TA-MIU LA GATTA DEL FARAONE

Abbiamo già avuto modo di discernere e anche stupirci sulla importanza degli animali nell’antichità, non per niente i Sumeri li abbiamo scambiati per somari e gli abbiamo visti rincorrere i ca-valli (vi invito ad andare a leggere i nostri articoli sui Sumeri) mentre in Egitto governavano i faraoni come in un pollaio e gli Hittiti ci ricordavano i puzzosi pesci.

Dei gatti ne abbiamo già parlato come protagonisti delle prime città greche come Micene ma niente di tutto ciò è paragonabile a quanto fossero importanti nell’antico Egitto.

I gatti erano i discendenti diretti della Dea felina Bastet e pertanto considerati figli degli Dei da trattare con ossequio e riguardo tanto che venivano accettati senza discutere a tavola come commensale invadente, improvvisato ma assolutamente benvenuto, un trattamento che, come del resto, doveva essere riservato ad un Dio che faceva capolino in casa tua, sia a tavola che nel letto.

Perciò quando i gatti facevano le fusa fra le gambe degli uomini ciò era da considerare un privilegio e un onore, pertanto e in parallelo ogni torto subito dai gatti veniva punito con estrema durezza.

Se malauguratamente un gatto vi attraversava la strada improvvisamente, a parte toccare ferro nel caso di gatto nero, e lo stendavate, rischiavate di essere linciati seduta stante e se portati davanti ad un tribunale ecclesiastico venivate puniti con la morte.

così era la considerazione dei gatti nell’antico Egitto dove, peraltro, venivano trattati anche da morti in eguale misura come gli uomini, infatti vi erano delle tombe dedicate e venivano mummificati al pari degli uomini.

E’ in questa veste, quella della mummia, che è stata ritrovata la gatta del principe Thutmose, evidentemente molto cara al principe tanto da dedicargli una tomba quasi regale con tanto di iscrizione del nome che al momento gli esperti pensavano fosse di un parente uomo del faraone e invece, con grande sorpresa, si trovarono dinnanzi ad una mummia di gatto.

Il suo nome era Ta-Miu ed è da considerare il gatto più famoso dell’antichità.

ARIANNA E TESEO

Avremmo voluto raccontarvi una storia d’amore, un romantico racconto in una cornice leggendaria ma le cose non andarono proprio così.

Pochi anni dopo la costruzione del labirinto, il figlio di Minosse, Androgeo, noto atleta di punta del movimento sportivo Cretese, in occasione di una tournee in Grecia, fu ucciso, guarda un po’ il destino, da un toro.

Minosse, che dopo le precedenti esperienze vedeva streghe dappertutto, andò su tutte le furie e vide nella morte del figlio un subdolo disegno contro di lui da parte degli Achei.

Minosse fece causa agli Ateniesi e la vinse, così che gli ateniesi dovettero pagare un tributo particolare; ogni nove anni Minosse esigeva che mandassero a Creta quattordici sudditi ateniesi, sette fanciulli maschi e sette fanciulle vergini in pubertà, che sparivano nel labirinto sacrificate al Minotauro, perlomeno così si credeva… non si poteva pensare ad altro destino ovvero al sacrificio della vita anche se le caratteristiche dei fanciulli potrebbero far pensare ad altri sacrifici.

A lungo andare questa situazione dava assai fastidio agli ateniesi che si decisero, con Teseo, ad andare a Creta, per eliminare questo affamato Minotauro e chiudere per sempre questa strana e violenta vicenda.

Teseo partì da Atene con una nave dalle vele nere e una vela bianca che doveva issare al suo ritorno se fosse riuscito nell’impresa, era il loro modo di comunicare, assai foriero di imprecisioni, forse se avessero utilizzato un piccione viaggiatore sarebbe stato più sicuro.

Teseo fu accolto da Minosse nel suo palazzo con tutti gli onori, sicuro che anche questo sbruffoncello sarebbe finito nelle fauci del Minotauro.

Durante la preparazione dello scontro, mentre si allenava in palestra, Teseo conobbe Arianna, una dolce fanciulla che si dice fosse la sorella del Minotauro (ci risulta difficile capire come ciò sia accaduto ma in quel tempo a Creta succedeva di tutto).

La fanciulla si innamorò perdutamente di Teseo e tradendo il fratello, l’astuta ragazza, suggerì a Teseo un modo per uscire dal labirinto.

