LA PRIMA ANTICA RIVOLUZIONE CINESE

Torniamo volentieri a parlare dell’antica Cina con il consueto grado di fantasia e sorriso per far nascere lo stimolo ad informarsi meglio su questi fatti che per noi occidentali risultano per lo più sconosciuti.

I Cina, a quel tempo, sta andando in scena il primo scossone storico che possiamo ragionevolmente definire come la prima rivoluzione Cinese.

Tutto ciò avviene in condizioni drammatiche, come del resto è prassi per ogni degna rivoluzione, infatti, il Re Di Xin, che inevitabilmente ci ricorda un marchio pubblicitario ben conosciuto tanto da sospettare che egli ne fu l’inventore; parliamo di un detersivo per lavatrici.

Egli fu anche l’ultimo rappresentante della dinastia Shang che morì suicidandosi dopo aver perso la battaglia contro la potente famiglia Zhou, gestori di zoo e manipolatori di animali selvaggi, almeno così ci suggerisce l’istinto.

Si narra che durante la battaglia, il suo esercito, ad un certo punto, si unì ai nemici e il Re rimase solo. La motivazione di questo clamoroso voltafaccia va ricercata nella ossessione del pulito che aveva imposto il Re Di Xin al suo popolo il quale non vedeva l’ora di superare questo flagello e finalmente… sporcarsi.

Nasce così in Cina la dinastia Zhou, Il primo Re di questa dinastia fu Zhou Wuwang, una dinastia fondata da una nobiltà circense e feudale, composto da città stato, chiamate Zoo diffuse e autonome.

Gli ufficiali e i funzionari non venivano pagati ma ricevevano in dono dal Re delle terre e degli animali esotici con i quali potevano creare il loro zoo.

Questo modo di gestire creò molte divisioni e tentativi di fare ognuno quel che gli pareva, così a lungo andare, la dinastia Zhou fu costretta a centralizzare la donazione delle terre ai parenti e fedeli amici ben selezionati.

Nel 1042 a.C. il secondo Re di questa dinastia era già alle prese con la repressione di sommosse, in modo particolare e particolarmente cruenta fu quella organizzata dal fratello Chin.

A questo re va dato il merito di aver introdotto la moneta in rame e pertanto aver inventato per primo i pagamenti in moneta solida, contrariamente a quanto asserito dagli esperti che le monete nacquero in Lidia (asia minore).

Come vedete, con le rivoluzioni, già nell’antichità e nella tradizione cinese in particolare, si cambiava regime ma alla fine non venivano meno ne sommosse e tantomeno le repressioni.

IL GRANDE FURTO DELL’ARCA DELL’ALLEANZA

Nel 1050 a.C. accade un fatto che merita la nostra attenzione, se non altro per avvalorare e aumentare la curiosità verso avventure di recente fama, magari cinematografica.

Come novelli Indiana Jones andiamo alla narrazione del prezioso tesoro, che ancora oggi, suscita interesse e miete schiere di improvvisati archeologi, in giro per il mondo, nella speranza di passare alla storia come novelli Harrison Ford.

Al proposito, sembra che le schiere di ricercatori, dopo il celebre film, siano passati dalla ricerca presso siti archeologici a quella in magazzini di aziende di spedizione.

Infatti, si sospetta che, quando ci arriva un pacco aperto o addirittura quando non si trova più, questo sia opera non di ladri o di errori di spedizione ma di novelli Indiana alle prese con il loro miraggio.

Veniamo, però, alla storia; accadde che il popolo dei Filistei, nella loro infinita contrapposizione con gli Israeliti, attaccarono la città di Silo, nella quale, come vuole il mito, era custodita la famosa ARCA dell’ALLEANZA.

Essi razziarono tutto e si portarono via anche l’Arca, forse persino ignari che quella fosse la famosa Arca dell’Alleanza dove Mosè aveva posto le tavole dei comandamenti scritti direttamente da Dio.

Il furto blasfemo fu al centro del chiacchiericcio e delle più abili fandonie del momento, detective e guardia di finanza coadiuvati da schiere di esperti fecero di tutto per cercare di trovarla e riportarla a casa, ma incredibilmente essa scomparve, neppure i Filistei che l’avevano rubata non sapevano più dove fosse finita.

Da allora l’Arca iniziò ad essere, diciamo, uccel di bosco, fino a far perderne le tracce …. Tanto che ancora oggi la cercano.

Se qualcuno vuole andare all’origine dell’odio fra le genti del medio oriente, ecco che qui troverete una delle cause … chissà, magari ritrovando l’Arca forse si potrebbe ritrovare la pace.

