AMENHOTEP II IL FARAONE ATLETA

Figlio di Thutmose III e della sposa reale minore, se non fosse morto prematuramente il figlio primogenito del padre, avuto dalla grande sposa reale, egli non sarebbe mai stato faraone e questo ebbe notevole importanza psicologica per il suo popolo che lo guardava in modo sospetto e misurava la sua credibilità con una certa prevenzione.

Nacque a Menphi dove risiedette a lungo ricoprendo l’incarico di sovraintendente all’importazione del legname per i cantieri navali di Peru-Nefer. Questo incarico, apparentemente umile, gli ha permesso di evitare la vita invidiosa e insidiosa alla corte del padre.

In questo periodo di libertà dagli obblighi di corte il ragazzo si diede alla pratica sportiva anche agonistica divenendo un atleta molto apprezzato e anche protagonista di performance atletiche di successo.

questa fama di atleta fu molto utile alla sua carriera di faraone perchè prima di diventarlo era già apprezzato come sportivo ma soprattutto il popolo apprezzerà le sue doti applicate alla guerra.

Del resto la deriva imperialista e dittatoriale dei faraoni si conferma con l’avvento di costui che aggiunge al suo nome l’appellativo “Horo d’oro”. Ciò non è uno scioglilingua e neppure un ritornello di una canzonetta da spiaggia ma significa “sottomettere i popoli con la forza”, evidentemente nella storia dell’uomo questa pratica filosofica ha carattere pandemico.

Una nuova topica descrive, fra l’altro, le qualità fisiche del faraone: appassionato di cavalli, che addestrava personalmente e ai quali faceva compiere con maestria ogni sorta di evoluzioni, denotando una sorta di progenitura da circense; egli, inoltre, governava una nave con la massima abilità grazie all’uso esperto dei remi (!!!) e le sue frecce trapassavano spesse placche di rame (ma dai come si fa a credere a ‘ste cose!). Dietro l’evidente retorica di tali proclami si manifesta una mentalità particolare: la maggior parte degli alti dignitari del suo regno furono scelti non tra i rampolli di stirpi potenti, ma tra i compagni di giovinezza o di combattimento, i quali non potevano che raccontare improbabili prodezze del loro illustre compagno e soprattutto benefattore.

L’atleta che era in Lui si dimostrò utile quando alla morte del padre, che va ricordato era un caratterino dispotico e tirannico, dovette fronteggiare le numerose rivolte nei possedimenti asiatici innescate dalla scommessa che il novo faraone non fosse come il padre ma un po’ giocherellone.

Invece egli corse immediatamente contro i rivoltosi e li mise a tacere, con le buone, alcuni, con le cattive altri e se ne tornò a casa portandosi con sè ben sette princìpi prigionieri e un bottino d’oro che riversò nelle casse del tempio di Amon addomesticando i potenti sacerdoti del tempio e assicurandosi il loro appoggio.

Ma come spesso accade, per farsi accettare occorreva farsi temere e per far ciò occorreva espletare gesta violente, unico modo per far tacere ogni tentennante suddito.

L’occasione fu data in occasione di una festa al tempio di Amon dove egli, in barba agli accordi, fece sacrificare in piazza sei dei princìpi prigionieri fracassandogli la testa con una mazza per poi appenderli a testa in giù sulla prua della sua nave.

Potete scommetterci che da quel momento il popolo lo adorò.

Vi domanderete che fine abbia fatto il settimo prigioniero, ebbene non venne graziato ma portato a sud in Nubia, dove era stata sedata una rivolta e anch’esso giustiziato e appeso al muro di cinta della città di Napata alfine che tutti potevano vedere di cosa fosse capace il nuovo faraone.

Da aitante atleta osannato dalle folle sportive a temuto faraone osannato per timore … so che molti si domanderanno cosa c’è da sorridere in questa storia e in effetti ci sono frangenti dove il brivido del sorriso lascia spazio al brivido della paura.

