amante, Mutnofret. La loro relazione, un cocktail esplosivo di amore e clandestinità, rimase nascosta alla consorte ufficiale del faraone, quasi quanto il tesoro di Tutankhamon fino al 1922.

Ecco che entra in scena Mutnofret, una madre protettiva quanto un ippopotamo del Nilo e pronta a tutto per proteggere il suo piccolo. Nel panico delle notizie sul misterioso assassinio dei fratelli maggiori di Thutmose II, pensò bene di nasconderlo, come una regista di talento che tiene la sua stella emergente lontano dai paparazzi.

Ma non si tratta di semplice paura materna: Mutnofret era una tattica provetta, ben consapevole del fatto che, nell’assolata arena della politica faraonica, il suo Thutmose aveva un ruolo da interpretare. A quei tempi, le potenziali eredi erano tratteggiate con una X gigante sul dorso, e nessuno voleva finire in quel particolare elenco.

Certo, i figli più grandi di Thutmose I, Amenmose e Wadjmose, avevano fatto la stessa fine tragica dei gattini di Bastet che giocavano con il filo della sorte. Ma Thutmose II aveva qualcosa di diverso, qualcosa di speciale che si potrebbe definire il suo “assegno per la sopravvivenza”.

Thutmose II, sebbene piccolo, era dotato di un fascino inaspettato, una sorta di magnetismo che non potrebbe essere attribuito alla sua giovane età o alle sue graziose guance paffute. Potremmo dire che era un bel ragazzo, se ignoriamo i commenti dei detrattori che sostenevano che il suo aspetto era paragonabile a quello di un giovane ippopotamo non ancora completamente cresciuto.

Questo suo innato carisma, accoppiato a un’abilità da manipolatore degna di un anello di pitone, gli permise di ammaliare una delle figlie legittime del faraone, la bella e indomita Hatshepsut. E così, il piccolo Thutmose II, figlio di un’amante, privo di legittimi diritti al trono, si ritrovò fidanzato con l’erede al trono d’Egitto. È come se il gatto avesse non solo catturato il topo, ma fosse riuscito a fargli anche un bel pranzetto.

Questo è solo l’inizio di una storia che si preannuncia densa di colpi di scena, sotterfugi e strategie degne del miglior regista di Hollywood. Ma per ora, ci fermiamo qui, all’incantevole inizio della vita di Thutmose II, dove il piccolo principe, con l’aiuto di sua madre, riesce a sfuggire alla morte, e s’imbatte nel suo primo grande amore. Che cosa riserverà il futuro per il nostro giovane protagonista? Beh, dovrai continuare a leggere per scoprirlo!

Anfizione, il Re senza ambizioni di Atene

Nel 1497 a.C., Atene fu la culla di uno dei re più bizzarri della storia antica. Questo re, noto come Anfizione, era un uomo che si distingueva per una caratteristica unica: affermava di non avere ambizioni.

La sua ascesa al trono fu un evento insolito. Dopo aver esiliato suo suocero, un eccentrico commerciante portoghese noto per la sua strana predilezione per il bacalhau, Anfizione si ritrovò, piuttosto inaspettatamente, a indossare la corona. Non che ci tenesse particolarmente a diventare re, a dire il vero. Come amava ripetere, lui era un uomo semplice, senza alcuna aspirazione al potere. Ma qualcuno doveva pur fare quel lavoro, no?

Sebbene Anfizione affermasse di non avere ambizioni, era noto per il suo singolare modo di governare. Per esempio, quando venne il momento di stabilire le tasse, fece tirare una moneta. “Testa, non ci saranno tasse quest’anno,” annunciò. “Croce, le tasse raddoppieranno.” E così, ogni anno, il popolo di Atene attendeva con ansia il risultato del lancio della moneta del re.

Anfizione aveva anche un modo particolare di gestire le questioni diplomatiche. Invece di lunghe e noiose negoziazioni, preferiva risolvere i problemi con una partita a morra cinese. Se vinceva, avrebbe ottenuto ciò che voleva. Se perdeva, si ritirava semplicemente. “Non ho ambizioni,” ripeteva. “Se vinco, bene. Se perdo, pazienza.”

Nonostante il suo atteggiamento apparentemente disinteressato, Anfizione divenne notoriamente un re amato dal suo popolo. Forse era il suo spirito tranquillo, o forse era la sua mancanza di ambizione, che lo rendeva così accattivante. In ogni caso, il suo regno fu ricordato come un periodo di pace e prosperità per Atene.

Il regno di Anfizione finì come era iniziato: in modo del tutto inaspettato. Un giorno, semplicemente si alzò dal trono, si tolse la corona e la posò sul pavimento. “Mi sa che ho finito,” disse. “Spero che il prossimo re sia altrettanto disinteressato al potere quanto lo ero io.”

