L’IMBARAZZANTE STORIA DI CANDAULE

Conosciuto nella storia come Re della Lidia, intorno al 733 a.C. è protagonista di una imbarazzante storia perpetrata fra le mura del palazzo reale.

I giornali scandalistici dell’epoca narrano che questo Re era ossessionato dalla necessità di far conoscere e vantarsi della bellezza della moglie che evidentemente ne aveva tutte le caratteristiche.

Questa ossessione lo portò a vantarsene spesso con la sua guardia del corpo di nome Gige che, per un senso di pudore e di imbarazzo, non faceva commenti quando il suo Re, vantandosi della bellezza della moglie, gli dettagliava oltremodo ogni fattezza del corpo della moglie, che non dimentichiamo era anche la sua regina.

Il Re, ad un certo punto, non avendo reazioni dalla sua fidata guardia, pensò che forse non credeva alle sue dettagliate descrizioni e perciò disse a Gige: “se non credi ai tuoi orecchi crederai ai tuoi occhi”, invitandolo a vedere la sua moglie completamente nuda.

Gige, che in fondo era un povero uomo di onorata morale, si rifiutò di accettare tale invito, non volendo disonorare la regina, ma dato che il Re insisteva, egli temeva anche quello che poteva fargli continuando a rifiutare un suo desiderio.

Tormentato da questa scelta si decise ad obbedire e allora il Re preparò un piano per fare in modo che Gige potesse vedere la moglie mentre si spogliava nella camera da letto senza farsi vedere.

Così lo fece nascondere dietro una porta nella camera da letto e, secondo il piano, quando la regina gli avrebbe voltato le spalle egli doveva allontanarsi.

Quella notte, Gige, nascosto dietro una porta della camera da letto della regina vide la stessa che si spogliava per andare a letto e potè notare con i suoi occhi la nuda bellezza della moglie del Re, ma non tutto filò liscio e la regina si accorse di Gige che si stava allontanando, irritata e confusa, al momento non disse nulla ma capì subito che si trattava di un tradimento disonorevole perpetrato dal marito e nel silenzio preparò la sua vendetta.

Il giorno dopo la regina convocò Gige nella sua stanza, ignaro che la regina lo avesse scoperto la sera prima e perciò, come sempre, solerte, egli si recò nella sua stanza.

La regina, dopo avergli detto che lo aveva visto, mentre il povero Gige era diventato paonazzo, gli pose questa insana scelta: Per sanare il disonore di averla vista nuda e in conseguenza di ciò di aver avuto chissà quali pensieri… (non è difficile immaginare l’insieme delle affermazioni, soprattutto se pensiamo che effettivamente la donna fosse molto bella e che per una povera guardia tale visione era del tutto unica e irripetibile, poi, in fondo, pare che Gige fosse anche un bel giovane robusto e ben dotato), la regina gli disse “ o uccidi il Re nonché mio marito e avrai me e il suo regno così potrai vedermi nuda quando ti pare, oppure ti uccidi seduta stante perché non sia mai detto che possano esistere due uomini a corte che la possono vedere nuda.

Gige supplicò la regina di cambiare idea ma quella non desisteva e, allora, Gige scelse di vivere e uccise il Re con il risultato che sposò la regina e diventò il nuovo Re della Lidia.

Più che un racconto di storia sembra essere la trama di un film a luci rosse, tale Gige, peraltro, facendo quella scelta, fece finta di nascondersi dietro l’istinto di sopravvivenza ma in realtà non vedeva l’ora di prendersi tale bellezza e del resto, anche lei, evidentemente stufa di un marito così psichiatramente malato, non vedeva l’ora di rinfrescare il suo istinto con un bel ragazzone come Gige.

Tutta questa vicenda non rimane relegata al quel tempo ma il vizietto psichiatrico del Re Candaule divenne una paranoia studiata e conosciuta, ancora oggi, con il nome di candaulismo dato alla pratica sessuale di esporre le nudità del partner.