Dobbiamo sottolineare che Arianna non aveva una grande cultura, faceva l’operaia in una tessitura, ma proprio da questa esperienza ella consigliò a Teseo di fissare il capo di un filo all’architrave dell’entrata del labirinto e di tenersi il gomitolo in mano senza perderlo mai, poiché gli sarebbe servito a trovare la via di uscita.

Il Minotauro dormiva nella parte più interna del labirinto. Teseo entrò nel labirinto e dopo una violenta colluttazione ebbe la meglio; dopo averlo ucciso doveva uscire dal labirinto ma durante la colluttazione perse il gomitolo ed essendo egli, per nome e di fatto, un uomo teso andò nel panico.

Questa parte della vicenda non è stata riportata da nessun esperto, per pudore e vergogna, ma noi siamo liberi da questi retaggi della narrazione e perciò ve lo raccontiamo.

Comunque, preso dal panico, Teseo vagò per giorni, disperato, nel labirinto, finchè la dea Atena, amica degli ateniesi, ebbe pietà e chiese a Zeus se poteva fargli ritrovare il gomitolo e siccome Zeus aveva un debole per Atena, acconsentì, perciò Teseo, miracolosamente ritrovò il gomitolo e uscì dal labirinto grazie allo stratagemma pensato da Arianna.

Teseo, però, era ancora fuori di testa e in preda al panico, salì sulla nave con Arianna e durante la notte presero la via del ritorno.

Teseo aveva promesso di sposare Arianna, pertanto la portò con sé sulla nave dove si celebrarono le nozze e Arianna volle, assatanata, consumare subito l’amore.

Teseo, prostrato da tutti questi eventi e preso da mal di mare, volle fermarsi un attimo a respirare, con i piedi sulla terra, presso un isoletta e, lì, si addormentò.

Nel sogno gli comparve Dionisio, un donnaiolo dell’olimpo che era perdutamente innamorato di Arianna e lo minacciò se non gli avesse ceduto Arianna.

Egli, ancora tramortito, si svegliò spaventato salì sulla sua nave e si affrettò a tornare ad Atene, dimenticandosi Arianna sull’isola mentre la poverina dormiva.

Neanche possiamo immaginare quanti improperi abbia pronunciato Arianna al risveglio, sola su quell’isola in compagnia di quel Dionisio che lei aveva continuato a tenere alla larga.

Intanto Teseo, ormai in preda alla confusione mentale più totale, si dimenticò di issare la vela bianca e quando il padre, di nome Egeo, vide da lontano la nave di Teseo che ritornava con le vele nere, pensando che l’impresa fosse fallita, dal dolore si gettò in mare, suicidandosi, da allora quel mare porta il suo nome… EGEO.

Come vedete tutto torna e tutto ha una spiegazione anche se in tutta questa storia la cosa che non brilla è proprio la logica.

DEDALO E IL LABIRINTO

Tutto iniziò quando Poseidone venne a sapere che Minosse aveva fatto il furbo facendosi regalare un magnifico toro bianco per sacrificarlo ma Minosse preferì tenerselo per sè, cose che non si fanno soprattutto verso un Dio dell’Olimpo, così Poseidone che era un po’ depravato, al fine di punire Minosse, fece in modo che Pasifae, moglie di Minosse, s’innamorasse del toro e si unisse a lui.

A parte la depravazione di Poseidone ma anche Pasifae non scherzava e nei panni di Minosse ci sarebbe da fare qualche riflessione.

Ad ogni modo fu da questa unione che nacque il Minotauro, un mostro con il corpo di uomo e la testa di toro e, tutto sommato, visto il caso gli andò ancora bene.

Questa situazione rischiava, se fosse divenuta di pubblico dominio, di minacciare la pace ed il benessere del regno e sarebbe stato uno scandalo irreparabile per la reputazione, di vero macho, del Re di Creta.

Così Minosse, che era anche un tipo un po’ contorto, chiamò un famoso architetto ateniese di nome Dedalo, affinché costruisse un posto dove rinchiudere il segreto di questa bestia.

Questo Dedalo era un architetto che aveva come passione l’enigmistica e le sue innumerevoli diramazioni, pensò di costruire un immenso labirinto, dove la bestia non aveva più possibilità di uscita e, c’è da sospettare, che neppure lui, alla fine della costruzione, sapesse come uscirne.

