Enlil-nasir I° IL RE NASONE

Nel 1480 a.C., l’Assiria era guidata dal re Enlil-nasir I°, un sovrano particolare di cui non si hanno molte notizie, perciò ci siamo dilettati a colmare questo vuoto con la nostra immaginazione e sorriso.

Questo Re passò alla storia soprattutto per una caratteristica fisica piuttosto inusuale: la sua “proboscide”. Si diceva che il suo naso fosse abbastanza pronunciato da far impallidire qualsiasi altro naso della storia. La sua fama di possedere un naso straordinariamente lungo si diffonde in tutto il regno e anche oltre, tanto che alcuni sostengono che la storia di Pinocchio sia stata ispirata proprio dalla leggenda di Enlil-nasir I°.

Non era raro che, durante le cerimonie ufficiali, il re dovesse porre particolare attenzione a non urtare il suo enorme naso contro gli arredi del palazzo o contro i suoi stessi sudditi. Ciò divenne motivo di ilarità e scommesse tra i cortigiani, che si dilettavano a indovinare quante volte il re avrebbe accidentalmente colpito qualcosa con il suo naso durante un evento.

Anche l’arte dell’epoca rifletteva la straordinaria “proboscide” del re. Scultori e pittori si sfidavano a creare ritratti e statue che esaltassero il suo naso in modo esagerato e umoristico. Si racconta che in una celebre statua, il naso di Enlil-nasir I° fosse stato scolpito in modo tale da fungere da scivolo per i bambini della corte.

Le leggende raccontano che il re aveva sviluppato una serie di tecniche per sfruttare al meglio il suo naso inusuale. Ad esempio, durante i banchetti, si diceva che usasse il suo naso come una sorta di “terzo braccio” per afferrare e portare alla bocca i cibi più prelibati. Anche in guerra, si narra che Enlil-nasir I° avesse utilizzato la sua “proboscide” come arma, intimidendo i suoi nemici con la sua singolare presenza sul campo di battaglia.

Nonostante le battute e gli scherzi sulla sua “proboscide”, il re Enlil-nasir I° riuscì a trasformare la sua peculiare caratteristica fisica in un simbolo di forza e di potere. La sua figura, con il naso lungo e maestoso, divenne un emblema di autorità e di saggezza, e ancora oggi la leggenda di Enlil-nasir I° e della sua “proboscide” continua a far sorridere e a stupire chi si avventura nel mondo affascinante e bizzarro della storia dell’Assiria.

HATSHEPSUT: UN INIZIO DIFFICILE

Nell’antico Egitto, per la prima volta nella storia, una donna stava per diventare faraone, conquistando la “quota rosa” nel più patriarcale dei patriarcati.

Cominciamo con la nostra protagonista, una ragazzina di appena dodici anni, in un periodo in cui il termine “infanzia” non aveva lo stesso significato che ha oggi. Diciamo che aveva l’età giusta per sognare di principi e principesse, tranne che, ovviamente, nel suo caso, la principessa era lei e il principe… beh, era suo fratello. Sì, hai sentito bene. Il matrimonio fra fratelli non era insolito nell’antica nobiltà egiziana, soprattutto quando si trattava di conservare il potere all’interno della famiglia.

Il fratellastro in questione, un tipo dall’aspetto non proprio “principesco”, aveva bisogno di lei per poter reclamare il trono. Ma a lei, che era la legittima erede, questa situazione non era per nulla piaciuta. Immagina di dover dare la tua corona di principessa al tuo fratellino fastidioso solo perché è un maschio. Non molto equo, vero?

Dopo la morte del fratellastro, si è ritrovata in una situazione ancora più complicata. Non solo ha dovuto fare la reggente per il figliastro del marito, avuto con la seconda moglie, ma ha anche dovuto sopportare un altro colpo all’orgoglio. Proprio come in una soap opera dell’antichità, si è ritrovata a fare da “babysitter” al figlio del marito avuto con un’altra donna.

Tutto questo non era proprio quello che si aspettava da un regno. Avrebbe dovuto essere lei a governare, a emettere decreti, a indossare il copricapo del faraone e a fare tutte le cose che un faraone dovrebbe fare. Invece, si ritrovava a occuparsi di un ragazzo che non aveva il minimo interesse a rispettarla come reggente.

