LA MONETA DI CRESO

Il Regno di Lidia è stato il luogo in cui si è verificata una delle rivoluzioni più stravaganti nella storia dell’umanità. Nel lontano 650 aC, un uomo di nome Creso decise di introdurre una strana e misteriosa invenzione: la moneta.

A quel tempo, le persone erano solite scambiarsi beni e servizi direttamente, utilizzando semplici forme di baratto. Ma Croesus pensava che sarebbe stato divertente complicare un po’ le cose, perché la vita senza un po’ di confusione non sarebbe stata la stessa.

Quindi, senza pensarci due volte, Creso cominciò a stampare monete con facce di animali strani e figure mitologiche. Queste monete erano fatte di metalli rari, come l’oro e l’argento, e avevano un valore apparentemente casuale attribuito ad ognuna di esse.

Il primo paradosso assurdo che ci viene in mente è che l’introduzione della moneta ha portato alla sua stessa estinzione. Inizialmente, la gente trovò l’idea di usare le monete affascinanti e ne furono subito attratti. Ma poi scoprirono che le monete potevano essere rubate o contraffatte. Quindi, per proteggere le loro monete, le nascosero in luoghi segreti o le tennero con sé in ogni momento. Alla fine, dimenticarono dove le avevano messe, e le monete sparirono completamente, tornando così alla pratica del baratto.

Ma ecco un altro paradosso bizzarro: mentre le monete sparivano nel nulla, il loro valore aumentava magicamente. La gente si ritrovava a desiderare ardentemente le monete che non si potevano nemmeno trovare, e il loro valore immaginario raggiungeva cifre astronomiche. Gli affari erano basati su qualcosa che era diventato una specie di tesoro nascosto, e chiunque avesse avuto anche solo una moneta si sarebbe sentito il re del mondo.

Poi c’è il paradosso del “Più è piccolo, più è grande”. Con l’introduzione delle monete, le persone iniziarono a capire che un pezzo di metallo di dimensioni insignificanti poteva valere più di un oggetto grande e prezioso. La logica venne completamente ribaltata, tanto che le persone iniziarono a scambiare una fetta di pane per un pezzo di metallo. Non era importante cosa ottenessero in cambio, l’importante era possedere quelle strane e misteriose monete.

Ma la cosa più assurda di tutte era che, nonostante la mancanza di valore intrinseco delle monete, tutti continuavano a lottare per ottenerle. Gli uomini andavano in guerra per appropriarsi di monete, io governavo le tassavano pesantemente e le persone si sforzavano di guadagnare sempre di più, solo per possedere un pezzo di metallo che in realtà non faceva nulla se non brillare.

Quindi, grazie a Croesus e al suo geniale inganno, il mondo fu conquistato da una strana idea che sconvolse il senso comune e creò paradossi assurdi. La moneta si diffonde come un incendio, trasformando il semplice atto dello scambio in un balletto caotico di cupidigia e follia. E fino ad oggi, continuiamo a chiederci: quale sarà il prossimo paradosso che ci aspetta?

CIPSELO DI CORINTO

Per capire chi fu questo personaggio, occorre andare indietro nel tempo e raccontarne le origini.

C’era una volta un membro della famiglia regnante di nome Anfione che aveva una figlia zoppa di nome Labda.

Per quel tempo era un bel problema, perché era difficile da far sposare una figlia con tale difetto, infatti il padre cercò di piazzarla a tutti gli uomini del parentado senza che alcuno l’accettasse come moglie.

Rifiutata e beffeggiata si ritirò in un eremo pensando che non si sarebbe mai sposata, invece, conobbe un certo Eezione, che dal nome sospettiamo che fosse balbuziente.

Egli era figlio di Echecrate, a sua volta discendente da Lapita… non che questi nomi ci raccontino qualcosa ma solo che, pur non facendo parte della famiglia regnante, ne erano politicamente molto vicini.

I due iniziarono a frequentarsi e infine si sposarono, ma lui era dubbioso e chiese all’oracolo di Delfi, massima espressione della cartomanzia del tempo, se avesse potuto avere figli.

L’oracolo, non solo gli predisse che avrebbe avuto un figlio ma, addirittura, gli disse che quel figlio avrebbe abbattuto la famiglia regnante.