Più tardi, infatti, Minosse, irritato dal fatto che in quel coso chiamato labirinto non ci capiva nulla, decise di rinchiudere lo stesso Dedalo con il figlio Icaro che gli faceva da assistente nonostante odiasse il lavoro del padre preferendo l’ornitologia.

Dedalo deve al figlio Icaro, ornitologo per passione, la possibilità di fuggire dal labirinto che egli stesso aveva ideato, infatti Icaro costruì delle ali fatte di penne e cera, inventando così l’arte del volo o meglio l’aeronautica.

Racconta la leggenda che Icaro spiccò il volo per andare oltre il labirinto ma, esagerando e pieno di entusiasmo, volò troppo vicino al sole, le ali si sciolsero ed egli cadde in mare, dove annegò perché sapeva volare ma non sapeva nuotare, peraltro dobbiamo dire che a conti fatti era anche scarso in chimica.

Soltanto Dedalo si salvò ma la leggenda non dice esattamente come, però possiamo supporre che lui sapesse nuotare.

IL MITO DI MINOSSE

Tutto iniziò in quel di Tiro, città dedita al tiro a segno, tiro alla fune e al tiro con l’arco,  ma anche a tutti i tipi di tiro, compreso quello di tirare a campare e con abitanti comunque abituati a “tirare”… in senso più ampio, come constateremo dai fatti narrati.

La leggenda narra che in quel tempo era Re Agenor, figlio di Poseidone e della mortale Libia.

Poseidone, ai tempi, si sposò Libia e da questa unione nacque Europa (da qui la nostra innata soggezione verso Gheddafi e quella terra).

Da questa unione nacquero tre figli. Uno di questi era Minosse.

Si racconta che Minosse fu adottato dal Re Asterione e quando costui morì, Minosse cercò di ingraziarsi Poseidone costruendogli un altare in riva al mare, per poter sostenere il suo diritto alla successione al trono.

Minosse pregò Poseidone di inviargli qualcosa, un segno, oppure qualcuno per usarlo come sacrificio e questi gli inviò un toro.

Egli fu alquanto sorpreso, forse perché si aspettava ben altro e più prezioso segno, ma ricevere questo toro dal Proprio Dio era comunque la prova che l’Olimpo approvava il suo regno.

In effetti, Poseidone mandò un toro, un toro di un bianco stupefacente, destinato ad essere sacrificato, ma Minosse affascinato dalla sua bellezza non lo sacrificò; la sua forza era tale che il Re di Creta, pieno di ammirazione, decise di utilizzarlo come toro da monta.

Anche un bimbo sa che non si deve disobbedire o far arrabbiare chi ti ha dato un regalo, usandolo poi per un altro scopo, ma Minosse era peggio che un bambinone.
Quando Poseidone lo venne a sapere, al fine di punire Minosse, fece in modo che Pasifae, moglie di Minosse, s’innamorasse del toro e si unisse a lui.

Avete capito bene, si è unita con un toro! Ve l’avevo detto che a Tiro gli abitanti …tiravano…

Fu da questa unione che nacque il Minotauro, un mostro con il corpo di uomo e la testa di toro e, tutto sommato, visto il caso gli andò ancora bene.

Tornando a Minosse, dobbiamo sottolineare che comunque era un tipo che si dava da fare perché ebbe ben otto figli.

Il regno di Minosse fu caratterizzato dalla rabbia, per le vicissitudini personali, che scaricò sui popoli vicini, assoggettandoli.

Fra le tante battaglie, ricordiamo quella contro Niso, Re di Megera, che secondo la leggenda aveva un capello d’oro a cui era legata la sorte della sua vita e della sua potenza.

Per batterlo Minosse le tentò tutte, finanche di trasformarsi in parrucchiere per poter tagliare questo prezioso talismano, ma senza riuscirci.

Anche in questo caso la mitica aitanza del nostro eroe gli venne incontro perché Scilla, la figlia del Re Niso, si innamorò al primo istante di Minosse e non indugiò ad introdursi, nottetempo, nella camera del padre per tagliargli il capello d’oro.

Andò, in seguito, da Minosse offrendogli le chiavi di Megara e chiedendogli di sposarla.

Minosse, che era un birbante, conquistò Megara ma si rifiutò di portare con sé, a Creta, la parricida che, presa dallo sconforto, si gettò in mare ed annegò.

Secondo molte fonti attendibili, Minosse fu ucciso in una vasca da bagno in Sicilia da dei sicari mafiosi mentre era ospite nella rocca del Re sicano Cocalo, noto capo mafia del tempo.