ANTICHI POPOLI IN DECLINO

La storia dell’uomo procede inevitabile lasciando sul terreno città e popoli che raggiungono il loro oblio attraverso un declino spesso silenzioso agli occhi dei posteri ma tragico per il loro vissuto.

Immergiamoci, per un momento, nel periodo attorno al 1400 a.C. per dare voce a quei popoli o città che si prestano a diventare storia o leggenda.

Nonostante il maremoto, l’eruzione devastatrice del vulcano, troviamo i cretesi ancora intenti a ricostruire i loro palazzi.

In prima battuta tutto questo sembra alquanto encomiabile da parte di un popolo fiero della propria terra ma, a guardar bene, vediamo in questa operazione un tratto uniforme della cocciutaggine dei popoli affacciati sull’egeo (vedesi le continue ricostruzioni di Troia), tratto encomiabile e normalmente virtuoso ma accompagnato da una mancanza di polso della protezione civile che avrebbe quantomeno impedito di ricostruire ancora nello stesso posto, piuttosto esposto alle catastrofi ambientali.

Come se ciò non bastasse, i Cretesi, appena risollevatosi dal disastro, si videro invadere dai popoli greci.

Allora capirono che era proprio finita perchè contro le calamità naturali ci si adatta ma contro gli Achei …

Anche il regno assiro non se la passa bene, nel 1435 a.C., viene saccheggiato dagli Hurriti di Mitanni che li sottomettono grazie alla loro enorme superiorità vocale (le urla degli Hurriti sono devastanti) e le pazze iniziative dei mitomani di Mitanni.

Tutto questo avveniva mentre a capo dei Cassiti di Babilonia c’era un certo Kurigalzu, imprenditore, di origine sarda, nel settore delle calze che vale la pena citare, se non altro, perché potrebbe essere il primo stilista della storia e, mentre a capo degli Ittiti c’era un certo Tudhalia, anch’egli imprenditore nel ramo della botanica (si dice che fosse il più grande produttore di Dalie dell’epoca), che dopo aver fatto abdicare il precedente Re Muwatalli (altro imprenditore stavolta nel campo dei metalli) accusandolo di aumentare le polveri sottili con le sue fabbriche, avendo anche messo da parte suo cognato e correggente, Arnuwanda, che dicono fosse anche suo figlio, qualcuno dice persino sua figlia… mah … di questi tempi e in quei luoghi nulla poteva essere certo e date le premesse il declino era assicurato.

L’evento più famoso del suo regno fu, comunque, la conquista del territorio di Assuwa. Assuwa è creduta essere l’origine dell’Asia, anche se c’erano molti territori all’epoca che Assuwa comprendeva, tra cui i territori di Taruisa e Wilusiya, che sono ora identificati in Troia, sebbene non ci siano prove evidenti per spiegare come due appellativi di regione si riferiscano ad un solo territorio.

Come tutte le cose narrate fin qui non si poteva che concludere questo primo assaggio della grande storia dell’umanità con un’ambiguità … e che nel futuro, se ci sarà, qualcuno ci protegga o abbia pietà di noi.

LA STRANA ALLEANZA DI “ASSUMA”

Schiacciati dalla litigiosità e dalle manie dei grandi attori di questo tempo, i popoli minori dell’area erano destinati ad avere la peggio e passare inosservati alla storia.

Alcuni di essi tentarono una reazione, unendosi in una confederazione detta di Assuma, nome che gli esperti citano come origine dell’asia (anche loro come fantasia non scherzano!) e composta da piccoli popoli e città della turchia occidentale che tentarono di opporsi agli Hittiti, peraltro senza molta fortuna.

Sospettiamo che il nome “Assuma” , traduzione semplificata del termine Assuwa, fosse dovuta al fatto che, nella vana ricerca di alleati, venivano assunti Principi e Re di piccole dimensioni di quei popoli bistrattati dalle potenze del momento.

Fra questi popoli citiamo quello dei Cari, che erano chiamati in questo modo perchè avevano dei modi assai gentili ed era anche un popolo che commerciava soprattutto merce di lusso, considerata dai vicini molto cara.