E così, Anfizione lasciò la scena, lasciando dietro di sé un’eredità di tranquillità e una serie di aneddoti che sarebbero stati raccontati per generazioni. Sebbene si definisse un re senza ambizioni, aveva, senza volerlo, conquistato qualcosa di molto più prezioso: il cuore del suo popolo. E tutto questo, semplicemente essendo se stesso: un re senza ambizioni in un mondo pieno di aspiranti tiranni. Un’anomalia? Forse. Ma sicuramente, un’anomalia che vale la pena ricordare.

Ulanburiash il Re borioso di Babilonia

Solo tre anni dopo la morte del casto Kashtiliash III, un nuovo personaggio balzò sulla scena di Babilonia. Si trattava di Ulanburiash, un uomo di umili origini milanesi con un’ambizione che sovrastava di gran lunga la sua statura fisica. Più che per le sue conquiste o per le sue politiche, Ulanburiash è ricordato per il suo carattere decisamente… borioso.

Il nuovo re aveva un ego grande quanto la stessa Babilonia, e non perdeva occasione per metterlo in mostra. Ogni volta che visitava una città o un villaggio, si faceva annunciare da un araldo che recitava una lunga lista di titoli inventati: “Ulanburiash il Magnifico, Ulanburiash il Potente, Ulanburiash il Conquistatore, Ulanburiash il…”. Insomma, si capisce l’idea. A volte la lista era così lunga che l’araldo doveva fermarsi a riprendere fiato, e il re doveva attendere con impazienza la ripresa del proclama.

Ma il tratto più divertente del carattere di Ulanburiash era la sua ossessione per le conquiste territoriali. Mentre altri re aspiravano a territori vasti e ricchi di risorse, Ulanburiash sembrava accontentarsi di qualsiasi cosa potesse chiamare “conquista”. E così, nel 1496 a.C., con una fanfara di trombe e tamburi, Ulanburiash dichiarò di aver conquistato il “Paese del Mare”.

Ora, il “Paese del Mare” potrebbe suonare come un luogo esotico e avventuroso, ma la realtà era un po’ meno impressionante. In realtà, il “Paese del Mare” era una piccola colonia marina con un paio di dozzine di ombrelloni e un chiosco di gelati. Quando gli abitanti del luogo vennero a sapere della “conquista”, risero a crepapelle. Ma Ulanburiash non sembrava curarsene. Aveva conquistato il “Paese del Mare”, e questo era ciò che contava.

La storia della “conquista” divenne una sorta di barzelletta tra gli storici dell’epoca. Molti raccontavano la storia con un sorriso sul volto, descrivendo come Ulanburiash si era presentato alla colonia marina con il suo esercito, aveva piantato la sua bandiera sulla spiaggia e aveva dichiarato la vittoria. E poi, come il re borioso avesse ordinato ai suoi soldati di fare il bagno nel mare per celebrare la conquista. Alcuni sostengono che l’intero esercito abbia poi fatto un picnic sulla spiaggia, mangiando gelato e costruendo castelli di sabbia.

Nel ricordare Ulanburiash, il re borioso di Babilonia, possiamo trarre una lezione di umiltà. Forse non tutti i nostri successi saranno riconosciuti o celebrati come vorremmo. Ma se possiamo ridere di noi stessi e apprezzare i piccoli momenti di gioia, allora forse possiamo rivendicare una vittoria più grande di qualsiasi “conquista” territoriale. E magari, potremmo anche ottenere un bel gelato come ricompensa.

I Zapotechi contadini del Messico

Nel 1500 a.C., mentre i cinesi si ritrovavano sommersi dai propri manufatti in ceramica, dall’altra parte del mondo, in Messico, una piccola tribù stava facendo la sua comparsa sulla scena della storia. Erano i Zapotechi, un popolo di contadini che si distinsero per il loro straordinario attaccamento al lavoro nei campi. Così affezionati erano a zappare la terra che la loro stessa denominazione rifletteva questa loro passione.

I Zapotechi erano un popolo incredibilmente laborioso, ma non erano particolarmente conosciuti per la loro raffinatezza. Tuttavia, avevano un innato senso dell’umorismo che permeava la loro vita quotidiana e che trasformava anche le attività più banali in momenti di ilarità. Se c’è una cosa che dovete sapere sui Zapotechi, è che amavano ridere.

La loro giornata tipica iniziava all’alba, quando il sole iniziava a far capolino all’orizzonte. I Zapotechi si svegliavano, prendevano la loro fedele zappa e si dirigevano verso i campi. Ma la giornata lavorativa non iniziava senza un rituale molto particolare. Prima di iniziare a zappare, ciascun lavoratore doveva raccontare una barzelletta. Non importava quanto fosse stupida o banale, l’importante era far ridere gli altri.