Qualcuno sospetta che l’Arca non sia mai esistita ma su questo sacrosanto principio, noi ci opponiamo fieramente, non sia mai detto che avvalliamo la fine di un mito

DALILA: LA MATA HARI DELL’ANTICHITA’

Nella bibbia vi sono molti racconti che narrano vicende di profeti e di eroi e quella di cui vi parliamo oggi è la speciale storia di Dalida e del grande eroe biblico contrassegnato da una nomea di eccesso di forza bruta che garantiva protezione ma anche incuteva timore… parliamo del mitico Sansone.

Sembra che la forza straordinaria, disumana, oggi diremmo da supereroe della Marvel, fosse entrata nel corpo di Sansone attraverso i capelli, egli era così poco incline ad andare dal parrucchiere e si faceva crescere a dismisura i capelli che poi lui intrecciava per comodità, una capigliatura più simile ad un rasta come Bob Marley che ad un eroe dell’antichità. Il risultato estetico non crediamo fosse granchè ma la sua forza e il suo aspetto ne giovarono.

Come tutti, anche Sansone, aveva dei difetti, il più tramandato è quello della debolezza di fronte alla bellezza femminile per la quale si lasciava soggiogare.

In quel tempo Gli Ebrei erano in guerra con i Filistei, popolazione magrolina, perciò di fronte alla potenza di Sansone erano piuttosto inermi ma d’altro canto molto astuti.

Un giorno, però, mentre Sansone si era invaghito della sua ultima fiamma di nome Dalila, I Filistei contattarono la donna e gli promisero un sacco di soldi se ella avesse scoperto da dove veniva la forza di Sansone assoldandola come spia, una sorta di Mata Hari dell’antichità.

Così in una sera di coccole a cui Sansone non riusciva a sottrarsi, dopo molte insistenze, Dalila si fece dire il segreto della sua forza e dopo averlo fatto addormentare chiamò un parrucchiere e gli fece rasare a zero la testa.

Ripresosi Sansone si ritrovò pelato e privo di forze.

Dalila informò i Filistei che la sua missione aveva avuto successo e consegnò Sansone ai Filistei che lo imprigionarono, lo accecarono e lo misero a far girare una macina come uno schiavo qualsiasi.

Non contenti durante una festa pubblica lo esposero, affinchè tutti potevano vedere quanto era impotente, lo legarono tra due colonne del tempio sicuri di non dover temere più nulla.

I Filistei, oltre a essere magrolini, erano anche abbastanza ingenui e non si accorsero che nel frattempo, come ovvio, i capelli di Sansone stavano ricrescendo e con essi la sua forza.

Sansone, benché accecato, sentì il fastidio dei peli sulla testa e si accorse che era tornato in forze, così, al culmine dei festeggiamenti Sansone fece l’esclamazione che lo fece entrare nella storia dell’umanità, disse “ muoia Sansone con tutti i Filistei” e mentre questi lo guardavano ridendo fece crollare le colonne a cui era legato e con esse il tempio franò su lui e su una quantità esagerata di Filistei.

La cosa più interessante, però, è la conseguenza che questa storia ha portato con sé nei secoli, ovvero la cura dei capelli e la proliferazione di lozioni varie ma poco magiche, benché spacciate per tali, che interessò tutti i popoli a seguire, anche se non ci risulta che nessuna lozione abbia mai trasformato qualcuno in un possente forzuto.

I FENICI ALLA RICERCA DI UN NUOVO PARADISO

Da un po’ di tempo abbiamo trascurato le vicissitudini di alcuni popoli che nel corso degli ultimi secoli narrati sembravano scomparsi ma che in realtà giacevano sotto la cenere come brace.

Questo è il caso dei Fenici, in particolare della famosa città di Tiro, che da secoli erano soggiogati da altri popoli e perciò non erano più riconoscibili per la loro peculiarità di essere “felici” ma anzi sembravano tristi e depressi anche perchè non potevano neppure praticare i loro sport preferiti che, come abbiamo raccontato ormai molto tempo fa, immaginiamo fossero il tiro a segno e alla fune.

Privati delle loro innate tradizioni, nonchè privati anche della possibilità di …. tirare altro, considerato che non riuscivano più a combinare granchè tirando solo le pietre ai loro invasori, decisero di iniziare ad intraprendere un viaggio per mare e loro erano dei grandi navigatori, alfine di trovare una terra per continuare ad essere “felici” , una sorta di terra promessa o paradiso terrestre che per altro era l’ambizione di moda in quel periodo per vari popoli dell’area come gli Ebrei.