La famiglia regnante lo venne a sapere e pensarono, a scanso di sorprese, di eliminare subito alla nascita il temibile avversario e quando la donna partorì, per sicurezza mandarono ben dieci sicari, meglio abbondare che deficere.

Il piano, però, andò in fumo, perché una volta prelevato e in mano ai sicari, il bimbo iniziò a sorridere, un sorriso contagioso che impietosì tutti e dieci i sicari e quindi lo riportarono alla madre.

La famiglia regnante sarà stata anche molto potente ma aveva dei sicari alquanto ridicoli e assurdi.

Una volta usciti, i sicari iniziarono a litigare fra loro riguardo a chi toccava la colpa del fallimento dell’operazione e non venendone a galla decisero di ritentare, ma la madre, nel frattempo, nascose il bimbo in una cassa di legno.

Non trovandolo, i sicari decisero di mentire ai loro mandanti e si accordarono nel sostenere che l’operazione era perfettamente riuscita e il bimbo eliminato.

Oltre che ridicoli e incapaci erano anche dei bugiardi patentati, ma ancora di più, i regnanti, che si affidavano a questi improbabili “bravi” di manzoniana memori, erano abbastanza stupidi e, in fondo, meritavano di essere deposti.

I genitori del bimbo lo chiamarono Cipselo, che in corinziano significa cassa, in onore della modalità con cui si è salvato.

Divenuto adulto, il “cassa” fece polpettine degli stupidi regnanti e con un colpo di mano divenne tiranno indiscusso di Corinto, instaurando un regime sanguinario, come se avesse paura di fare la fine dei precedenti regnanti, oppure perché era rimasto sconvolto dalla sua vicenda, oppure, come pensiamo, interdetto dal ricordo dei dieci brutti musi che lo volevano uccidere, ma una cosa è certa, quel sorriso che lo salvò era sparito e sostituito da un sogghigno macabro.

Per la cronaca vi segnaliamo che fra quei pochi sopravvissuti dalla furia di Cipselo, ci fu un certo Demarato che si rifugiò in Etruria a Tarquinia dove ebbe un figlio, Lucomone, il futuro Tarquinio Prisco e quinto re di Roma… come si suol dire, il mondo è piccolo!… corre l’anno 657 a.C.

IL PRIMO IMPERO GIAPPONESE

Una leggenda straordinaria narra che il primo impero giapponese nacque il 11 febbraio del 660 aC, grazie all’opera di un personaggio dal nome sorprendente: Jimmu. Nonostante questo nome, che sembra più adatto a un clown che a un imperatore, il suo vero nome era in realtà molto più complicato e curioso: “Kamu-yamato-iwarebiko no mikoto”.

Ci saremmo aspettati nomi difficili da pronunciare per i personaggi giapponesi, ma è comprensibile che abbiano scelto di chiamarlo in un modo più semplice, semplificandolo notevolmente. Tuttavia, è interessante notare che il suo nome completo finisce con “no Mikoto”, che lascia spazio a molteplici interpretazioni.

Perché sottolineare che non è solo Mikoto? Forse essere chiamato Mikoto era considerato un’offesa, un difetto o un modo per indicare che non era un cretino. Potrebbe essere stato un modo per prendere le distanze da qualcuno poco rappresentativo che si chiamava in quel modo. Ma allora perché non bastava la prima parte del nome?

Questo rimane un mistero ancora oggi, e non lasciatevi confondere da spiegazioni astruse diffuse dagli esperti. Anche loro sanno non cosa dicono, e anche gli esperti giapponesi, notoriamente dipinti come personaggi dei manga, non sono molto affidabili in questo caso.

Il secondo imperatore, Suizei, fu uno dei figli di Jimmu e fortunatamente il suo nome era decisamente più presentabile.

Tuttavia, la storia dell’impero giapponese non è solo fatta di nomi curiosi e misteri. Ci sono anche aspetti divertenti che rendono affascinante questo racconto antico.

Si dice che Jimmu abbia fondato il primo impero giapponese dopo aver compiuto un viaggio epico e avventuroso. Secondo la leggenda, guidato da un corvo sacro, Jimmu attraversò terre selvagge, sconfisse demoni e superò ostacoli incredibili per raggiungere il luogo in cui avrebbe stabilito il suo regno. Immaginatevi un imperatore seguito da un corvo come guida! È sicuramente un’immagine stravagante e divertente.