IL RE ACAZ

Mentre in Egitto regna il faraone e ultimo sovrano della dinastia libica chiamato Osorkon IV, che fra l’altro non contò un bel nulla; in sicilia i coloni Greci fondano Palermo e Sirakia, ovvero l’odierna Siracusa, che diventa una delle città più conosciute e potenti economicamente di tutto il mediterraneo, ponendo una seria ipoteca alla cultura nell’isola.

Se questo era il contesto più conosciuto di questo periodo della storia, a noi è sembrato più interessante raccontare e soffermarci su un personaggio assolutamente dimenticato; il Re Acaz del regno di Giuda.

Il Re del regno di Giuda che vogliamo segnalare è uno di quei personaggi monelli che devono la loro notorietà ai racconti biblici e che, come in questo caso, vengono volutamente dimenticati dalla storia.

Il suo, del resto, fu un regno gestito un po’ a caz, cioè a caso e presumiamo che sia per questo motivo che il profeta Isaia intervenne esponendosi per cercare di aiutarlo, ma contro ogni buon segno e aiuto, Acaz continuava imperterrito a fare quel ca… volo che voleva e così facendo fu sconfitto da tutti i popoli con cui ha avuto a che fare.

Così le prese dai siriani, dagli Israeliti, dagli Edomiti, persino dai Filistei, insomma le prendeva proprio e con questa fama attirava contro di sè qualunque tipo di avversario.

Il profeta Isaia iniziò a prenderlo di mira scagliandogli contro ogni sorta di anatema ed egli, ingenuo, chiese aiuto agli Assiri che fecero finta di assecondarlo per po dargliene di santa ragione.

Descritto come “uomo di poca fede”, visto che non dava retta ai profeti, alla sua morte egli non venne sepolto neppure insieme agli altri Re, si disse per non contaminarne il perimetro e si cercò di dimenticarlo, anche se comunque lasciò per sempre la sua impronta nella storia per il suo modo di gestire che da quel momento in poi, quando capita (… e spesso) viene chiamato un modo di fare a-caz.

TIRTO L’IMPROBABILE VATE DI SPARTA

Mentre nella penisola Italica tutto scorre intorno alle prime peripezie della giovane Roma, nell’antica Grecia incontriamo la prode città di Sparta alle prese con i propri vicini Messeni con i quali intrapresero un contenzioso pesante, elegante allocuzione per non dire una guerra.

Nonostante il valoroso sforzo degli Spartani questi non riuscivano a venirne a capo nei confronti dei fieri Messeni e nonostante lo smisurato orgoglio di cui solo gli Spartani erano capaci, non potendo accettare di rimanere in bilico o senza esito favorevole in una guerra, loro malgrado si rivolsero verso la concorrente città di Atene chiedendo di mandargli un maestro di scuola militare che li potesse illuminare contro i loro nemici.

A quel tempo a Sparta era guidata da un Re, tale Teopompo, piuttosto pieno di sè, gradasso e che, dal nome, crediamo che il popolo Spartano lo ritenesse invincibile perchè pompato dagli Dei.

Atene, che non aveva certo interesse ad aiutare gli Spartani ma che per una questione di mera cortesia non poteva certo rifiutarsi di dare loro un’aiuto, altrimenti gli Spartani l’avrebbero presa male e conoscendo la loro natura irruenta avrebbero potuto reagire in modo poco pacifico e Atene non aveva voglia di iniziare uno scontro con gli Spartani.

Perciò decisero di inviare un uomo, di nome Tirto, forse anche nell’intento di liberarsene e prendere due piccioni con una fava, in ogni caso lo spedirono a Sparta.

Quando gli Spartani lo videro entrare in città, rimasero sgomenti, egli, infatti, era un omino gracile, zoppo e deforme, nulla a che vedere con un capitano di ventura militare o un valente maestro di scuola militare.