Ci si potrebbe domandare perchè non siano andati in Egitto ma, come abbiamo di recente fatto notare, in Egitto non tirava una bella aria, infatti continua la separazione del regno dove ormai il faraone Ramesse XI governa una sola parte mentre nell’altra si instaura una nuova e alternativa dinastia reale.

Inoltre, con la morte di questo faraone finisce una dinastia e sale al trono un certo Smendes che cerca di collaborare con le altre parti dell’Egitto, oramai  spezzato, ma nonostante un clima più disteso, di fatto il potente regno è irrimediabilmente dissolto e non era più considerato un regno alla avanguardia dove poter soggiornare, insomma non era più l’America dell’antichità.

I Fenici intrapresero questo viaggio senza alcuna meta anche perchè, nonostante avessero già navigato in passato per fini puramente commerciali, non volevano darsi un limite.

Navigarono tanto, ma così tanto, perché più lontano andavano e meglio sarebbe stato, che approdarono sulle coste dell’odierna spagna, terra, a dir loro, disabitata, ma sappiamo che ciò non era vero e che tale sensazione venne tramandata per fare invidia a coloro che non vollero partire.

Giunti su queste spiagge incontaminate, fondarono due colonie, le prime di una lunga serie, di nome Gadir e Utica.

Esperti e vagheggiatori sostengono che alcuni di loro andarono ben oltre, uscendo anche dal mediterraneo e circumnavigando l’africa o arrivando sulle coste dell’europa del nord, sull’isola britannica e oltre … come direbbe Buzz Lightyear.

Alcuni sostengono anche che arrivarono in America passando dalla groenlandia e questa tesi potrebbe avere le sue ragioni considerando il carattere felice degli Inuit (eschimesi) che un po’ ricordano gli spensierati Fenici “felici” della prima ora.

LA STRANA PROMESSA DI IEFTE

Nell’1090 a.C. fra gli Israeliti era giudice un certo Iefte, a quel tempo questo popolo era in guerra con gli Ammoniti, un popolo poco corretto e dedito ad azioni considerate fallose e perciò meritevoli di ammonizione da parte di tutti gli altri popoli.

Si narra che Iefte fece una solenne promessa, forse pensando che aveva poche chance di vittoria contro un popolo dal comportamento scorretto, comunque la promessa prevedeva, in caso di vittoria, che al ritorno a casa chiunque per primo gli sarebbe andato incontro lo avrebbe ucciso in sacrificio.

Riteniamo questo genere di promesse arcaiche e violente fuori luogo e assai pericolose, possiamo solo immaginare che quando fece tale promessa egli stava pensando a sua suocera o qualche altro parente indigesto, sta di fatto che una promessa è una promessa.

Per sua immensa sfortuna vinse la guerra e mesto fece ritorno a casa, pregando che per primo gli venisse incontro la suocera, invece gli venne incontro la sua unica figlia che lo accolse persino danzando dalla gioia di rivederlo.

Iefte, invece, preso da immensa disperazione si strappò le vesti e la figlia preoccupata, pensando che la guerra aveva fatto uscire di senno il padre, cercò di consolarlo dicendogli che se non gli piaceva quel vestito potevano comprarne un altro.

Iefte allora spiegò il motivo della sua disperazione e la figlia rimase attonita ma non si scompose, disse che le promesse vanno mantenute, però, chiese di poter fare un’ultima vacanza di due mesi in montagna con le sue amiche per fare una sorta di addio al nubilato essendo ancora lei nubile e vergine.

Intanto crediamo che le amiche in realtà fossero degli amici e che voleva darsi alle pazze gioie prima del suo sacrificio, in ogni caso sembrò una richiesta assai furbetta.

Iefte, pur comprendendo che dietro a tale richiesta si annidava un furbo piano della figlia, gli concesse questo suo ultimo desiderio.

Si narra che alla conclusione di questa vacanza la figlia tornò e Iefte la sacrificò.

Abbiamo seri dubbi che le cose siano andate in questo modo, è più probabile che la figlia non tornò più dalla vacanza e se la diede a pazza gioia con un bell’imbusto del paese in barba alle promesse del padre che ne scontò l’inattendibilità verso gli Dei punendolo per l’eternità.

I PRIMI SEGNALI DELLA CIVILTA’ OCCIDENTALE

A questo punto, siamo intorno al 1100 a.C., la storia inizia a portarci verso il mito greco che a detta di tutti può considerarsi l’inizio della cosiddetta civiltà occidentale.