Inoltre, la sua nascita nel 660 aC è così precisa che sembra quasi soprannaturale. Come possono avere tanta precisione nel determinare la data di nascita di un impero così antico? Forse i giapponesi possiedono un orologio cosmico segreto che sfida il tempo stesso!

Ma tornando ai nomi, ci sono alcuni imperatori successivi che portano ancora più bizzarri titoli. Ad esempio, c’è l’imperatore Sujin, che governò dal 97 al 30 aC Il suo nome completo era “Kimi-tsu-hiko-ho-owake no mikoto”. È un vero boccone da pronunciare! Probabilmente aveva bisogno di un assistente personale solo per chiamarlo per nome.

E cosa dire dell’imperatore Kōgen, che regnò dal 214 al 158 aC? Il suo nome completo era “Kowowake no mikoto”. Immaginatevi un imperatore che viene chiamato semplicemente “Kowowake”. Potrebbe sembrare un verso di un gufo arrabbiato o il nome di un personaggio di una commedia slapstick.

Ma non sono solo i nomi degli imperatori a essere strani e divertenti. Anche le storie legate alla loro vita e ai loro regni sono piene di episodi curiosi. Ad esempio, si racconta che l’imperatore Keitai, che governò nel VI secolo, fosse appassionato di caccia. Tuttavia, a differenza dei cacciatori moderni, non si serviva di armi sofisticate o cani addestrati. Si dice che fosse solito inseguire i cervi nudi, catturandoli a mani nude. Immaginate la scena: un imperatore che corre dietro a un cervo, senza vestiti né armi! È un’immagine divertente e stravagante.

Questi aneddoti e particolari curiosi rendono la storia dell’impero giapponese ancora più affascinante. Ci mostrano un lato divertente e leggero di un periodo antico e ci fanno riflettere sul fatto che, nonostante le loro posizioni di potere, gli imperatori erano anche persone con eccentricità e umorismo.

PSAMMETICO I

Un regno durato ben 54 anni, nel periodo in cui il turnover faraonico era come una giostra frenetica. La sua longevità regale era davvero una rarità, una continuità singolare, come un faro che riluceva nel buio di una nave alla deriva. Dopo un lungo periodo di incertezza, l’Egitto aveva finalmente ritrovato un punto di riferimento di solido.

Egli aveva un modo molto particolare di affermare il suo potere. Non bastava essere l’indiscusso sovrano di tutto l’Egitto, no. Doveva andare oltre. Mandò una flotta a Tebe, non per combattere o saccheggiare, ma per imporre l’adozione della sua sorella, Nikotris, come divina sposa di Amon. Un atto che oggi equipareremmo a mandare la propria sorella in convento a fare la suora. Una decisione inusuale, certo, ma ricordiamoci: stiamo parlando di un faraone. Ed essendo un faraone, non si può certo dire che avesse un approccio comune o ordinario alle questioni di stato.

Per quanto riguarda Nikotris, non ci risulta che fosse proprio entusiasta di questa decisione. Immaginiamoci la scena: lì sta Nikotris, godendosi la sua vita di principessa, quando all’improvviso una flotta di navi appare all’orizzonte, arrivando con la notizia che deve abbandonare tutto e diventare la divina sposa di Amon. Non è esattamente il tipo di messaggio che si spera di ricevere da un corriere!

Con lui, la capitale tornò ad essere Menfi, come un ritorno a casa dopo un lungo viaggio. E poi, nel 663 aC, quando gli assiri si indebolirono e si ritirarono, la sua vera natura di faraone si rivelò in tutto il suo splendore. Riuscì a riunificare l’Egitto, facendo valere la ritrovata supremazia in una terra che aveva bisogno di un leader forte e deciso.

Non si accontentò solo di questo, però. Sapeva che la grandezza di un sovrano non si misura solo dalle sue conquiste, ma anche dalla sua eredità culturale. Pertanto, riportò in auge le tradizioni antiche, quasi come se volesse sottolineare il legame tra il passato glorioso dell’Egitto e il presente. Era come se dicesse: “Guardate, noi siamo i discendenti di quei grandi faraoni, e io sono qui per dimostrarlo”.

Infatti, il suo ricordo è stato tramandato attraverso enormi statue che lo raffigurano sullo stile dei più famosi e antichi faraoni. E queste non erano semplici statue, ma colossi di pietra che risaltavano nel panorama, quasi a sfidare il tempo e l’oblio. Le sue statue non erano solo immagini, ma dichiarazioni audaci del suo potere e della sua eredità.