Al momento pensarono che gli Ateniesi si fossero presi gioco di loro ma quando costui si presentò ufficialmente, il suo modo di parlare, epico, poetico e zeppo di rimandi olimpici di Dei e di veggenze, conquistarono i cuori dei valorosi guerrieri Spartani che lo accolsero come loro vate.

Costui amava anche cantare e certe canzoni poetiche con rimandi valorosi divennero la colonna sonora degli Spartani in battaglia.

Tirte, in fondo era l’essenza stessa dei valori Spartani e seppur inutile nel fisico, egli fu utilissimo per la mente.

Grazie all’impulso poetico ed epico nonchè alle canzoni battagliere di Tirto, La prima guerra messenica fu così vinta da Sparta guidata dal suo Re Teopompo che prese Tirto come suo consigliere privato fra lo stupore degli Ateniesi che informati di tale successo si morsero le mani per non averlo sfruttato in patria.

UN GRANDE IMPERATORE NEOASSIRO

Come spesso è accaduto nella storia antica, alcuni popoli, sono soggetti a periodi contrastanti in cui possono fiorire oppure declinare.

Perciò non è raro che che gli storici, per identificare un nuovo periodo aggiungano il suffisso “neo” al nome del popolo preso in esame; con neo non si intende ovviamente un difetto della pelle ma sta per nuovo.

Ora cosa ci fosse di tanto nuovo in questo nuovo periodo del popolo Assiro faccio fatica a capirlo, certo è che nell’area esso si espande tanto da considerarlo un impero.

Pertanto quando narriamo di questo periodo storico riferito al medioriente e in particolare per il popolo Assiro non si può partire dal suo Re e probabilmente primo imperatore dal curioso nome di Tiglat-Pileser III … sì terzo perchè anche se strano vi erano già stati dei precedenti.

Considerato come il fondatore dell’impero, appunto, neoassiro che salì al trono nel 745 a.C., il suo nome significa letteralmente “la mia fiducia nel figlio di Escharra”, nessuno ha mai saputo chi fosse questo figlio di Escharra… forse il figlio di un amico di famiglia?

In realtà il suo nome lascia spazio ad immaginare che fosse figlio di un birraio, particolarmente rissoso da essere temuto da tutti e ciò fu alla base della sua carriera militare e politica.

Si sa che salì al trono con un colpo di stato, niente di straordinario per quel tempo, anzi, piuttosto banale, e riformò la struttura del regno trasformandola in una burocrazia complessa che chiamerei neomedioevale, obbligando tutte le provincie a fornirgli dei militari che al suo comando diventarono uno degli eserciti più potenti del tempo.

Infatti il regno diventò ben presto un impero e questo illuminato gestore del potere aveva inaugurato l’abitudine di deportare gli abitanti delle città conquistate, creando un grande miscuglio ma rompendo tradizioni locali pericolose e difficili da gestire e possiamo solo immaginare quale trambusto e mega traslochi venivano inscenati a seguito delle frequenti conquiste militari.

Si astenne militarmente solo di fronte al Re di Babilonia Nabonassar per i motivi esposti in articoli precedenti e quando la stirpe del Re di Babilonia si estinse ne divenne Re ma si fece chiamare Pulu, forse perché nel frattempo era svanita la fiducia nel figlio di Escharra, ma in ogni caso la scelta del nome Pulu è incomprensibile, nonostante la fantasia ci porti a richiami nostrani sul gergo con cui viene chiamata la polizia siamo più propensi a pensare ad una derivazione di tipo animale, come spesso richiamato nei popoli antichi, riconducibile ai Tacchini, così chiamati, Pulu, dai miei nonni bergamaschi.

NABONASSAR IL RE SCONOSCIUTO

Re di Babilonia nel 747 a.C. , assolutamente sconosciuto al grande pubblico, eppure con lui inizia una sistematica datazione cronologica di tutti i documenti che da quel momento iniziano con la sua ascesa al trono.