E così, mentre il sole sorgeva, i campi risuonavano di risate e scherzi. Si raccontavano barzellette su tutto, dai semi ai raccolti, dai vermi di terra ai corvi affamati. Ogni aspetto della vita agricola era un pretesto per un momento di ilarità. E, incredibilmente, questo rituale sembrava rendere il lavoro nei campi meno gravoso e più piacevole.

Ma l’umorismo dei Zapotechi non si limitava ai campi. Anche nelle loro case, nelle piazze del villaggio e nelle celebrazioni religiose, l’umorismo era sempre presente. Le cerimonie religiose, per esempio, erano spesso interrotte da momenti di ilarità inaspettata. Un sacerdote potrebbe interrompere un discorso sacro per raccontare una barzelletta, o un danzatore potrebbe eseguire un passo di danza buffo nel bel mezzo di un rituale sacro.

La vita dei Zapotechi, quindi, era pervasa da un senso di gioia e di ilarità. Ma nonostante la loro apparente mancanza di serietà, erano un popolo incredibilmente laborioso e produttivo. I loro campi erano sempre ben curati, e i loro raccolti abbondanti. La loro filosofia era semplice: la vita è dura, ma non c’è motivo per non riderci su.

E così, nel 1500 a.C., mentre il resto del mondo era impegnato nelle sue grandi imprese, i Zapotechi se ne stavano nei loro campi, zappando la terra e ridendo di gusto. Forse non hanno cambiato il corso della storia o costruito grandi imperi, ma hanno sicuramente lasciato un segno indelebile nel cuore di chi ha avuto la fortuna di conoscerli. Perché, in fondo, la storia non è fatta solo di grandi eventi e di grandi personaggi. È fatta anche di piccole storie, di piccoli popoli, che con il loro umorismo e la loro laboriosità ci ricordano che la vita, nonostante tutto, può essere una cosa meravigliosa.

Kashtiliash III il casto Re di Babilonia

Nel caotico carosello di governanti e regni del 1500 a.C., c’era un uomo che risaltava non per il suo eroismo in battaglia, non per la sua saggezza nella guida del suo regno, ma per la sua stupefacente castità. Il suo nome era Kashtiliash III, e regnava sulla gloriosa città di Babilonia.

Per comprendere appieno l’eccezionalità della castità di Kashtiliash, dobbiamo prima fare un breve excursus sulla vita sessuale dei re di quel tempo. Si diceva che fosse abbastanza comune, in quei giorni, per un re avere una serie di concubine, e non era insolito per un re avere decine o addirittura centinaia di figli. Ma Kashtiliash III era diverso. Non solo non aveva una concubina, ma non aveva nemmeno una moglie. E di conseguenza, non aveva figli.

Ciò potrebbe non sembrare così sorprendente da un punto di vista moderno, ma all’epoca era quasi inaudito. La fertilità era considerata un segno di potere e di virilità, e un re senza figli era visto come un re debole. Ma Kashtiliash non sembrava preoccuparsene. Anzi, pareva quasi orgoglioso della sua castità.

E qui arriva la parte divertente della storia. Kashtiliash, si dice, era un uomo di grande umorismo. Amava raccontare barzellette e faceva sempre ridere la sua corte con i suoi aneddoti e le sue battute. E tra i suoi temi preferiti c’erano proprio la sua castità e la sua mancanza di figli.

“Avete sentito la notizia?” avrebbe esordito durante un banchetto reale. “Pare che il re di Assiria abbia avuto un altro figlio. Sembra che non abbia nient’altro da fare tutto il giorno!” E poi, guardando in giro la sala e vedendo i volti sorpresi dei suoi cortigiani, avrebbe aggiunto con un ghigno: “Beh, almeno io ho tempo per governare il mio regno!”

Oppure, durante una discussione sulle questioni di stato, avrebbe detto: “Vedo che tutti voi avete le mani piene con le vostre mogli e i vostri figli. Ma io, grazie agli dei, ho solo me stesso di cui preoccuparmi. E vi posso assicurare che è già abbastanza impegnativo!”  E così, con la sua arguzia e il suo spirito, Kashtiliash III riusciva a trasformare quella che avrebbe potuto essere vista come una debolezza in un motivo di orgoglio e di divertimento. E forse, nel farlo, ci ha lasciato una lezione preziosa. Non importa quanto possa sembrare strana o inusuale la nostra vita agli occhi degli altri. L’importante è che noi stessi siamo a nostro agio con chi siamo, e che siamo in grado di ridere di noi stessi. Perché, in fondo, chi può dire cosa è normale e cosa no? E chi può dire quale sia il vero segno della forza e del potere?

E così, nel ricordare Kashtiliash III, il casto re di Babilonia, ricordiamo non solo il suo regno e le sue imprese, ma anche il suo spirito e il suo senso dell’umorismo. Perché, come lui stesso avrebbe potuto dire: “Un re può avere mille concubine, ma se non può ridere di se stesso, allora davvero non ha niente.”