Fra i confederati vi era anche una città destinata a rimanere nella storia, Troia, anche in questo caso dalla parte dei perdenti, strano destino che si ripeterà spesso anche in seguito.

Tutto questo avveniva nell’area di pertinenza Hittita mentre contro il faraone tentò di resistere il regno di Kerma, situato in Nubia ed erede dell’antica civiltà nubiana che aveva tentato a lungo di avere buoni rapporti con il vicino pollaio dei faraoni, ma che con il faraone Thutmose III finì di esistere.

Si narra che in questo regno nacque l’arte militare e poi sportiva della s-kerma.

Possiamo immaginare come le truppe del faraone, con i suoi possenti carri da battaglia, ebbe facilmente la meglio contro i compassati e schierati schermidori nubiani.

Del resto questa disparità di potenza militare non era affatto isolata, infatti in quel tempo anche la città di Assur, capitale degli Assiri, viene saccheggiata dai Mitanni e ne diviene vassalla, del resto, anche in questo caso, è facile comprendere come la battaglia volse a favore dei Mitanni, visto che era noto il sistema di difesa degli Assiri, basato sulle assi, benché chiodate, come arma al posto della spada e della lancia.

Questo accadeva intorno al 1400 a.C. a quei popoli che ebbero la sfortuna di trovarsi come coetanei gli ingombranti Egizi e Hittiti come potenze locali mentre altri popoli, un po’ più fuori mano poterono spiegare le ali verso un futuro più roseo.

IL POPOLO DEI CASSITI

Mentre osserviamo le gesta mitiche e leggendarie del faraone di turno, Thutmose III, nella Babilonia regna, peraltro già da un po’ di tempo, un popolo considerato barbaro che sembra originario dei monti dell’Iran e sul quale vale la pena soffermarci per le sue interessanti caratteristiche somatiche.

Il popolo Cassita parla la stessa lingua in voga in quel territorio, l’Accadico, e ne assorbe tutte le virtù, gli usi e i costumi della popolazione autoctona, sembra non abbiano una loro peculiarità tranne l’introduzione di monumenti in pietra posti ai confini del loro regno, una sorta di barriera doganale e di avviso agli stranieri per chiarire e delimitare la loro giurisdizione sul territorio, cosa non frequente a quel tempo.

Tali monumenti erano chiamati Kuddur che, in mancanza di una traduzione di significato sostenibile, potrebbe significare “altolà”.

fin qui è la sintetica realtà di quanto sappiamo ma nel nostro spirito sorridente e libero, sarà per il nome che si presta o per la nostra inqualificabile fantasia, abbiamo immaginato altri tratti meno scientifici ma che ci consentono di sorriderci un po’ sopra.

Perciò possiamo aggiungere che tale popolazione passa alla storia con il nome di Cassiti, così denominati perché pare adorassero il dio Casso… rappresentato da un enorme pene stilizzato, segno di fertilità, ma anche di usi e costumi abbastanza libertini che segnarono nel tempo la concezione stessa della città di Babilonia come un enorme bordello (qui sta l’aggancio alla realtà biblica)

Somaticamente essi avevano effettivamente dei “bassifondi” importanti e ne avevano molta cura inserendo l’igiene intima fra le pratiche quotidiane che erano assai poco conosciute in questo periodo.

Era anche un popolo che non prestava molta attenzione agli altri vicini o agli avvenimenti che gli accadevano intorno, dando l’impressione di un popolo che non gli fregava nulla di niente e perciò nacque l’interlocuzione lessicale che, se a uno non frega niente, si dice che non gliene frega un casso.

Abbiate pazienza e concedeteci questa licenza narrativa poco convenzionale e decisamente poco storica ma l’ambiguità dettata dal nome di questo popolo era troppo irresistibile per passarci sopra in silenzio … in ogni caso la colpa è degli esperti che avrebbero potuto dargli un nome diverso!