Vale la pena entrare più in sintonia con questo oscuro Re anche perché sembra avesse quel desiderio di raccontare la storia che in fondo ci accomuna.

Infatti fece ricostruire la storia dell’antica Babilonia facendo redigere un documento con la successione di tutti i regnanti precedenti e, pensate un po’, fece condannare il suo predecessore proprio con l’accusa di aver distrutto i documenti appartenuti alle precedenti civiltà; esempio mirabile di storico radicale o di burocrate incallito.

Durante il suo regno si iniziò una, altrettanto, sistematica e paranoica registrazione di eventi celesti, facendo felice gli astronomi che ne seguirono.

Nell’Almagesto di Tolomeo, scritto 900 anni dopo egli datò il tutto a partire da questo oscuro Re.

Paranoico, sistematico, forse ossessionato dagli alieni, ma una cosa è certa, tra il 747 e il 746 avvenne un’eclissi lunare e a seguire una congiunzione rarissima della Luna con gli altri pianeti e ciò fu scambiato come un segno celeste correlato con l’evento politico della sua ascesa al trono.

Per queste sue stranezze e manie era temuto dal suo popolo ma anche dai regnanti vicini come il Re assiro Tiglat-Pileser III che, finchè fu in vita, pur avendo preso il controllo della regione, lo lasciò sul trono di Babilonia, lui e i suoi figli succedutogli.

Nabonassar è un caso raro, per quel periodo e in quei luoghi, ovvero un regnante che muore in pace di malattia e non di morte violenta.

QUEL TESTONE DI GIONA

Fra quelli che vengono considerati i profeti minori c’è un altro profeta che desta la nostra attenzione nella stessa epoca che stiamo percorrendo, è lo sfortunato Giona che ha un posto d’onore nella Bibbia ma anche nella nostra memoria culturale.

La sua storia potrebbe essere una sceneggiatura di un film di Spielberg, paradossale e in qualche modo avvincente, una sorta di puntata di Indiana Jones.

Pare che Dio comandò Giona di andare a Ninive a predicare ma che, invece, costui prese un’altra strada e fuggì a Tarsis e si imbarcò sulla prima nave in partenza.

Non si conoscono le motivazioni di questo atteggiamento ribelle e dove o cosa volesse fare in alternativa alle direttive impartite ma, sta di fatto, che una volta imbarcato, la nave rischiò di colare a picco durante un temporale e Giona, spaventato, urla all’equipaggio che quanto stava avvenendo era tutta colpa sua perché ha disobbedito a Dio.

L’equipaggio non la prende bene e lo getta in mare!

In mezzo al mare, disperato, Giona crede che tutto sia finito, finchè un grande pesce, (da notare che da nessuna parte viene detto che si tratta di una balena come, invece, ci hanno tramandato i posteri) lo inghiotte ma non lo mastica e, intero, finisce nel suo grande stomaco, dove Giona alberga per tre giorni e tre notti, durante i quali, oltre a farsi la doccia continuamente e farsi da mangiare, prega Dio, cercando di scusarsi ma, soprattutto, continua a mollare nervosi calci nello stomaco del malcapitato pesce che ad un certo punto non ne volle più sapere e lo vomitò su una spiaggia

A quel punto, ripulitosi, obbedì e andò a Ninive per predicare e qui fu molto efficace tanto che Dio decise di non distruggere la città.

A Giona, però, tale decisione non andava a genio perché voleva che Ninive fosse punita e perciò deluso chiede a Dio di farlo morire e con un capriccio degno di un monello, si siede, al sole, davanti alla città e aspetta che succeda qualcosa.