In questo periodo la civiltà micenea era in decadenza, forse mancavano soldi, peraltro di quelli ne sono sempre mancati. oppure, altre spiegazioni portano a dire che il popolo miceneo fu contagiato da una malattia abbastanza comune come quella della poltronite e non avevano voglia di fare manutenzione dei loro possenti ma fragili palazzi e così a poco a poco i palazzi si sfracellarono e con essi la civiltà micenea, occorre anche dire che era un popolo sfortunato perchè da quelle parti la terra aveva il vizio di tremare spesso e volentieri e in queste condizioni le fragili costruzioni dei Micenei non potevano che arrendersi.

Ha inizio quell’età chiamata medioevo greco dove i Dori imperversavano nel mare egeo e gli abitanti stressati si davano alla pittura della ceramica.

Atene cominciava a prendere il sopravvento culturale perché non avevano buoni rapporti con i micenei e quindi non furono infettati di poltronite, questo permise loro di primeggiare e maturare interessi vari che in seguito daranno frutti ancora oggi ritenuti alla base della nostra civiltà.

Perciò per farla breve, la nostra civiltà nasce dal fatto di aver evitato la poltronite cronica, un bel criterio per chiudere un periodo della storia e iniziarne un altro pieno di affascinanti spunti; corre l’anno 1100 a.C. e il fatidico anno 1000 è ormai all’orizzonte, il mito greco si sta materializzando, anche se ancora privo dello slancio culturale che verrà in seguito e delle grandi pensate che gli antichi Greci chiamarono filosofie.

Del resto non potevano che essere i Greci a forgiare le basi della civiltà occidentale visto che gli altri popoli che si affacciavano nel mediterraneo non erano, in quel momento, degli esempi illuminanti a cui far affidamento.

Infatti l’Egitto versava in una sonnolente e decadente noia e monotonia mentre i vari popoli mediorientali erano piegati su se stessi nell’intento di prevalere l’uno sull’altro e in perenne guerra fratricida, non che questa caratteristica fosse sconosciuta ai popoli dell’antica grecia e neppure alla nascitura cultura occidentale, però non erano in grado di condizionare i modi e i costumi altrui.

Anche il popolo Ebreo che iniziava ad avere presenza ed influenza nella regione, aveva connotati non replicabili, del resto anche loro stessi si reputavano unici e irripetibili, perciò non rimanevano altri che i popoli Greci a rappresentare novità culturali originali ed esportabili con i quali, in seguito poter vivere e forgiare le menti della civiltà occidentale.

Chissà se questo sia stato un bene oppure un limite, ciò potrebbe essere materia di riflessione pensando a come saremmo stati a seguito di contaminazioni della cultura dei faraoni o degli assiri-babilonesi.

CRONACHE DALL’ANTICO EGITTO INTORNO AL 1100 a.C.

Le vicende della storia non sempre hanno un filo conduttore, così può capitare che le cronache del tempo possano sembrare noiose e sommarie.

Con questo spirito ci avviciniamo al 1100 a.C. e in Egitto governa, si fa per dire, Ramesse IX che non fu da meno con i suoi predecessori in quanto ad opacità e in una situazione di continua crisi e precarietà dovette ingaggiare mercenari libici per gestire le rivolte e tali mercenari non erano certamente dei gentleman, del resto gli immigrati libici diventarono molto numerosi e la popolazione autoctona iniziò a reagire in maniera poco tollerante (certe cose non cambiano mai nel tempo).

Inoltre fu un periodo di vera carestia tanto che divennero una moda i furti nelle necropoli reali, una pratica che dura ancora oggi.

Le cronache egiziane, a quel tempo, non avendo grandi spunti dai propri regnanti, raccontano le gesta dei possenti vicini, non senza una punta d’invidia.

Così si narra che nel 1115 a.C. un Birraio di nome Tiglath-Pileser si improvvisò come condottiero e conquistatore, fece in un boccone tutti i popoli della mesopotamia e persino di ciò che rimaneva dei fenici e degli assiri, minacciando persino Babilonia.

Non si sa che fine abbia fatto, ma certamente non deve essere stata una bella fine visto che ad un certo punto su di lui cala l’oblio della Storia.

A conferma che questo periodo fu piuttosto inconsueto, registriamo che in Egitto un gran sacerdote tebano di Amon si fece ritrarre in un rilievo, per noi potrebbe sembrare nulla di eccezionale ma per quel tempo era un grave reato e un grande affronto al faraone, unico possibile modello che poteva essere ritratto o scolpito.