LA BATTAGLIA DI MEGIDDO

Vale la pena soffermarsi nel racconto dettagliato della battaglia di Megiddo fra egiziani e ben 330 principi siriani che si coalizzarono per ribellarsi al faraone.

Nel 1484 a.C. circa, la città fortezza di Kadesh, situata tra siria e libano, era il centro della coalizione anti-egiziana ed avevano già formato un esercito di grande potenza.

Anche se la posizione geografica di Kadesh era sicuramente favorevole, il suo sovrano preferì riunire questo esercito confederato nella città di Megiddo.

L’esercito egiziano, che aveva saputo dai servizi segreti tale notizia, attraversò il deserto, giunto ad Aruna, il faraone dovette prendere una grave decisione riguardante la strada da percorrere con le sue armate, riunì così il consiglio di guerra.

I casi erano tre: le due vie laterali erano larghe e agevoli, la prima conduceva a Taanach e l’altra a Djefti, ma avrebbero allungato di molto la distanza, mentre vi era la possibilità di una strada centrale, talmente stretta che il carro d’oro del faraone ci sarebbe appena passato, e per di più, nel caso di un’imboscata, le truppe, non avrebbero avuto via di scampo. L’unico lato positivo era che, percorrendo la strettoia, si sarebbero accorciate notevolmente le distanze.

Il faraone, che era stanco di vagare nel deserto e non vedeva l’ora di tornare nel suo palazzo per farsi una bella doccia rinfrescante, optò proprio per quest’ultima soluzione, nonostante il disappunto dei suoi generali che, invece, erano per le cose semplici e comode.

Gli ufficiali dell’esercito Egizio cercarono in tutti i modi di dissuadere il faraone che, sfinito, prese questa decisione: non avrebbe costretto il suo esercito a seguirlo, coloro che avrebbero voluto sarebbero stati liberi di scegliere le altre due strade. L’esercito, compatto, decise di seguire il suo sovrano, perché in fondo tutti avevano voglia di tornare a casa velocemente e farsi una bella doccia.

La scelta di Thutmose III si rivelò la più sicura e veloce, i nemici, infatti, conoscendo bene i generali egiziani, si aspettavano un attacco dalle due strade laterali e pertanto spostarono le loro truppe in quella direzione.

Quando l’esercito si schierò per il combattimento: pur trovandosi di fronte forze immense, gli Egiziani riuscirono a mettere in fuga gli avversari che si rifugiarono nei propri accampamenti all’interno della città.

Anziché cogliere il momento favorevole, le truppe di Thutmose sostarono nel campo dei confederati, rimasto abbandonato, e si diedero a feste e balli.

Ma la battaglia era appena all’inizio; gli egiziani scavarono un fossato intorno alle mura, circondandolo con una palizzata: l’assedio durò tutta l’estate e l’inverno sino a dicembre quando Megiddo si arrese per fame. Furono fatti prigionieri cento principi ed alcune delle loro donne, fatto non da sottovalutare e, come nelle storie più classiche, solo il capo dell’insurrezione riuscì a fuggire.

Il faraone conquistò un ricco bottino ma non infierì contro i nemici catturati e la loro guarnigione, sfoggiando grande magnanimità: semplicemente li ammonì e gli disse: “brutti birbantelli non fatelo più, mi avete scomodato per farmi venir fin qui in mezzo al deserto per sculacciarvi ma adesso giurate di non farlo più” .

Figurarsi se non giurarono!

Allora il faraone ordinò di portare tutti i principi a Tebe, in gita, in modo che potessero trascorrere un lungo periodo di vita “all’egiziana”, in questo modo i suoi ospiti avevano l’opportunità di studiare alla scuola di corte e una volta terminati gli studi, avendo anche acquisito gli usi tebani ed imparato ad apprezzarne i costumi, potevano tornare nelle loro terre di origine.

Inutile dire che il faraone inventò la prima scuola di rieducazione e lavaggio del cervello di massa, molto più simile ai gulag di più recente memoria.