Eppure, nonostante tutte queste avversità, non ha mai perso di vista il suo obiettivo. Perché sotto quella corona di principessa, c’era una donna determinata, pronta a fare tutto il necessario per ottenere ciò che le spettava di diritto. E anche se il cammino verso il trono non è stato per nulla facile, era pronta a intraprendere questo viaggio, a prescindere dalle umiliazioni e dai sacrifici che avrebbe dovuto sopportare.

La fine misteriosa di Thutmose II

La vita di Thutmose II fu davvero un incredibile carosello di eventi. Non mancarono le prove d’amore, le concubine, le guerre, i figli illegittimi, e, ovviamente, una buona dose di intrighi di corte. Ma come ogni buon libro, anche la vita di Thutmose II ha una fine, ed è qui che le cose diventano davvero interessanti.

Thutmose II morì all’età di trent’anni. Ecco, qui c’è il bello. Nessuno sa veramente cosa sia successo, le fonti storiche a riguardo sono sospettosamente silenziose, alimentando una serie di teorie che farebbero impallidire i più avvincenti romanzi gialli. Alcuni sostengono che fosse un’intossicazione alimentare, forse dovuta a un piatto di scarabei d’oro troppo condito. Altri che una maledizione magica lo abbia colpito, probabilmente invocata da una delle sue tante concubine in segno di vendetta per qualche favoritismo.

E poi c’è la teoria più intrigante di tutte: che la sua morte fosse stata orchestrata da sua moglie, Hatshepsut. Hatshepsut era nota per la sua determinazione e per la sua ambizione, quindi non sarebbe una totale sorpresa se avesse cercato di accelerare il proprio cammino verso il trono. Forse aveva deciso che era stufa di aspettare che Thutmose II finisse di sperimentare con le ricette culinarie, o forse aveva scoperto qualche flirt di troppo con una delle concubine. Insomma, le possibilità sono infinite, e nessuna di esse può essere del tutto esclusa.

Ma la cosa più strana di tutte è che, prima di morire, Thutmose II decise di fare uno scherzo alla moglie. Non si sa esattamente come ci sia riuscito, ma riuscì a nominare il suo figlio illegittimo, chiamato anch’egli Thutmose, come suo erede. Questo fatto causò un gran disordine nella corte reale e portò a una serie di eventi davvero rocamboleschi.

La morte di Thutmose II lasciò un vuoto di potere che fu riempito dalla sua ambita moglie, Hatshepsut, che divenne faraona regnante. Ma quella è un’altra storia, altrettanto avvincente e piena di colpi di scena.

E quindi, così si conclude la straordinaria e misteriosa vita di Thutmose II. Una vita che, nonostante la sua brevità, è stata piena di eventi, emozioni e intrighi che ancora oggi affascinano e incuriosiscono storici e lettori.

ASET LA CONCUBINA DEL FARAONE

La vita della concubina Aset era come una sorta di telenovela antica, ma senza il lusso degli spot pubblicitari per fare una pausa. Diventare la donna di Thutmose II e poi dare alla luce il futuro erede al trono non era una cosa da poco, specialmente quando si teneva conto dell’ambiente competitivo e talvolta pericoloso della corte del faraone.

Aset era una donna di straordinaria bellezza, con un fascino irresistibile che sapeva usare al meglio. Non era solo la sua bellezza fisica a catturare l’attenzione del faraone, ma anche la sua intelligenza acuta e la sua astuzia. Era la combinazione perfetta di bellezza e cervello, una miscela potente che la rendeva irresistibile agli occhi di Thutmose II.

Il loro figlio, il piccolo Thutmose III, nacque sotto il segno dell’aquila, il simbolo di forza e coraggio. Nonostante fosse figlio di una concubina, era destinato a diventare il faraone più potente dell’Egitto. Crescendo tra le mura del palazzo, Thutmose III dimostrò un precoce spirito di leader, ereditando l’astuzia di sua madre e la forza di volontà di suo padre.

La notizia della nascita di un erede al trono non fu accolta con grande entusiasmo da tutti alla corte. La regina Hatshepsut, in particolare, non era affatto contenta. L’erede al trono avrebbe dovuto essere il suo figlio, nato da lei e Thutmose II. Ma invece, il piccolo Thutmose III, figlio di una concubina, aveva preso il suo posto. Hatshepsut non era una donna da accettare facilmente un’ingiustizia, e la nascita di Thutmose III era l’inizio di una serie di eventi tumultuosi che avrebbero segnato il regno di Thutmose II.