THUTMOSE III°: PROVE DI IMPERO

royal sculpture, dyn18, Thutmose III, Deir el-Bahari, NK

Nel 1458 a. C. divenne faraone Thutmose III, che fu uno dei sovrani di maggior spicco della storia dell’Egitto; durante il suo lungo regno le tendenze imperialistiche, già presenti sotto i suoi predecessori, ebbero un notevole impulso.

Figlio di Thutmose II e della regina Iside, ebbe un regno di 53 anni ma solamente dopo la morte di Hatshepsut, matrigna reggente e coreggente, che resse il trono per 22 anni, poté effettivamente governare.

Per molti esperti rimane un mistero il fatto che una personalità così forte, come la sua, abbia potuto accettare, per un tempo così lungo, di essere posta in secondo piano da Hatsepshut, ma noi tutti sappiamo quanto questa donna fosse potente, tremenda e pericolosa.

Le campagne militari nell’area Palestinese (quattordici riportate ma in realtà, forse, diciotto) comportarono la conquista di Megiddo, nota e temuta località presente nel libro dell’apocalisse, dove alla fine del Nuovo Testamento si cita l’Armaghedon, cioè il “Monte di Megiddo”, come luogo della battaglia finale tra Cristo e le forze del male, tanto da far diventare l’espressione simbolo della fine del mondo.

Era chiaro che il faraone si stava cercando delle rogne più grosse di lui.

Inoltre distrusse più volte la città di Quaddesh, capitale dei Mitanni che, testardi, mitomani e ottusi non appena l’esercito egiziano si allontanava, dal retro lo spernacchiavano, richiamando l’esercito egiziano, infuriato, che ogni volta distruggeva tutto.

La Battaglia di Kadesh diventa così un tormentone  e come tutti i tormentoni viene tramandata come mitica, anche se le pernacchie di mitico hanno assai poco.

Altre campagne furono dedicate a pacificare la regione ed a combattere i beduini che rendevano poco sicure le piste carovaniere (come non constatare che dopo millenni in quelle zone nulla è cambiato…).

Il faraone, che per primo constatò la difficoltà di regnare in quei luoghi e su quei popoli, decise di non inglobarli direttamente sotto il controllo della corona egizia ma preferì lasciare al governo una massa di piccoli principi locali, tributari dell’Egitto.

Thutmose era anche un pigro ateo del tempo e non voleva partecipare alle cerimonie religiose, a quel tempo assai diffuse, perciò per avere meno possibili scocciature, pagò il clero non solo con denaro ma effettivamente anche con privilegi, fino a donargli tre provincie asiatiche, purchè fosse esentato dalle cerimonie.

Al contrario era amante delle feste regali e sfarzose, tanto da costruire una grande Sala delle Feste a Karnak.

LA STRANA STORIA DI PANDIONE RE DI ATENE

Ad Atene diviene Re Pandione I°, figlio di Re Erittonio, aveva la pelle a chiazze bianche e nere, probabilmente era tifoso Juventino ma sicuramente sembrava più vicino a un grande panda, Pandione appunto.

Ebbe quattro figli Procne, Filamela, Bute ed Eretteo.

Fu il primo Re di Atene ad avere questioni contro Tebe, inaugurando un lungo dissidio.

La storia di Pandione è però nota per una tragedia familiare degna delle moderne telenovelas; Tutto ebbe inizio per una disputa catastale con un certo Labdaco, che finì in armi.

Pandione non era molto sicuro di sé e pensò di farsi aiutare dal Re di Tracia, tale Tereo.

Costui lo aiutò ma volle in cambio come sposa una figlia, così Pandione gli fece vedere le sue due figlie e Tereo scelse Procne, portandola a casa sua.

Con lei fece anche un figlio di nome Iti.

Il marpione, però, aveva adocchiato anche l’altra figlia, Filomela, e non seppe resistere ai suoi istinti, perciò si recò ad Atene, raccontò la balla che Procne era morta e Filomela  si impietosì, concedendosi a lui in una folle nottata.

Altre fonti, per la verità, dicono che Tereo rapì Filomela e la violentò in una cascina di campagna ma lasciamo perdere.

In ogni caso, per evitare che questo fatto si venisse a sapere, Tereo mozzò la lingua alla fanciulla.

La tapina, persa la parola, si mise a lavorare a maglia e tesse un bel mantello, ricamando su di esso un messaggio in codice per la sorella.