TA-MIU LA GATTA DEL FARAONE

Abbiamo già avuto modo di discernere e anche stupirci sulla importanza degli animali nell’antichità, non per niente i Sumeri li abbiamo scambiati per somari e gli abbiamo visti rincorrere i ca-valli (vi invito ad andare a leggere i nostri articoli sui Sumeri) mentre in Egitto governavano i faraoni come in un pollaio e gli Hittiti ci ricordavano i puzzosi pesci.

Dei gatti ne abbiamo già parlato come protagonisti delle prime città greche come Micene ma niente di tutto ciò è paragonabile a quanto fossero importanti nell’antico Egitto.

I gatti erano i discendenti diretti della Dea felina Bastet e pertanto considerati figli degli Dei da trattare con ossequio e riguardo tanto che venivano accettati senza discutere a tavola come commensale invadente, improvvisato ma assolutamente benvenuto, un trattamento che, come del resto, doveva essere riservato ad un Dio che faceva capolino in casa tua, sia a tavola che nel letto.

Perciò quando i gatti facevano le fusa fra le gambe degli uomini ciò era da considerare un privilegio e un onore, pertanto e in parallelo ogni torto subito dai gatti veniva punito con estrema durezza.

Se malauguratamente un gatto vi attraversava la strada improvvisamente, a parte toccare ferro nel caso di gatto nero, e lo stendavate, rischiavate di essere linciati seduta stante e se portati davanti ad un tribunale ecclesiastico venivate puniti con la morte.

così era la considerazione dei gatti nell’antico Egitto dove, peraltro, venivano trattati anche da morti in eguale misura come gli uomini, infatti vi erano delle tombe dedicate e venivano mummificati al pari degli uomini.

E’ in questa veste, quella della mummia, che è stata ritrovata la gatta del principe Thutmose, evidentemente molto cara al principe tanto da dedicargli una tomba quasi regale con tanto di iscrizione del nome che al momento gli esperti pensavano fosse di un parente uomo del faraone e invece, con grande sorpresa, si trovarono dinnanzi ad una mummia di gatto.

Il suo nome era Ta-Miu ed è da considerare il gatto più famoso dell’antichità.

ARIANNA E TESEO

Avremmo voluto raccontarvi una storia d’amore, un romantico racconto in una cornice leggendaria ma le cose non andarono proprio così.

Pochi anni dopo la costruzione del labirinto, il figlio di Minosse, Androgeo, noto atleta di punta del movimento sportivo Cretese, in occasione di una tournee in Grecia, fu ucciso, guarda un po’ il destino, da un toro.

Minosse, che dopo le precedenti esperienze vedeva streghe dappertutto, andò su tutte le furie e vide nella morte del figlio un subdolo disegno contro di lui da parte degli Achei.

Minosse fece causa agli Ateniesi e la vinse, così che gli ateniesi dovettero pagare un tributo particolare; ogni nove anni Minosse esigeva che mandassero a Creta quattordici sudditi ateniesi, sette fanciulli maschi e sette fanciulle vergini in pubertà, che sparivano nel labirinto sacrificate al Minotauro, perlomeno così si credeva… non si poteva pensare ad altro destino ovvero al sacrificio della vita anche se le caratteristiche dei fanciulli potrebbero far pensare ad altri sacrifici.

A lungo andare questa situazione dava assai fastidio agli ateniesi che si decisero, con Teseo, ad andare a Creta, per eliminare questo affamato Minotauro e chiudere per sempre questa strana e violenta vicenda.

Teseo partì da Atene con una nave dalle vele nere e una vela bianca che doveva issare al suo ritorno se fosse riuscito nell’impresa, era il loro modo di comunicare, assai foriero di imprecisioni, forse se avessero utilizzato un piccione viaggiatore sarebbe stato più sicuro.

Teseo fu accolto da Minosse nel suo palazzo con tutti gli onori, sicuro che anche questo sbruffoncello sarebbe finito nelle fauci del Minotauro.