Dio, che pure era molto paziente, prima fa spuntare una pianticella per fargli ombra ma un verme la rode e la fa morire, allora Giona si rattrista e invoca di nuovo la morte che Dio gli nega con una solida spiegazione che non vi vogliamo svelare, così, magari, vi vien voglia di leggere la Bibbia, ad ogni buon conto qualcuno dice che Giona è ancora lì seduto davanti alla città di Ninive, che nel frattempo è scomparsa, aspettando gli eventi, tutto intorno il mondo cambia, le battaglie e gli eserciti gli passano accanto, la guerra del golfo gli fa un baffo ma lui è ancora lì… ad insegnarci la perseveranza dell’uomo nel fare i capricci.

IL DRAMMA DEL PROFETA OSEA

Mentre nella penisola Italica avvengono cose che cambieranno la storia con il prode Romolo che fonda l’eterna Roma, noi spostiamo la nostra attenzione sul popolo d’Israele nel momento che vede la morte del suo sovrano Geroboamo II.

Questo sovrano d’Israele aveva contribuito ad allargare i confini del regno oltre il fiume Giordano e fino al mar Morto ma non di lui vogliamo parlare ma di un personaggio vissuto in quel tempo; Crediamo, infatti, utile soffermarci un attimo per illuminarvi su questo periodo di storia del popolo israelitico, durante il quale, attraverso il Vecchio Testamento, scopriamo dei personaggi degni delle nostre attenzioni e meritevoli di citazione.

In quel periodo visse il profeta Osea che nella Bibbia inaugura quella che viene chiamata la serie dei profeti minori, così chiamati, forse, perché contavano meno o forse perché erano di statura inferiori alla media… non lo sapremo mai e mai ve lo diremo, se volete potete leggervi la Bibbia.

In ogni caso Osea, poveraccio, è artefice di un dramma personale per la sua triste vicenda matrimoniale ed è su questa vicenda che vogliamo soffermarci.

Con lui la Bibbia sembra trasformarsi in un tabloid scandalistico, raccontando la sua storia d’amore con una prostituta, tale Gomer, fino a farla diventare sua sposa per poi essere abbandonato perché la tipa non riusciva a fare a meno di prostituirsi e apparentemente sembra non ne avesse ne bisogno ne sembrava costretta ma semplicemente … gli piaceva, forse lo considerava una distrazione, un hobby.

Osea indefesso martire dell’amore continuava, nonostante tutto, ad amarla fino a pagarne il riscatto in denaro pur di riaverla in casa e perdonarla.

La Bibbia ne fa un parallelismo con la fedeltà del popolo d’Israele con il suo Dio, ma noi, più prosaicamente, ci fermiamo ad una riflessione estetica e psichiatrica: o lui era un matto oppure questa Gomer deve essere stata davvero uno schianto se, come sembra, aveva così tanto successo nella sua professione … perciò dobbiamo dedurre che, nonostante quello che si pensi, anche i profeti avevano il loro fascino che andava aldilà della loro indubbia vita carismatica.

Probabilmente Osea fu il più fortunato dei profeti ad avere uno schianto di donna come Gomer … sempre che le nostre supposizione risultino veritiere … altrimenti non rimane che il solo e triste dramma di un uomo follemente innamorato, storia tesa ma abbastanza comune.

IL POPOLO DEI SABINI

Quello che non si è soliti sapere su questo popolo, passato alla storia come gli ingenui che si son fatti fregare le donne dai romani, un fatto che macchia per sempre la narrazione nella storia di questo popolo, è che le ruggini con i futuri romani iniziarono già molto prima ovvero quando Enea sbarcò sui lidi laziali; infatti, il giovane principe Sabino Clauso (capostipite della futura e nobile gens Claudia) aiutò Turno, Re dei Rutuli, nella lotta contro gli esuli troiani.

Nonostante lo sgarro ricevuto e il misterioso omicidio del Re Tito Tazio, che inizialmente divideva il trono di Roma con Romolo e lasciò al solo Romolo il trono del nuovo regno, i Sabini si fusero con i Romani e da loro usciranno Re e famiglie potenti nella stessa storia romana… insomma una sorta di grande rivincita, perciò forse tanto ingenui non erano.

