Ahiram di Byblos

Ci sono sovrani che passano alla storia per grandi battaglie, conquiste memorabili, riforme politiche, trattati commerciali o per aver avuto una barba così imponente da meritare un regno a parte. E poi c’è Ahiram di Byblos, che ha scelto una via più raffinata, più sobria, più immortale: farsi ricordare soprattutto grazie a un sarcofago spettacolare e a una delle più antiche iscrizioni fenicie mai ritrovate.

Che, diciamolo, non è poco.

Anzi, in un certo senso è persino meglio. Perché le guerre finiscono, gli imperi crollano, i palazzi si sbriciolano, ma una bella iscrizione su pietra resta lì a guardare i secoli passare con l’aria di chi sa benissimo di avere vinto. Ahiram, re della città fenicia di Byblos, è uno di quei personaggi storici che sembrano sussurrare agli archeologi: “Volevate un mistero? Eccovelo. Volevate un enigma elegante? Prego, servitevi”.

Byblos, intanto, non era un posticino qualunque. Non un villaggetto con tre capre, un pozzo e un consiglio comunale litigioso. Era una città fenicia importante, antichissima, affacciata sul Mediterraneo, con commerci, traffici, relazioni, navi, artigiani, scribi, legami con l’Egitto e tutta quella vivacità levantina che faceva del litorale fenicio una specie di autostrada internazionale del mondo antico. Insomma, se nel X secolo a.C. volevi stare dove succedevano le cose, Byblos non era una cattiva scelta.

E lì regnava Ahiram.

Ora, cosa sappiamo davvero di lui? Qui la storia fa la sua solita mossa preferita: ci offre un personaggio dal nome autorevole, gli piazza attorno un’aura regale, gli regala una tomba famosa, e poi ci dice: “Per il resto, arrangiatevi”. È il classico comportamento del passato: ti stuzzica e poi si ritira dietro una colonna. Ahiram è noto soprattutto per il suo sarcofago decorato, rinvenuto nella sua tomba, e soprattutto per l’iscrizione fenicia che lo accompagna, una delle più antiche testimonianze della scrittura alfabetica fenicia.

Tradotto in linguaggio moderno: Ahiram non è solo un re. È anche una specie di celebrità epigrafica.

Pensateci. Molti sovrani hanno avuto templi, statue, eserciti, gioielli, corone. Ahiram ha avuto il buon gusto di lasciarci una prova materiale che lo colloca in uno dei momenti più affascinanti della storia della scrittura. Perché i Fenici, con il loro alfabeto, hanno avuto un ruolo enorme nello sviluppo della comunicazione scritta nel Mediterraneo. Insomma, mentre altri re facevano probabilmente discorsi pomposi davanti ai cortigiani, Ahiram finiva per entrare di traverso nella grande storia delle lettere. In pratica, è il genere di personaggio che potrebbe dire: “Non solo sono stato re. Ho anche indirettamente aiutato il futuro a prendere appunti”.

Il suo sarcofago, poi, non è una semplice cassa funebre. No. Qui siamo nel territorio del marketing funerario di alto livello. Decorazioni, prestigio, iscrizione: tutto concorre a dire una cosa molto chiara ai posteri, agli intrusi, ai rivali, agli archeologi e forse anche ai tombaroli: “Attenzione, qui riposa qualcuno che contava”. L’idea di lasciare un messaggio inciso per scoraggiare eventuali profanatori è già di per sé favolosa. È il corrispettivo antico del cartello “Proprietà privata”, solo con più solennità, più maledizione implicita e molta più classe.

E qui entra in scena il lato divertente di Ahiram. Perché ogni volta che si parla del suo sarcofago, si percepisce quella meravigliosa tensione fra il desiderio antico di eternità e la curiosità moderna che non sa stare ferma. Il re probabilmente voleva riposare in pace. Gli archeologi, molti secoli dopo, arrivano invece con taccuini, misurazioni, fotografie, discussioni cronologiche e facce entusiaste da “Abbiamo trovato qualcosa di importantissimo!”. In sostanza, il sonno eterno di Ahiram è stato trasformato in un convegno internazionale permanente.