Durante la preparazione dello scontro, mentre si allenava in palestra, Teseo conobbe Arianna, una dolce fanciulla che si dice fosse la sorella del Minotauro (ci risulta difficile capire come ciò sia accaduto ma in quel tempo a Creta succedeva di tutto).

La fanciulla si innamorò perdutamente di Teseo e tradendo il fratello, l’astuta ragazza, suggerì a Teseo un modo per uscire dal labirinto.

Dobbiamo sottolineare che Arianna non aveva una grande cultura, faceva l’operaia in una tessitura, ma proprio da questa esperienza ella consigliò a Teseo di fissare il capo di un filo all’architrave dell’entrata del labirinto e di tenersi il gomitolo in mano senza perderlo mai, poiché gli sarebbe servito a trovare la via di uscita.

Il Minotauro dormiva nella parte più interna del labirinto. Teseo entrò nel labirinto e dopo una violenta colluttazione ebbe la meglio; dopo averlo ucciso doveva uscire dal labirinto ma durante la colluttazione perse il gomitolo ed essendo egli, per nome e di fatto, un uomo teso andò nel panico.

Questa parte della vicenda non è stata riportata da nessun esperto, per pudore e vergogna, ma noi siamo liberi da questi retaggi della narrazione e perciò ve lo raccontiamo.

Comunque, preso dal panico, Teseo vagò per giorni, disperato, nel labirinto, finchè la dea Atena, amica degli ateniesi, ebbe pietà e chiese a Zeus se poteva fargli ritrovare il gomitolo e siccome Zeus aveva un debole per Atena, acconsentì, perciò Teseo, miracolosamente ritrovò il gomitolo e uscì dal labirinto grazie allo stratagemma pensato da Arianna.

Teseo, però, era ancora fuori di testa e in preda al panico, salì sulla nave con Arianna e durante la notte presero la via del ritorno.

Teseo aveva promesso di sposare Arianna, pertanto la portò con sé sulla nave dove si celebrarono le nozze e Arianna volle, assatanata, consumare subito l’amore.

Teseo, prostrato da tutti questi eventi e preso da mal di mare, volle fermarsi un attimo a respirare, con i piedi sulla terra, presso un isoletta e, lì, si addormentò.

Nel sogno gli comparve Dionisio, un donnaiolo dell’olimpo che era perdutamente innamorato di Arianna e lo minacciò se non gli avesse ceduto Arianna.

Egli, ancora tramortito, si svegliò spaventato salì sulla sua nave e si affrettò a tornare ad Atene, dimenticandosi Arianna sull’isola mentre la poverina dormiva.

Neanche possiamo immaginare quanti improperi abbia pronunciato Arianna al risveglio, sola su quell’isola in compagnia di quel Dionisio che lei aveva continuato a tenere alla larga.

Intanto Teseo, ormai in preda alla confusione mentale più totale, si dimenticò di issare la vela bianca e quando il padre, di nome Egeo, vide da lontano la nave di Teseo che ritornava con le vele nere, pensando che l’impresa fosse fallita, dal dolore si gettò in mare, suicidandosi, da allora quel mare porta il suo nome… EGEO.

Come vedete tutto torna e tutto ha una spiegazione anche se in tutta questa storia la cosa che non brilla è proprio la logica.

DEDALO E IL LABIRINTO

Tutto iniziò quando Poseidone venne a sapere che Minosse aveva fatto il furbo facendosi regalare un magnifico toro bianco per sacrificarlo ma Minosse preferì tenerselo per sè, cose che non si fanno soprattutto verso un Dio dell’Olimpo, così Poseidone che era un po’ depravato, al fine di punire Minosse, fece in modo che Pasifae, moglie di Minosse, s’innamorasse del toro e si unisse a lui.

A parte la depravazione di Poseidone ma anche Pasifae non scherzava e nei panni di Minosse ci sarebbe da fare qualche riflessione.

Ad ogni modo fu da questa unione che nacque il Minotauro, un mostro con il corpo di uomo e la testa di toro e, tutto sommato, visto il caso gli andò ancora bene.