In realtà i Romani non solo si presero le donne ma copiarono e adottarono persino i loro tipi di scudi e di armature e per effetto di tale fusione l’esercito romano raddoppiò e divenne il più potente esercito dell’area, incoraggiando, come abbiamo visto, il rissoso Romolo ad ingrandire i propri confini.

Pertanto I Sabini divennero assai potenti all’interno delle mura romane, anche grazie all’appoggio delle numerose mogli dei giovani romani che erano, al tempo stesso, le loro figlie e le mogli, diciamo così … usurpate, rubate o furbescamente prestate? del resto si sà che in casa, come sempre capita, a comandare sono le donne e a Roma, per la maggior parte erano di origine Sabina.

Pertanto potremmo affermare che il popolo Sabino fu il più astuto popolo antico che raggiunse un enorme potere senza essere notato, anzi addirittura sottovalutato e grazie alle proprie donne … altro che ingenui!

LA PRIMA GUERRA DI ROMA

Come ogni grande storia che si rispetti anche per Roma è venuto il momento dove si tirano fuori le unghie e si fa valere la legge del più forte e se il mito ha una logica, allora non poteva andare diversamente, perchè la prima vera guerra di Roma avviene per le donne, come per Troia anche se le cose andranno diversamente.

Infatti lo scontro con i Sabini non poteva essere evitato dopo il famoso furto delle donne messo a segno dai Romani nei loro confronti; Ora i Sabini rimasti senza donne che altro potevano fare se non la guerra.

Lo scontro avvenne ai piedi dei colli Campidoglio e Palatino, dove, in futuro, sorgerà il foro romano.

I due comandanti che si fronteggiarono furono Mezio Curzio per i Sabini e Ostio Ostilio per i romani, un bestemmiatore incallito, non che questo sia importante se non per ricordare che durante la battaglia fu il comandante romano a morire e sembrava che la guerra volgesse a favore dei Sabini, ma Romolo, vedendo il corso della battaglia, decise di scendere personalmente in campo e iniziò a sbaragliare con veemenza le fila dei Sabini.

Fu allora che le fanciulle rapite, che fino a quel momento se ne stavano in terrazza a vedere lo spettacolo, realizzarono quanto stava accadendo e intervennero per dividere i rivali, in fondo da una parte vi erano i mariti, dall’altra vi erano i padri e i fratelli…, perciò pensarono che in ogni caso i loro figli sarebbero stati o orfani o senza zii e nonni.

Le parti in guerra si commossero da tale atto di coraggio e fecero la pace, unendo i due popoli in un unico regno gestito, insieme, da Romolo e Tito Tazio Re dei Sabini.

Qualche anno dopo, però, tal Tazio o Tito che dir si voglia, fu misteriosamente ucciso e Romolo rimase l’unico regnante.

Ci pare alquanto strana la misteriosa e provvidenziale  morte del Re Sabino,  per mano sconosciuta e a cui non seguì alcuna indagine apparente, ma tant’è a Roma dovremo abituarci a registrare questi fatti oscuri.

Poi, perché chiamarli oscuri, in fondo erano affari loro.

Romolo continuò a prendersela con i popoli vicini e conquistò prima Medullia e poi Fidene, città vicine inutili e indegne e che, fra l’altro, non erano state razziate dalle donne nel famoso ratto narrato poc’anzi.

Il fatto è che, ormai, ci aveva preso gusto ad attaccar briga con i popoli vicini e, non sazio, finì per conquistare anche la città di Cameria ed infine sconfisse anche la potente città etrusca di Veio.

Quando uno inizia a fare una cosa e gli viene bene non ha voglia di smettere ma anzi di continuare… così è la vita, così è la storia.