La vita di Aset, quindi, non era solo fatta di piaceri regali e lussi. C’era una tensione palpabile nell’aria, un senso di pericolo che si aggirava come un coccodrillo nel Nilo. Aset era una madre protettiva, e avrebbe fatto qualsiasi cosa per garantire la sicurezza e il successo del suo unico figlio.

Nel frattempo, il piccolo Thutmose III crebbe sotto l’ala protettiva di sua madre, imparando le complessità della politica di corte, i sottili giochi di potere e le strategie di sopravvivenza. E mentre la vita di corte si svolgeva con il suo solito ritmo frenetico, Thutmose III si preparava silenziosamente per il giorno in cui sarebbe salito al trono, sotto l’occhio attento di sua madre, la sagace e bellissima Aset.

THUTHMOSE II: Il potere delle donne

Nella corte di Thutmose II, le donne erano una forza con cui fare i conti. E tra queste donne, Hatshepsut e Aset regnavano sovrane.

Hatshepsut, la moglie ufficiale di Thutmose II, aveva un potere politico che sarebbe stato invidiato da molti uomini. Si diceva che fosse lei a detenere il vero controllo sulla corte, mentre Thutmose II era più un faraone nominale che un vero monarca. Aveva una presenza imponente e una personalità che poteva mettere a tacere una stanza piena di cortigiani.

Ma il potere di Hatshepsut non derivava solo dalla sua posizione di moglie del faraone. Era anche una donna molto astuta e determinata, con un’abilità innata per la manipolazione politica. Sapeva come ottenere ciò che voleva, e non aveva paura di usare ogni mezzo a sua disposizione per farlo.

Dall’altro lato, c’era Aset, la concubina di Thutmose II. Non aveva il potere politico di Hatshepsut, ma aveva qualcosa che la moglie del faraone non aveva: l’amore incondizionato di Thutmose II. Era la donna che lui sceglieva non per dovere o per convenienza, ma per desiderio e affetto. E questo la rendeva in qualche modo più potente di Hatshepsut.

Aset aveva anche un altro vantaggio: era la madre del futuro erede al trono. Questo le dava un’influenza significativa su Thutmose II, che voleva che il suo figlio avesse la migliore istruzione e preparazione possibile per il futuro ruolo di faraone.

Ma se c’è una cosa che entrambe le donne avevano in comune, era l’abilità di giocare il gioco della politica di corte. Entrambe sapevano come usare il loro fascino e la loro astuzia per ottenere ciò che volevano, e non erano estranee alla crudeltà e alla spietatezza che erano spesso necessarie in tale ambiente.

Così, mentre Thutmose II cercava di destreggiarsi tra le sue responsabilità di faraone e i suoi desideri personali, Hatshepsut e Aset continuavano a esercitare il loro potere e la loro influenza, plasmando la corte e l’Egitto secondo i loro desideri. E mentre lo facevano, dimostravano che il potere non era solo una questione di titoli e posizioni, ma anche di intelligenza, astuzia e determinazione.

THUTMOSE II: Intrighi e sospetti nel palazzo

Se pensate che la vita nei palazzi del faraone sia fatta solo di pigri pomeriggi al sole, banchetti sontuosi e lunghe passeggiate lungo il Nilo, siete molto lontani dal vero. I palazzi del faraone erano più simili a un nido di vipere, con intrighi a ogni angolo e la costante paura di un morso velenoso.

Thutmose II, in particolare, aveva una vita da faraone complicata, piena di complotti di palazzo, alleanze fragili e nemici nascosti. Ogni giornata era una partita a scacchi, e lui era il re in un tabellone pieno di regine. Doveva fare i conti con ambiziosi cortigiani, fedeli servitori con lealtà vacillanti e, naturalmente, la sua indomabile moglie Hatshepsut, che considerava il regno come il suo personale giardino.

E poi c’erano le donne del faraone, un gruppo di figure potenti e manipolatrici che si muovevano tra le ombre, intrecciando trame e complotti con la stessa facilità con cui si tessevano i tappeti. Queste donne erano abili, furbe e ciniche, e avevano un talento naturale per l’arte della manipolazione politica. E anche se potrebbero non essere sicure della loro bellezza, non tutte le mummie sono uguali, dopo tutto, non c’è dubbio sulla loro intelligenza e determinazione.