Questa situazione rischiava, se fosse divenuta di pubblico dominio, di minacciare la pace ed il benessere del regno e sarebbe stato uno scandalo irreparabile per la reputazione, di vero macho, del Re di Creta.

Così Minosse, che era anche un tipo un po’ contorto, chiamò un famoso architetto ateniese di nome Dedalo, affinché costruisse un posto dove rinchiudere il segreto di questa bestia.

Questo Dedalo era un architetto che aveva come passione l’enigmistica e le sue innumerevoli diramazioni, pensò di costruire un immenso labirinto, dove la bestia non aveva più possibilità di uscita e, c’è da sospettare, che neppure lui, alla fine della costruzione, sapesse come uscirne.

Più tardi, infatti, Minosse, irritato dal fatto che in quel coso chiamato labirinto non ci capiva nulla, decise di rinchiudere lo stesso Dedalo con il figlio Icaro che gli faceva da assistente nonostante odiasse il lavoro del padre preferendo l’ornitologia.

Dedalo deve al figlio Icaro, ornitologo per passione, la possibilità di fuggire dal labirinto che egli stesso aveva ideato, infatti Icaro costruì delle ali fatte di penne e cera, inventando così l’arte del volo o meglio l’aeronautica.

Racconta la leggenda che Icaro spiccò il volo per andare oltre il labirinto ma, esagerando e pieno di entusiasmo, volò troppo vicino al sole, le ali si sciolsero ed egli cadde in mare, dove annegò perché sapeva volare ma non sapeva nuotare, peraltro dobbiamo dire che a conti fatti era anche scarso in chimica.

Soltanto Dedalo si salvò ma la leggenda non dice esattamente come, però possiamo supporre che lui sapesse nuotare.

IL MITO DI MINOSSE

Tutto iniziò in quel di Tiro, città dedita al tiro a segno, tiro alla fune e al tiro con l’arco,  ma anche a tutti i tipi di tiro, compreso quello di tirare a campare e con abitanti comunque abituati a “tirare”… in senso più ampio, come constateremo dai fatti narrati.

La leggenda narra che in quel tempo era Re Agenor, figlio di Poseidone e della mortale Libia.

Poseidone, ai tempi, si sposò Libia e da questa unione nacque Europa (da qui la nostra innata soggezione verso Gheddafi e quella terra).

Da questa unione nacquero tre figli. Uno di questi era Minosse.

Si racconta che Minosse fu adottato dal Re Asterione e quando costui morì, Minosse cercò di ingraziarsi Poseidone costruendogli un altare in riva al mare, per poter sostenere il suo diritto alla successione al trono.

Minosse pregò Poseidone di inviargli qualcosa, un segno, oppure qualcuno per usarlo come sacrificio e questi gli inviò un toro.

Egli fu alquanto sorpreso, forse perché si aspettava ben altro e più prezioso segno, ma ricevere questo toro dal Proprio Dio era comunque la prova che l’Olimpo approvava il suo regno.

In effetti, Poseidone mandò un toro, un toro di un bianco stupefacente, destinato ad essere sacrificato, ma Minosse affascinato dalla sua bellezza non lo sacrificò; la sua forza era tale che il Re di Creta, pieno di ammirazione, decise di utilizzarlo come toro da monta.

Anche un bimbo sa che non si deve disobbedire o far arrabbiare chi ti ha dato un regalo, usandolo poi per un altro scopo, ma Minosse era peggio che un bambinone.
Quando Poseidone lo venne a sapere, al fine di punire Minosse, fece in modo che Pasifae, moglie di Minosse, s’innamorasse del toro e si unisse a lui.

Avete capito bene, si è unita con un toro! Ve l’avevo detto che a Tiro gli abitanti …tiravano…

Fu da questa unione che nacque il Minotauro, un mostro con il corpo di uomo e la testa di toro e, tutto sommato, visto il caso gli andò ancora bene.

Tornando a Minosse, dobbiamo sottolineare che comunque era un tipo che si dava da fare perché ebbe ben otto figli.