Appena questa venne a conoscenza di quanto le era successo, uscì di testa, andò a prendere la sorella e si trasformò in una cuoca assatanata, prese il figlio avuto con l’odiato marito e lo fece cuocere, facendolo diventare un piatto prelibato per l’ignaro marito che se lo mangiò.

Quando Tereo fu informato, dopo aver vomitato per lunghe ore, iniziò a rincorrere le due donne, che giunte esanime vicino al mare, non sapendo più a che santo votarsi, chiesero agli Dei di trasformarle in uccelli.

Gli dei, tutto sommato, trovarono la richiesta idonea e romantica, perciò la accolsero, trasformando le due donne in rondine e usignolo mentre Tereo fu trasformato in Upupa.

In molti, e anche noi, si sono scorticati le meningi cercando di capire perché gli Dei trasformarono Tereo proprio in Upupa e non in canarino oppure in un falco… ma nessuno ne venne mai a capo.

Valli a capire ‘sti Dei dell’olimpo!

Tutto questo avvenne alla corte di Pandione che, poverino, dovette assistere a questa tragedia familiare senza poter intervenire.

Dal dolore ne morì.

GLI STRANI RE ASSIRI DEL XV sec a.C.

Nella prima metà del XV secolo a.C. assistiamo nel medio oriente e più precisamente presso gli Assiro-Babilonesi, ad un susseguirsi di regnanti a dir poco particolari le cui caratteristiche, in mancanza di notizie più dettagliate, lasciano spazio alla fantasia e il sorriso che inevitabilmente ci assale.

Nel 1480 a.C.  è Re dell’Assiria Enlil-nasir I°, conosciuto soprattutto per la sua “proboscide”, un naso particolarmente pronunciato che potrebbe essere la fonte ispiratrice di Collodi quando ha inventato Pinocchio.

Non sappiamo se anche lui fosse di legno ma sospettiamo che anche lui fosse abitudinario delle bugie, tanto che i suoi discorsi non venivano mai presi sul serio perchè poco attendibili.

Non ci risulta che si fosse maritato, con quel naso non attirava grandi consensi e soprattutto le donne di corte non si fidavano più di tanto, neppure dei complimenti, vista la facilità di dire bugie del soggetto.

Pare che morì a seguito di uno starnuto il cui contraccolpo gli fu fatale; Gli succede Nur-ili dall’aspetto normale ma dalla tendenza al ritardo sistematico, infatti il suo nome sembra significasse “non c’è mai lì”.

Anche nella autonoma Babilonia regnano soggetti quanto mai bizzarri come un certo Agum III, che lascia intendere che ci furono anche il primo e il secondo, soprannominato l’appiccicoso per il suo vizio di toccare tutti coloro con cui parlava e non si trattava di delicati approcci ma coinvolgenti abbracci per quanto imbarazzanti e untuosi per via del suo eccesso uso di gel che spargeva su tutto il corpo.

Si dice che morì a causa di una caduta, peraltro lieve e apparentemente innocua che però lo stese per terra e a causa del suo appiccicoso strato di gel finì per incollarsi al terreno e morire per asfissia.

Gli succedette nel 1465 a.C. Kadashman-Harbe I°, famoso erborista di Babilonia, omeopata radicale che impose a tutta la città l’uso delle erbe aromatiche e ogni altra specie di erba bandendo qualsiasi terapia alternativa, fu l’ossessione dei medici, l’apoteosi dei maghi ma, soprattutto, fece gioire gli spacciatori legalizzando le erbe di ogni genere, con lui la popolazione, si dice, era diventata più felice, meno ansiosa, magari un po’ sballata.

Naturalmente, per queste descrizioni, abbiamo utilizzato in larga misura le fonti che chiamiamo “anali” esasperando in modo fantasioso e divertente questo periodo della storia che, se non altro, vi fa conoscere certi personaggi che altrimenti rimarrebbero nell’oblio della storia.

TUTTI GLI UOMINI DELLA FARAONA

Nonostante quello che si possa pensare sulle notevoli capacità della faraona Hatshepsut, sia nel governare che nel gestire gli uomini di corte che la circondavano, non vi è dubbio che ella sapeva scegliere bene i suoi collaboratori e il suo successo era anche figlio della fedeltà, non si sa se spontaneamente o meno, che gli tributavano gli uomini e i collaboratori che la circondavano.