Ma Thutmose II non era solo un faraone preoccupato. Aveva anche una particolare morale che rendeva la sua vita ancora più complicata. Nonostante fosse sposato con Hatshepsut, si rifiutava di consumare il matrimonio, una scelta audace considerando la sua posizione. Alcuni dicono che aveva una sorta di rispetto fraterno per lei, mentre i maldicenti sostengono che lui ci provasse, ma era sempre respinto.

E così, mentre il palazzo del faraone era pieno di intrighi e sospetti, Thutmose II cercava conforto altrove. Trovò una concubina di nome Aset, con cui non aveva problemi a sdraiarsi, e con la quale ebbe il suo futuro erede al trono. Questa notizia non fece certo piacere a Hatshepsut, ma, come si suol dire, a palazzo le sorprese erano all’ordine del giorno.

Nel frattempo, Thutmose II, nonostante il suo aspetto gracile e i vari acciacchi, era costretto a partecipare a spedizioni militari. In parte, queste erano un modo per allontanarsi dal suo tumultuoso palazzo, e in parte, erano un modo per Hatshepsut di avere il palazzo tutto per sé. Quindi, mentre lui lottava sul campo di battaglia, lei regnava a casa. E così, nel palazzo del faraone, la vita continuava, un intricato gioco di potere, intrighi e sospetti, un dramma degno delle migliori telenovele. E forse, proprio come nelle telenovele, non si può mai prevedere cosa accadrà nel prossimo episodio.

UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA CON HATSHEPSUT

Large Kneeling Statue of Hatshepsut More: Original public domain image from The MET

Nel tumultuoso mondo della regalità egiziana, se c’è qualcosa che trionfa sull’amore, è la convenienza politica. Ecco come Thutmose II, che ancora cercava di capire come si mette un nastro nei sandali, finì per sposare la sua potente sorellastra, Hatshepsut. Non si tratta di un normale matrimonio fraterno,  pensate a due tigri nel medesimo recinto, con la sola differenza che entrambe vogliono la corona che si trova al centro.

Hatshepsut, per inciso, non era una qualsiasi figlia di faraone. Era un’autentica tigre del Nilo, capace di soffiare via la sabbia del deserto con un solo soffio. Alta come una palma, con occhi penetranti come i raggi del sole egiziano, era una presenza ineludibile. Una donna che comandava la stanza semplicemente entrandoci.

E poi c’era Thutmose II, un giovane faraone dal fascino discutibile, sebbene egli preferisse definirlo “carisma insolito”. Impegnato a mettere in mostra il suo petto fluttuante nei costumi del fiume, era visto più come un animale domestico esotico che come un regnante. Alcuni sospettano che fosse in realtà lui a essere ammaliato dalla forza di Hatshepsut, piuttosto che il contrario.

Alla fine, però, si sposarono. Per la cronaca, non ci furono ostacoli all’altare, a meno che non consideriate ostacolo il fatto che la sposa fosse l’erede legittima al trono e il futuro faraone avesse lo spessore di un papiro. Alcuni direbbero che era un matrimonio combinato. Altri, che era una partita di scacchi in cui entrambi i giocatori erano convinti di avere la vittoria in pugno.

Il matrimonio, invero, era un affare piuttosto intricato. Nonostante le affermazioni dei moralisti del tempo, si sospettava che Thutmose II avesse problemi a “sdraiarsi con la moglie”, un problema piuttosto imbarazzante per un faraone, se mi passate l’eufemismo. Mentre alcuni dicono che il suo senso morale glielo impediva, altri maldicenti suggeriscono che, in realtà, Hatshepsut fosse un’opponente troppo formidabile anche in quel contesto.

Il loro matrimonio sembrava più una partita di calcio senza un pallone, piena di sguardi severi e discussioni accese sulla chiave per la stanza del tesoro. Eppure, nonostante tutto, tra complotti di palazzo, pettegolezzi di corte e la costante lotta per il potere, Thutmose II e Hatshepsut riuscirono a mantenere un equilibrio precario. Perché, in fondo, l’antico Egitto non è molto diverso da una moderna soap opera, dove le lotte per il potere, i drammi familiari e l’amore non corrisposto sono all’ordine del giorno. E, onestamente, chi potrebbe resistere a un intrigo del genere?