Il regno di Minosse fu caratterizzato dalla rabbia, per le vicissitudini personali, che scaricò sui popoli vicini, assoggettandoli.

Fra le tante battaglie, ricordiamo quella contro Niso, Re di Megera, che secondo la leggenda aveva un capello d’oro a cui era legata la sorte della sua vita e della sua potenza.

Per batterlo Minosse le tentò tutte, finanche di trasformarsi in parrucchiere per poter tagliare questo prezioso talismano, ma senza riuscirci.

Anche in questo caso la mitica aitanza del nostro eroe gli venne incontro perché Scilla, la figlia del Re Niso, si innamorò al primo istante di Minosse e non indugiò ad introdursi, nottetempo, nella camera del padre per tagliargli il capello d’oro.

Andò, in seguito, da Minosse offrendogli le chiavi di Megara e chiedendogli di sposarla.

Minosse, che era un birbante, conquistò Megara ma si rifiutò di portare con sé, a Creta, la parricida che, presa dallo sconforto, si gettò in mare ed annegò.

Secondo molte fonti attendibili, Minosse fu ucciso in una vasca da bagno in Sicilia da dei sicari mafiosi mentre era ospite nella rocca del Re sicano Cocalo, noto capo mafia del tempo.

THUTMOSE III°: PROVE DI IMPERO

royal sculpture, dyn18, Thutmose III, Deir el-Bahari, NK

Nel 1458 a. C. divenne faraone Thutmose III, che fu uno dei sovrani di maggior spicco della storia dell’Egitto; durante il suo lungo regno le tendenze imperialistiche, già presenti sotto i suoi predecessori, ebbero un notevole impulso.

Figlio di Thutmose II e della regina Iside, ebbe un regno di 53 anni ma solamente dopo la morte di Hatshepsut, matrigna reggente e coreggente, che resse il trono per 22 anni, poté effettivamente governare.

Per molti esperti rimane un mistero il fatto che una personalità così forte, come la sua, abbia potuto accettare, per un tempo così lungo, di essere posta in secondo piano da Hatsepshut, ma noi tutti sappiamo quanto questa donna fosse potente, tremenda e pericolosa.

Le campagne militari nell’area Palestinese (quattordici riportate ma in realtà, forse, diciotto) comportarono la conquista di Megiddo, nota e temuta località presente nel libro dell’apocalisse, dove alla fine del Nuovo Testamento si cita l’Armaghedon, cioè il “Monte di Megiddo”, come luogo della battaglia finale tra Cristo e le forze del male, tanto da far diventare l’espressione simbolo della fine del mondo.

Era chiaro che il faraone si stava cercando delle rogne più grosse di lui.

Inoltre distrusse più volte la città di Quaddesh, capitale dei Mitanni che, testardi, mitomani e ottusi non appena l’esercito egiziano si allontanava, dal retro lo spernacchiavano, richiamando l’esercito egiziano, infuriato, che ogni volta distruggeva tutto.

La Battaglia di Kadesh diventa così un tormentone  e come tutti i tormentoni viene tramandata come mitica, anche se le pernacchie di mitico hanno assai poco.

Altre campagne furono dedicate a pacificare la regione ed a combattere i beduini che rendevano poco sicure le piste carovaniere (come non constatare che dopo millenni in quelle zone nulla è cambiato…).

Il faraone, che per primo constatò la difficoltà di regnare in quei luoghi e su quei popoli, decise di non inglobarli direttamente sotto il controllo della corona egizia ma preferì lasciare al governo una massa di piccoli principi locali, tributari dell’Egitto.

Thutmose era anche un pigro ateo del tempo e non voleva partecipare alle cerimonie religiose, a quel tempo assai diffuse, perciò per avere meno possibili scocciature, pagò il clero non solo con denaro ma effettivamente anche con privilegi, fino a donargli tre provincie asiatiche, purchè fosse esentato dalle cerimonie.

Al contrario era amante delle feste regali e sfarzose, tanto da costruire una grande Sala delle Feste a Karnak.