Ma è proprio questa la grandezza del personaggio. Ahiram è il re che continua a creare lavoro. Gli studiosi analizzano l’iscrizione. Gli storici discutono la datazione. Gli appassionati di antichità sospirano davanti alla bellezza del reperto. Gli scrittori, poi, fanno festa. Perché una tomba reale di Byblos, un’iscrizione arcaica, un re avvolto nella penombra del X secolo a.C. e la sensazione che ci siano ancora misteri irrisolti: questo non è solo materiale storico, è il buffet completo del racconto archeologico-avventuroso.

Perché ammettiamolo: quando qualcuno dice “la sua tomba potrebbe celare misteri ancora irrisolti”, il cervello smette immediatamente di comportarsi da adulto responsabile. Parte la musica. Si apre una porta di pietra. Entra uno studioso con una torcia. Qualcuno pesta una lastra sbagliata. Un corridoio si chiude. Un’iscrizione minacciosa compare su una parete. Un assistente dice: “Professore, forse non dovremmo essere qui”. E naturalmente è troppo tardi.

Ahiram, in questo senso, è perfetto. Ha tutto quello che serve per un’avventura: regalità, antichità, iscrizioni, mistero, una città famosa, una tomba di grande fascino e soprattutto quel delizioso vuoto documentario che consente all’immaginazione di fare ginnastica. Non sappiamo tutto su di lui, e questo è precisamente il punto. Se sapessimo ogni dettaglio, Ahiram sarebbe materia da manuale. Così, invece, resta materia da sogno, da romanzo, da spedizione con la sabbia nei sandali e il rotolo di pergamena nello zaino.

Naturalmente, lo storico serio deve sempre mettere un freno all’entusiasmo: bisogna distinguere tra ciò che è documentato e ciò che si immagina. Ed è giusto. Quello che è documentato è già affascinante di suo. Ahiram fu re di Byblos. Il suo sarcofago è reale. L’iscrizione fenicia è una testimonianza straordinaria. Il contesto è quello del primo Levante del I millennio a.C., un mondo di città-stato, traffici marittimi, élite regali, contatti culturali e scrittura in evoluzione. Non serve inventare marziani o cristalli magici o confraternite con cappucci neri. Basta Ahiram. Fa già un figurone da solo.

E poi c’è il dettaglio forse più irresistibile di tutti: Ahiram è uno di quei personaggi per cui il contenitore quasi ruba la scena al contenuto. Cioè: sappiamo del re perché il suo sarcofago è magnifico. Non è lui a presentarci il sarcofago; è il sarcofago a presentarci lui. È un ribaltamento meraviglioso. Come se, tra tremila anni, qualcuno ricordasse un capo di Stato non per i suoi decreti o le sue alleanze, ma per la spettacolare eleganza della sua libreria di casa e per una targhetta particolarmente ben scritta.

In fondo, Ahiram ci piace proprio per questo. Perché incarna una verità antica e molto umana: tutti vorremmo lasciare una traccia. Lui l’ha lasciata in grande stile, dentro una delle cornici più affascinanti del Vicino Oriente antico. E il bello è che quella traccia, invece di chiudere il discorso, lo apre. Ogni dettaglio del suo sarcofago invita a nuove domande. Chi lo costruì? Quanto volle comunicare davvero? Cosa sappiamo del suo regno? E cosa ci sfugge ancora di Byblos, città che sembra sempre lì lì per raccontarci tutto e poi si limita a sorridere in fenicio?

Se c’è una morale in questa storia, è che Ahiram ha capito prima di tanti altri una regola immortale: per restare nella memoria non basta essere importanti, bisogna anche avere un’ottima scenografia. Lui se l’è procurata con un sarcofago monumentale, un’iscrizione memorabile e una tomba abbastanza enigmatica da tenere occupata l’immaginazione per secoli.

Non male, per uno che teoricamente voleva soltanto riposare.

Ahiram, insomma, è il re che dal fondo dei millenni continua a dirci: “Potete dimenticare le mie campagne militari, potete discutere la mia cronologia, potete persino litigare sulla datazione della mia iscrizione. Ma una cosa è certa: quanto a ingresso nella posterità, io mi sono organizzato benissimo”.

E francamente, guardando il suo sarcofago, viene da dargli ragione.

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