IL PICCOLO THUTMOSE II

Un bel giorno, nel fervido cuore dell’Antico Egitto, in un ambiente ricolmo di intriganti monarchi e attorniato da cospirazioni degne di un film d’azione, nacque Thutmose II, frutto dell’unione tra Thutmose I e la sua ardente amante, Mutnofret. La loro relazione, un cocktail esplosivo di amore e clandestinità, rimase nascosta alla consorte ufficiale del faraone, quasi quanto il tesoro di Tutankhamon fino al 1922.

Ecco che entra in scena Mutnofret, una madre protettiva quanto un ippopotamo del Nilo e pronta a tutto per proteggere il suo piccolo. Nel panico delle notizie sul misterioso assassinio dei fratelli maggiori di Thutmose II, pensò bene di nasconderlo, come una regista di talento che tiene la sua stella emergente lontano dai paparazzi.

Ma non si tratta di semplice paura materna: Mutnofret era una tattica provetta, ben consapevole del fatto che, nell’assolata arena della politica faraonica, il suo Thutmose aveva un ruolo da interpretare. A quei tempi, le potenziali eredi erano tratteggiate con una X gigante sul dorso, e nessuno voleva finire in quel particolare elenco.

Certo, i figli più grandi di Thutmose I, Amenmose e Wadjmose, avevano fatto la stessa fine tragica dei gattini di Bastet che giocavano con il filo della sorte. Ma Thutmose II aveva qualcosa di diverso, qualcosa di speciale che si potrebbe definire il suo “assegno per la sopravvivenza”.

Thutmose II, sebbene piccolo, era dotato di un fascino inaspettato, una sorta di magnetismo che non potrebbe essere attribuito alla sua giovane età o alle sue graziose guance paffute. Potremmo dire che era un bel ragazzo, se ignoriamo i commenti dei detrattori che sostenevano che il suo aspetto era paragonabile a quello di un giovane ippopotamo non ancora completamente cresciuto.

Questo suo innato carisma, accoppiato a un’abilità da manipolatore degna di un anello di pitone, gli permise di ammaliare una delle figlie legittime del faraone, la bella e indomita Hatshepsut. E così, il piccolo Thutmose II, figlio di un’amante, privo di legittimi diritti al trono, si ritrovò fidanzato con l’erede al trono d’Egitto. È come se il gatto avesse non solo catturato il topo, ma fosse riuscito a fargli anche un bel pranzetto.

Questo è solo l’inizio di una storia che si preannuncia densa di colpi di scena, sotterfugi e strategie degne del miglior regista di Hollywood. Ma per ora, ci fermiamo qui, all’incantevole inizio della vita di Thutmose II, dove il piccolo principe, con l’aiuto di sua madre, riesce a sfuggire alla morte, e s’imbatte nel suo primo grande amore. Che cosa riserverà il futuro per il nostro giovane protagonista? Beh, dovrai continuare a leggere per scoprirlo!

Anfizione, il Re senza ambizioni di Atene

Nel 1497 a.C., Atene fu la culla di uno dei re più bizzarri della storia antica. Questo re, noto come Anfizione, era un uomo che si distingueva per una caratteristica unica: affermava di non avere ambizioni.

La sua ascesa al trono fu un evento insolito. Dopo aver esiliato suo suocero, un eccentrico commerciante portoghese noto per la sua strana predilezione per il bacalhau, Anfizione si ritrovò, piuttosto inaspettatamente, a indossare la corona. Non che ci tenesse particolarmente a diventare re, a dire il vero. Come amava ripetere, lui era un uomo semplice, senza alcuna aspirazione al potere. Ma qualcuno doveva pur fare quel lavoro, no?

Sebbene Anfizione affermasse di non avere ambizioni, era noto per il suo singolare modo di governare. Per esempio, quando venne il momento di stabilire le tasse, fece tirare una moneta. “Testa, non ci saranno tasse quest’anno,” annunciò. “Croce, le tasse raddoppieranno.” E così, ogni anno, il popolo di Atene attendeva con ansia il risultato del lancio della moneta del re.