TANUATAMON IL FARAONE SCONOSCIUTO

L’antico Egitto è una terra ricca di storia e di misteri, e tra i numerosi personaggi che hanno lasciato il segno in questa civiltà millenaria, uno dei più intriganti è senza dubbio Tanuatamon.

Questo sovrano è stato a lungo oggetto di speculazioni e teorie, c’è chi dice fosse un’entità sconosciuta, chi dice che è una invenzione di qualche esperto, c’è chi sostiene che fosse in realtà una sorta di Masaniello dell’antico Egitto che cercò di ribellarsi all’invasione Assira ma non ci riuscì.

Probabilmente ha vissuto nel momento sbagliato, un po’ sfortunato e un po’ incapace, visto che contro gli Assiri che stavano imperversando in Egitto non riuscì a fare granchè.

Se volessimo essere cattivi, e un po’ lo siamo, diremmo che il suo nome probabilmente era “Ta” ma visto la sua inefficacia il popolo gli aggiunto il “nuat” mentre amon finale, si sa, lo aggiungevano a tutti, come si suol dire a cani e porci.

Chi era Tanuatamon? Tanuatamon è stato, così dicono, un faraone della XXV dinastia egizia, Nonostante il suo breve regno, che durò solo pochi anni, Tanuatamon lasciò un’impronta significativa nella storia dell’antico Egitto. Era figlio del faraone Shabaka e venne succeduto dal famoso faraone Taharqa, suo fratello.

Nonostante la brevità del suo regno, Tanuatamon fu coinvolto in eventi di grande importanza per l’Egitto. Durante il suo periodo di governo, l’antico Egitto era minacciato dall’espansionismo assiro, guidato da re Esarhaddon. Tanuatamon si oppose all’invasione assira e cercò di difendere la sua patria. Combatté con coraggio contro gli assiri, ma alla fine fu costretto a ritirarsi verso il sud, nella Nubia, dove il suo regno ebbe termine.

Le informazioni su Tanuatamon sono state a lungo frammentarie e confuse. Tuttavia, grazie agli scavi archeologici e alle scoperte recenti, gli studiosi sono riusciti a fare luce sulla sua vita e sulla sua eredità. Soprattutto, una serie di reperti e iscrizioni trovati nella città di Gebel Barkal, in Sudan, hanno fornito importanti dettagli sulla figura di Tanuatamon. Questi reperti testimoniano l’importanza di Tanuatamon come sovrano e confermano la sua lotta contro gli assiri.

ASSURBANIPAL

Nel 668 a.C. sale al trono assiro questo re che è fra i più citati nella bibbia ed è riuscito a farsi ricordare per le sue gesta anche nei libri di scuola.

Questo fu un re che raccontava balle assurde, da qui il suo nome, tutti capivano che le diceva grosse, ma essendo il re non si poteva farglielo notare e, pertanto, gli rimase addosso questa fama.

Riteniamo che fu per questa ragione che il popolo, il clero e tutta la corte non lo amasse e per lui non fu semplice regnare.

Del resto, per accettarlo sul trono, il padre e la madre dovettero sottoscrivere e perfezionare più volte un particolareggiato testamento e dei contratti con tutti i cortigiani affinchè lo accettassero.

A dispetto di questa amara fama, egli fu un re particolarmente colto e sapeva anche leggere e scrivere, cosa alquanto rara fra i sovrani che, di solito, non ne avevano necessità e al bisogno, questa fatica la facevano fare agli altri.

Fu anche un grande magnate verso la scultura e l’architettura e istituì persino una grande biblioteca presso Ninive, composta di testi sumeri sulle antiche tavolette, tutte ben classificate … questo fatto lascia intuire che, forse, costui possa essere uno dei più antichi soggetti con la sindrome di Asperger.

Questo re passa anche alla storia per aver fondato la città di Tarso (da cui nacque un illustre cittadino conosciuto in tutto il mondo come San Paolo… ma questa è un’altra storia).

Dovette vedersela anche contro suo fratello, re di Babilonia che, però, sconfisse e mise un suo uomo, chiamato Kandalanu, a governare la città ribelle.