Dedichiamo un attimo a capire chi erano e cosa facevano tutti questi uomini della faraona, contando sul fatto che durante il suo regno ha potuto sceglierli e coltivarli senza che il vero faraone, messo in disparte e in ombra, potesse dire un solo “ma”.

Iniziamo dal più importante o perlomeno il più in vista e citato dalle cronache dell’epoca, il prode Senmut, talmente invasivo che te lo trovavi dappertutto, come il prezzemolo, aveva più incarichi lui di tutta una schiera di servi del palazzo.

Si dice fosse dotato di grandi capacità pur essendo di umili origini che ne fece un esempio di ascensore sociale da presentare al popolo che in verità lo considerava solo un gran ruffiano.

Senmut aveva innumerevoli incarichi soprattutto derivati dal fatto che era maggiordomo e precettore dell’unica figlia della faraona, Neferure, ma le malelingue dicevano che forse era qualcosa di più … le stesse malelingue che dicevano la stessa cosa anche al riguardo della faraona.

Ad ogni modo era anche il portavoce della faraona (sapeva anche imitarla) e il maggiordomo del palazzo reale e del tempio di Amon, nel senso che faceva le pulizie dappertutto ed era responsabile di tutti i lavori nel tempio, una sorta di capo manutentore e fu anche incaricato di erigere gli obelischi ordinati dalla faraona e di costruirne la sua tomba … poi ad un certo punto, muore Neferure e lui cadde in disgrazia, anzi di lui non si seppe più nulla, come al solito chi si avvicina di più al sole rischia di scottarsi e anche bruciarsi.

Altri soggetti fanno parte del pantheon della faraona, il grande sacerdote di Amon Hapuseneb, tra l’altro lontano parente, discendente dalla famosa madre Ahhotep e di nobile famiglia, non per via del padre Hapu che faceva solo il lettore durante le cerimonie religiose ma di suo nonno che fu il gran vizir di Thutmose I, perfino il fratello era famoso come ragioniere e guardiano del tesoro di Amon.

Ricordiamo anche il cancelliere Nehesy che sembra fosse il censore reale che cancellava ogni scritta sui muri d’Egitto qualora non fosse in linea con il volere della faraona e di tanto in tanto guidava spedizioni anche militari, forse punitive.

Il vicerè della Nubia Inebni, un tipo la cui più grande e unica qualità era la osservanza fedele del volere faraonico, poi ricordiamo il tesoriere personale della faraona, un certo Gehuty che aveva il suo gran daffare per far quadrare i conti di una faraona non certamente molto proba in fatto di finanze.

La lista comprende anche il Vizir Useramon e il maggiordomo privato, il veterano Amenhotep che aveva un nome faraonico e alla Faraona piaceva un sacco dare degli ordini assurdi ad uno che portava il nome di un faraone, la faceva sentire superiore.

Attorniata da tutti questi uomini la faraona governava gestendo sapientemente le personalità e le debolezze dei suoi fidi che solo lei era in grado di gestire e apprezzare, infatti quando morì furono tutti sostituiti, forse perchè fedeli o forse perchè incapaci.

HATSHEPSUT UNA DONNA AL POTERE

Anche l’antico Egitto ha la sua “quota rosa”, per la prima volta diviene faraone una donna.

All’età di dodici anni, quando il padre morì, gli toccò sposare il fratellastro per consentirgli di regnare e questo non gli andò proprio giù perché era lei la vera erede al trono.

Alla morte del fratellastro dovette fare la reggente al figliastro di suo marito, avuto con la seconda moglie, una ulteriore umiliazione che non seppe sopportare.

Gradualmente, senza scossoni né colpi di mano, cioè con la fredda intelligenza di chi ha davvero il senso del potere, nell’arco di sette anni passò dalla condizione di reggente a quella di faraone insediato formalmente con il crisma dell’ufficialità.

Una donna in carriera, anzi dalla sfolgorante carriera.

Per farsi nominare Faraona dovette escogitare un trucco, inscenando la commedia della sua nascita divina ad opera di Amon-Ra, grande dio del sole che con i suoi raggi illuminanti come un alieno aveva reso feconda la madre, gli credevano in pochi ma sottovoce la maggioranza era scettica se non addirittura ironica.