Anfizione aveva anche un modo particolare di gestire le questioni diplomatiche. Invece di lunghe e noiose negoziazioni, preferiva risolvere i problemi con una partita a morra cinese. Se vinceva, avrebbe ottenuto ciò che voleva. Se perdeva, si ritirava semplicemente. “Non ho ambizioni,” ripeteva. “Se vinco, bene. Se perdo, pazienza.”

Nonostante il suo atteggiamento apparentemente disinteressato, Anfizione divenne notoriamente un re amato dal suo popolo. Forse era il suo spirito tranquillo, o forse era la sua mancanza di ambizione, che lo rendeva così accattivante. In ogni caso, il suo regno fu ricordato come un periodo di pace e prosperità per Atene.

Il regno di Anfizione finì come era iniziato: in modo del tutto inaspettato. Un giorno, semplicemente si alzò dal trono, si tolse la corona e la posò sul pavimento. “Mi sa che ho finito,” disse. “Spero che il prossimo re sia altrettanto disinteressato al potere quanto lo ero io.”

E così, Anfizione lasciò la scena, lasciando dietro di sé un’eredità di tranquillità e una serie di aneddoti che sarebbero stati raccontati per generazioni. Sebbene si definisse un re senza ambizioni, aveva, senza volerlo, conquistato qualcosa di molto più prezioso: il cuore del suo popolo. E tutto questo, semplicemente essendo se stesso: un re senza ambizioni in un mondo pieno di aspiranti tiranni. Un’anomalia? Forse. Ma sicuramente, un’anomalia che vale la pena ricordare.

Ulanburiash il Re borioso di Babilonia

Solo tre anni dopo la morte del casto Kashtiliash III, un nuovo personaggio balzò sulla scena di Babilonia. Si trattava di Ulanburiash, un uomo di umili origini milanesi con un’ambizione che sovrastava di gran lunga la sua statura fisica. Più che per le sue conquiste o per le sue politiche, Ulanburiash è ricordato per il suo carattere decisamente… borioso.

Il nuovo re aveva un ego grande quanto la stessa Babilonia, e non perdeva occasione per metterlo in mostra. Ogni volta che visitava una città o un villaggio, si faceva annunciare da un araldo che recitava una lunga lista di titoli inventati: “Ulanburiash il Magnifico, Ulanburiash il Potente, Ulanburiash il Conquistatore, Ulanburiash il…”. Insomma, si capisce l’idea. A volte la lista era così lunga che l’araldo doveva fermarsi a riprendere fiato, e il re doveva attendere con impazienza la ripresa del proclama.

Ma il tratto più divertente del carattere di Ulanburiash era la sua ossessione per le conquiste territoriali. Mentre altri re aspiravano a territori vasti e ricchi di risorse, Ulanburiash sembrava accontentarsi di qualsiasi cosa potesse chiamare “conquista”. E così, nel 1496 a.C., con una fanfara di trombe e tamburi, Ulanburiash dichiarò di aver conquistato il “Paese del Mare”.

Ora, il “Paese del Mare” potrebbe suonare come un luogo esotico e avventuroso, ma la realtà era un po’ meno impressionante. In realtà, il “Paese del Mare” era una piccola colonia marina con un paio di dozzine di ombrelloni e un chiosco di gelati. Quando gli abitanti del luogo vennero a sapere della “conquista”, risero a crepapelle. Ma Ulanburiash non sembrava curarsene. Aveva conquistato il “Paese del Mare”, e questo era ciò che contava.

La storia della “conquista” divenne una sorta di barzelletta tra gli storici dell’epoca. Molti raccontavano la storia con un sorriso sul volto, descrivendo come Ulanburiash si era presentato alla colonia marina con il suo esercito, aveva piantato la sua bandiera sulla spiaggia e aveva dichiarato la vittoria. E poi, come il re borioso avesse ordinato ai suoi soldati di fare il bagno nel mare per celebrare la conquista. Alcuni sostengono che l’intero esercito abbia poi fatto un picnic sulla spiaggia, mangiando gelato e costruendo castelli di sabbia.

Nel ricordare Ulanburiash, il re borioso di Babilonia, possiamo trarre una lezione di umiltà. Forse non tutti i nostri successi saranno riconosciuti o celebrati come vorremmo. Ma se possiamo ridere di noi stessi e apprezzare i piccoli momenti di gioia, allora forse possiamo rivendicare una vittoria più grande di qualsiasi “conquista” territoriale. E magari, potremmo anche ottenere un bel gelato come ricompensa.