Anche lui, come i suoi avi, invase l’Egitto che si era ribellato e per essere sicuro che certe ribellioni non potessero più avvenire, fece rapire il faraone Necho I, che non aveva sufficiente polso per controllare il popolo ribelle, e lo portò a Ninive per educarlo alla dignità e al comando mentre, in Egitto, faceva fuori tutti i ribelli.

Una volta rieducato, con un bel lavaggio del cervello, lo riportò sul trono d’Egitto, garantendo anche la sua discendenza con il figlio Psammetico I.

Amava, quando non era in guerra, starsene chiuso nel palazzo e contornato da tanta gente che lo descrivevano con atteggiamenti effemminati e c’è chi sostiene che fosse omosessuale e altri che invece lo dipingono sempre immerso in orgie policrome…

Come avrete sicuramente notato, egli fu un personaggio poliedrico ed originale e sta di fatto che, per quanto fosse difficile capire davvero quello che faceva, possiamo dire con certezza che, comunque, se la godeva alla grande.

ORAZI E CURIAZI

Torniamo al confronto fra Roma e Alba Longa, che risultava cronico, in stallo, senza nessun vincitore ne vinto.

Ci torniamo per raccontarvi uno degli episodi più curiosi e narrati della storia; la disfida fra Orazi e Curiazi.

Tutto nacque dopo aver verificato che nessuno dei due contendenti riusciva a prevalere, pertanto, i due re, Tullo Ostilio e Mezio Fufezio (da notare lo strano connubbio dei due nomi che, entrambe, sembrano due scioglilingua) quello di Roma e quello di Alba Longa, si accordarono su una modalità che non avrebbe avuto conseguenze di indebolimento su nessuno dei due schieramenti e concordarono, accettando, che al termine di questa modalità, colui che fosse uscito sconfitto, si sarebbe sottomesso all’altro.

Dalla disfida vi era in gioco la supremazia dell’area.

La modalità scelta fu una sfida all’ultimo sangue fra tre giovani guerrieri romani e tre giovani guerrieri Albani.

Roma scelse i tre fratelli gemelli Orazi e gli altri scelsero i tre fratelli gemelli Curiazi.

Il fatto che in entrambe le città vi fossero tre gemelli da una parte e altri tre gemelli dall’altra è una cosa a dir poco sorprendente.

Sfido chiunque a voler trovare una situazione simile… ma neanche fra le superpotenze mondiali attuali, forse non si riuscirebbe a ricreare una situazione simile!

Ad ogni buon conto la sfida iniziò male per i romani, infatti ben due Orazi furono eliminati velocemente dai Curiazi, mentre l’ultimo rimasto capì, al volo, che non aveva scampo contro i tre avversari, perciò iniziò a correre.

Questa reazione, per quanto istintiva, crediamo che non fu dettata dalla arguzia e da una strategia pensata, ma probabilmente dalla fifa che sconvolse l’Orazio superstite, che con tale azione sperava di darsela a gambe levate, evitando di essere ucciso.

Tale sensazione la ebbero anche tutti gli spettatori presenti che iniziarono ad inveire e fischiare il vigliacco guerriero romano.

Anche i romani si sentirono offesi da tale atteggiamento, ormai rassegnati a perdere ma risoluti ad evitare almeno l’onta del proprio onore, si unirono ai fischi.

In questo stato d’animo i tre Curiazi, spinti dalla folla acclamante, iniziarono ad inseguire il romano.

Peraltro, registriamo che il romano non era affatto male nella corsa e invece i Curiazi erano un po’ scarsini e per di più con differenti prestazioni fra loro, con la conseguenza che si avvicinarono uno alla volta al romano, il quale, decisamente più lesto e resistente alla corsa, approfittò dell’affanno dei primi due Curiazi che lo avvicinarono per eliminarli facilmente.

Inaspettatamente la situazione si era capovolta e il romano, ora, era rimasto solo contro uno soltanto degli inseguitori Curiazi, peraltro affaticato e con la lingua penzolante dalla fatica.

Il popolo tutto, a quel punto, iniziò di nuovo a tifare  per il proprio rappresentante e quando l’Orazio eliminò anche l’ultimo Curiazio, i romani non stavano più nella pelle dalla gioia e lo portarono in trionfo.

L’Orazio vincitore, però, ebbe una strana e inaspettata reazione, infatti aveva visto sua sorella che piangeva vicino all’ultimo Curiazio, perché ella era l’amante nascosta dell’avversario.