Comunque per tagliare la testa al toro, e si sa quanto il toro era adulato da queste parti, ella iniziò a farsi vedere in pubblico con vesti da uomo e un po’ dimessa, nonchè rozza e con la tipica barbetta del faraone, posticcia naturalmente, ma assai scenica, evidentemente questo era l’immaginario del maschio faraone che era nella tradizione visiva del periodo che non andava a beneficio dei precedenti Faraoni ma che era distintivo inequivocabile della figura del potente ma rozzo Faraone.

In realtà era una bellissima donna!

Di lei si parla molto, un’infinità di gossip ed è per questo che rimane nella memoria dell’antico Egitto come la più grande… Faraona e prima donna al potere.

Delle sue gesta, peraltro innumerevoli, si ricordano le leggi sull’edilizia, che la fanno passare per una “palazzinara” e sulla apertura delle frontiere che dà il via ad un periodo di libero scambio commerciale, molto florido.

Fra le altre cose, bizzarre, va ricordato un viaggio nel paese di Punt, vicino a Mes, dove era noto un grande outlet.

La faraona tornò a casa piena di acquisti, peraltro costosissimi, di oggetti d’ebano, zanne di elefante e incenso; di quest’ultimo ne divenne pazza e da allora ne fece un uso spropositato che faceva anche un poco sballare la corte a palazzo.

Fu così tanto amata che quando morì e, finalmente, salì al trono il figliastro, furono cancellate tutte le sue effigi e le sue tracce, per tentare di annullarne la memoria.

Se oggi ne stiamo ancora parlando ciò può voler dire due cose; l’operazione annullamento della memoria è fallita, oppure la faraona ne ha fatte talmente tante che divenne indimenticabile.

LA LEGGENDA DI ERITTONIO RE DI ATENE

Ritorniamo ad Atene per raccontarVi dell’insediamento del nuovo Re: Erittonio, secondo calcoli e notizie che non vogliamo mettere in discussione egli fu il quarto Re di Atene.

Di questo Re potremmo riassumervi il racconto della sua nascita, così come viene riportato dai testi legittimi, infatti, leggendolo, capirete che non servono altre interpretazioni, basta e avanza così com’è per farci dei buoni e naturali sorrisi.

LE ORIGINI DI UN RE

Efesto (il padre) venne colto dal desiderio di possedere la Dea Atena (birbante), un modo erudito di dire che non riusciva a trattenersi.

La Dea oppose una fortissima resistenza al Dio intraprendente, in altri tempi sarebbe stato punito e messo alla gogna mediatica quantomeno come molestatore e stalker ma noi non sappiamo se vi furono conseguenze, però ci sussurranno, altri racconti che in realtà Efesto non riuscì ad ottenere l’erezione.

Le leggende, sul fatto specifico, concordano che l’assalto del Dio non venne coronato da un coito, ma che Efesto eiaculò sulla coscia della Dea … ma dai …. Ma che razza di immagini sono, altro che leggenda sembra un film di Tinto Bras.

La Dea Atena raccolse il seme del Dio, utilizzando un fiocco di lana e lo lanciò per terra, ovvero, inorridita, cercò in fretta e furia di lavarsi.

A causa di questo gesto la Terra divenne gravida (!) e da questa gravidanza nacque Erittonio, cioè il nostro quarto Re di Atene che con questo antefatto non viene coperto da un grande onore; certo che se stavano più attenti si potevano evitare tanti casini.

Questo poveraccio rispecchiava l’aspetto deforme del padre: aveva infatti due serpenti al posto delle gambe.

Ora è chiaro perché Atena non ci stava!

Atena ne ebbe pietà, lo raccolse, e lo nascose in una cesta, la chiuse e la affidò alle figlie di Cecrope, ovvero Aglauro, Pandroso e Erse imponendo loro di non aprirla.

Le fanciulle, curiose, disobbedirono e la Dea, per punizione, le spinse a gettarsi dalla rocca di Atene.

L’unica ad essere risparmiata fu Pandroso, che aveva distolto all’ultimo momento lo sguardo.

Secondo un’altra versione del mito, le fanciulle, alla vista delle mostruosità del bambino, fuggirono spaventate e precipitarono dalle mura, poi Atena se ne prese il merito davanti al consesso olimpico.

Successivamente, una volta uscito dalla cesta, crebbe e fece carriera, così Erittonio divenne il quarto Re di Atene e per nascondere le sue gambe serpentiformi si serviva di un particolare cocchio di sua invenzione.

Questi antichi Greci se le andavano proprio a cercare e speriamo che il prossimo Re sia un po’ più normale!