ROMOLO E LE QUOTE ROSA

Quando si tratta di fondare una nuova città, soprattutto se questa città è avvolta nel mito, tutto può sembrare grande, bello, eccitante … ecco, magari non proprio così eccitante!

Infatti, nella nuova città, Roma, mancava un particolare importante, ovvero scarseggiavano le donne!!!

Già, perché gestire gente ansiosa di riscatto è una cosa, ma gestire assatanati maschioni con ormoni in libertà era ben altra questione e Romolo, novello Re, doveva procurare delle donne ai suoi cittadini … insomma fra le prime difficoltà si trovò nella condizione di, oggi diremmo, garantire le quote rosa …. facile a dirsi, ma come fare?

Romolo salì sul colle più alto a meditare e guardandosi attorno vide che le città dei popoli vicini erano piene di donne, perciò, pensò, bastava prenderle…!

Certo gli altri non le avrebbero cedute facilmente e non l’avrebbero certo presa bene, questa originale iniziativa, ma d’altra parte disse fra sé e sé “vita mea donna tua”.

Per raggiungere tale obbiettivo si tentò la via diplomatica ma i vari popoli, davanti a tale proposta si indignarono e cacciarono i diplomatici, perciò Romolo organizzò una grande festa in onore di Nettuno equestre e invitò alla festa i popoli vicini, ovvero i Ceninensi, gli Antemnati, Crustumini e i Sabini, quest’ultimi erano i più vicini di casa perché stavano sul colle vicino chiamato Quirinale.

I popoli accettarono di buon grado e con figli e consorti accorsero alla festa, se non altro per la curiosità di vedere la nuova città; come vedete la curiosità di vedere Roma è all’origine della sua storia.

L’obbiettivo è quello di organizzare un mega rapimento delle donne nel bel mezzo della festa e quando la festa arrivò al suo apice, scoppiò un tumulto e i giovani romani corsero per rapire le fanciulle; molte cadevano nelle mani del primo capitato mentre quelle più belle erano destinate ai senatori… il fato divino o il fascino del potere?

Terminato lo spettacolo i genitori delle fanciulle rapite, frastornati, scapparono e le fanciulle furono lasciate in balia dei giovani romani.

Tutto sembra apparire assai brutale ma qualcosa di strano, quella notte, accadde, perché Romolo riuscì a placare gli animi delle fanciulle in maniera molto veloce, forse troppo, insomma sospetta.

Evidentemente aveva usato “argomenti validi” oppure, forse, viene il sospetto che alle fanciulle, tale situazione, non dispiacesse, poi, così tanto.

Sembra che le cortesi attenzioni e la passione dimostrata dai giovani romani abbia colpito nel cuore le fanciulle che erano, evidentemente, abituate male e trattate peggio nelle loro città.

Anche Romolo trovò moglie fra queste fanciulle, il cui nome era Ersilia, da lei ebbe poi anche una figlia chiamata Prima ed un figlio di nome Avilio, ma di questi gossip a noi ce ne può fregar di meno.

Tali attenzioni placarono, dunque, l’ira delle fanciulle rapite ma non l’ira dei popoli defraudati dalle loro migliori e giovani donne.

I primi a muovere armi contro Roma furono i Ceninensi che furono battuti e Romolo stesso uccise il loro comandante, di nome Acrone, per poi contrattaccare la loro città e una volta espugnata la assoggettò al suo regno.

Tale sorte toccò poco dopo agli Antemnati e poi ai Crustumini.

Romolo, oltre ad assoggettare le città, allargando il suo dominio, concedette ai genitori e i parenti delle fanciulle rapite di stabilirsi a Roma e ciò aumentò il consenso sia delle fanciulle che dei popoli vinti.

Tranne i Sabini!

Infatti la maggior parte delle fanciulle rapite erano Sabine, ecco perché il fatto è passato alla storia come il ratto delle Sabine e quelli non erano degli sprovveduti, pertanto armi e bagagli si gettarono contro Roma … ma questa è un’altra storia.