Di fronte a questa offesa e ancora invasato dalla foga della disfida e del mancato pericolo, si avventò sulla sorella uccidendola seduta stante.

I romani punivano questo tipo di delitto con la pena capitale ma, sgomenti, non potevano, certo, uccidere l’eroe che li aveva fatti vincere e, così, in perfetta tradizione romana e latina si trovò, seduta stante, un cavillo giuridico per non comminare alcuna pena all’eroe.

Roma aveva dunque vinto e la città rivale si sottomise.

Così, in questo modo, iniziò l’espansione di Roma nel Lazio e, con la dovuta irriverenza che ci contraddistingue, possiamo dire che i romani vinsero grazie alla fifa dei suoi rappresentanti.

Gli esperti, ce la raccontano diversamente, ovvero che il romano, rimasto solo ebbe l’arguzia di inscenare una strategia militare originale e vincente che spezzò le reni agli avversari.

Mah…

TULLO OSTILIO

Comunista guerrafondaio, ecco la definizione che più si addice a questo re. Il terzo re di Roma. Esattamente il contrario del pacifico Numa Pompilio; perché mai il senato possa aver scelto un tipo così alternativo al precedente re? Il buonismo degli anni precedenti ha, forse, soffocato la rabbia che ha covato nel silenzio e ora vuole esprimere tutta la sua forza?

Sono domande legittime e sembrano anticipare il senso dell’alternanza al potere e il tentativo storico dell’umanità di trovare un equilibrio, ma incapace di trovarlo vaga fra un eccesso e l’altro.

In realtà, il senato lo ha scelto solo perché il nonno aveva combattuto al fianco di Romolo contro i Sabini; uno strano criterio per scegliere il re, provate a pensare che se questo era il criterio, bastava che il proprio nonno avesse combattuto con Romolo, indipendentemente dal fatto che, magari, in quel momento, si passava di lì per caso, per essere nominato re …

valli a capire ‘sti romani!

Romano di nascita, decise di suddividere le terre appartenute a Romolo tra i romani più poveri e permise a questi di potersi costruire una casa sul colle Celio, meritandosi l’appellativo di comunista.

Peraltro educò schiere di romani all’arte della guerra e istituì ferree regole di disciplina fra i soldati. Fu artefice dei primi allargamenti fuori le mura cittadine dell’influenza di Roma nella zona. Fidene e Veio furono vittime della ritrovata goliardia militare romana.

Ma a questo re è legata soprattutto la guerra contro Alba Longa, città potente e vicina a Roma con la quale, fin dalla sua fondazione, Roma aveva convissuto con alterne vicende e atteggiamenti equivoci.

Con Tullo Ostilio, il cui nome era tutto un programma, i rapporti con il potente vicino si fecero alquanto difficili, determinandone continui conflitti. Le due città erano, però, molto simili, per potenza militare, e questo continuo confronto li stava, entrambe, indebolendo.

Perciò la saggezza aveva convinto che le controversie e le reciproche ambizioni potevano essere risolte senza farsi troppo del male. Così, volenti o nolenti, i due schieramenti si fronteggiarono in una tenzone ristretta, ovvero nella disfida fra Orazi e Curiazi (che vedremo più avanti).

Fra le opere di Tullo Ostilio va anche annoverato la Curia Hostilia, ovvero un palazzo dove si potevano trovare i senatori per discutere.

Già! Perché fino a quel momento il senato si riuniva all’aperto, con sole, pioggia o vento e benché il tempo in quelle zone era piuttosto clemente, il re si era stufato di prendere acqua all’aperto per discutere con i senatori (da qui la tradizionale avversità verso il senato da parte dei regnanti romani).

Tullo Ostilio, fu ricordato per la sua continua ostilità, come dicono i romani “Omen Nomen” e non badò molto al bene del suo popolo. Così, quando a Roma scoppiò una pestilenza, fu tanto virulenta che anch’egli ne fu colpito e implorò Giove di aiutarlo.

Ma Tullo Ostilio era stato talmente impegnato in battaglie che si era dimenticato, fino a quel momento, di onorare gli Dei. Perciò Giove rispose in modo seccato e vendicativo alla sua richiesta di aiuto, lanciandogli un fulmine che lo incenerì.

Così morì il terzo re di Roma, almeno secondo quello che passa il convento, altre fonti dicono che il suo successore lo ha ucciso, ma sarebbe poco originale e non degno della nobile tradizione romana, altri, invece, ritengono che il popolo, infetto e stufo delle guerre lo abbia soppresso nel suo letto … questa versione è senz’altro più verosimile.

ESARHADDON IL RE ASSIRO IMPROBABILE

Figlio di Sennacherib, salì al trono dopo l’assassinio del padre, benché fosse l’ultimo dei figli.

Questo particolare porta a considerare l’importanza della moglie di Sennacherib che non solo non venne travolta dalla congiura contro il marito, forse anche lei ne fu partecipe, ma godeva, evidentemente, di una grande reputazione, perché si schierò apertamente per il figlio più piccolo in contrapposizione alle tradizioni che volevano i primogeniti come eredi naturali.

Infatti, i fratelli non presero bene tale decisione e per molti anni fecero guerra al fratellino usurpatore, che peraltro ne uscì vincitore.

Mentre, a corte, avvenivano queste turbolenze, forse per distanziarsi dal padre o forse per un senso di riparazione, egli fece ricostruire Babilonia e tutte le città che il padre rase al suolo.

Questo fatto gli consentì di riappacificare con il popolo il buon nome della sua dinastia.

Ciò nonostante l’attività militare fu comunque intensa, ma soprattutto, venuto a conoscenza delle trame ordite dal faraone egiziano contro suo padre, volle vendicarsi e invase, con il suo potente esercito Assiro, l’Egitto, fino ad arrivare a saccheggiare la città di Menfi per, poi, fermarsi senza dare al faraone la botta finale.

Quando, però, rientrò in patria, gli egiziani si ripresero le loro terre.

Alla sua morte, la madre, ancora in vita ed evidentemente più potente che mai, non perse il vizio di nominare il più giovane dei figli del re alla sua successione, ovvero il nipotino, Assurbanipal, ma memore della sua travagliata storia familiare nominò l’altro figlio del defunto re, a capo del regno di Babilonia, accontentando un po’ tutti ed evitando ulteriori guerre fratricide, che in ogni caso, come vedremo in seguito, non mancheranno.

MANASSE IL RE IMPOPOLARE

C’era una volta un re di nome Manasse, che gareggiava per il titolo di “re più impopolare” nel regno di Giuda. Questo mariuolo, re ebreo, aveva un’idea folle in testa: ricostruire i templi degli dei che suo padre aveva fatto abbattere. Ma non contento, aveva anche eretto altari al Dio Baal, il dio dei bugiardi, e lo aveva fatto addirittura nei cortili del tempio di Gerusalemme. Apriti cielo, come si può immaginare!

Ma non era ancora abbastanza per questo pazzoide. Decise di praticare la magia nera e, sentendo la mancanza del calore familiare, decise di sacrificare uno dei suoi figli nel fuoco. Ma ovviamente il popolo non capiva, perché chiunque potrebbe volere un tempio per il dio dei bugiardi, giusto? Ma tutti sappiamo come vanno queste cose: il popolo si rivoltò, ma Manasse non era tipo da farsi mettere i piedi in testa.

Così, decise di uccidere tutti gli oppositori e spargere sangue in tutto il regno, anche quello dei profeti. Come se fosse una partita di paintball gigante, ma senza le tute protettive. Ma l’esercito, sotto il comando del re Assiro, non poteva permettere che uno psicopatico come Manasse facesse del male al popolo. Lo arrestarono e lo deportarono a Babilonia, dove speravano che qualcuno lo fermasse. Ma si sa, la gente non cambia mai.

A Babilonia, Manasse non imparò la lezione. Invece di diventare una persona migliore, decise di continuare a fare i suoi giochi perversi, Il re Assiro, che ormai aveva capito che questo tipo non aveva speranza, decise di lasciarlo nel deserto che lo avrebbe fatto impazzire completamente.

E così, Manasse morì solo, circondato da sabbia e nulla più, la storia di Manasse finì, ma il suo nome rimase nella storia come quello del re più impopolare di tutti i tempi, almeno dei tempi allora conosciuti perchè sappiamo che poi furono in molti a volerlo imitare. E tutti quelli che ascoltavano la sua storia si chiedevano: “Ma che diavolo gli passava per la testa?”