Questo gran sacerdote di nome Amenothep fece una brutta fine ma testimoniò quanto irriverente era il clero verso il faraone che, data la situazione, non era più considerato un “essere superiore”.

In questo contesto regna il faraone Ramesse X. Per riportare l’ordine venne chiesto aiuto al vicerè della Nubia che poi iniziò anche lui a comportarsi in modo autarchico e il faraone Ramesse XI dovette chiedere ad un generale di origine libica e mercenario di porre rimedio e scacciare il vicerè, ma anche lui, finito il lavoro, si comportò allo stesso modo.

Morale della favola, chi fa da sé fa per tre, ma se uno non conta niente, come i faraoni di questo tempo, tanto vale evitare di insistere e così l’Egitto si spezzò in due, una parte governata a fatica dal faraone e l’altra da tanti piccoli dignitari autarchici … pessimo decorso di una triste dinastia!

I MIRACOLI DI GEDEONE

Torniamo nella terra d’Israele dove i 40 anni di pace seguiti dalla vittoria di Debora e Barac avevano dato alla testa al popolo israelita abituandosi a pratiche superflue non più dettate dalla necessità di sopravvivenza e pertanto, in questo contesto sociale, crebbe l’inutilità di rivolgersi in alto per essere protetti e più passava il tempo più, via via, il popolo si allontanava sempre di più dai comandamenti e leggi di Dio date da Mosè.

Questo allontanarsi dalla retta via consigliò ad alcuni popoli vicini, normalmente intimoriti dal possente alleato ma vedendo il popolo israelita indebolito nello spirito, che forse era venuto il momento di attaccarli.

A quel tempo era Giudice un certo Gedeone che era molto scettico sul futuro del suo popolo e non sapeva cosa fare se non invocare un miracolo.

Correva l’anno 1120 a.C. e Gedeone seguendo le direttive impartite dall’alto si fece coraggio e nella notte distrugge l’altare del dio Baal (probabile futuro dio del calcio) costruito in città che in un certo modo aveva soppiantato le antiche radici e le tradizioni tramandate dai padri.

La gente non la prese bene, si sollevò e voleva mettere le mani addosso a Gedeone, ma suo padre affrontò il popolo minaccioso e dissuase la folla semplicemente dicendo che se quello era veramente un Dio si sarebbe difeso da solo, in effetti il ragionamento non faceva una piega e infatti non accadde nulla, perciò ancora adesso si usa dire di non raccontare Baal…

Comunque rimaneva il problema di difendersi dai popoli vicini, divenuti minacciosi e Gedeone radunò varie tribù per contrastarli ma siccome era fondamentalmente un insicuro preferì chiedere anche stavolta un miracolo.

E’ evidente che qualcuno, lassù, aveva una grande pazienza verso quest’uomo, egli infatti chiese di far cadere la rugiada solamente su un vello di lana di pecora e lasciare il terreno attorno asciutto, non si capisce a cosa possa essere servito questo miracolo, ma lassù, pur nella più assoluta perplessità, lo accontentarono.

Nonostante la nostra immensa capacità di raccontare fantastiche storie ci riesce difficile comprendere come tale miracolo abbia concorso alla difesa del popolo israelita che, a quanto pare, resistette agli attacchi dei nemici molto probabilmente per altre cause più terrene.

IL “TANGUN” DELLA ANTICA COREA

Facciamo una pausa nella cavalcata della storia dell’uomo lasciando per un attimo le vicissitudini dei popoli mediterranei e del medioriente per concederci un viaggio sereno e sorridente nelle lontane terre dell’estremo oriente, lo facciamo scherzandoci un po’ sopra.

Chi ci ha seguito nel percorso sa che con i nostri racconti siamo arrivati intorno al 1100 a.C. e in questo periodo, nella lontana Corea, si narra la fine del periodo cosiddetto Tangun, che stando alla traduzione letterale di alcuni nostri dialetti potrebbe essere inteso come il periodo dei “duri di comprendonio”.

In realtà lo immaginiamo come un periodo caratterizzato da una estrema tranquillità, pieno di pace e dedicato alle feste, liberi di crederci e anche di non crederci.

In modo particolare, immaginiamo, venivano inscenati balli molto sensuali detti appunto Tangun, tale tradizione, nei secoli successivi si trasferirà nel continente americano sopravvivendo dalle parti dell’argentina.

Con la fine dei balli, in Corea ha inizio il periodo Kija, che peraltro ha un residuo anche attuale sotto forma di casa automobilistica, comunque con tale nome si ricorda il primo Re di questo periodo che fu un Re importato perché era un principe cinese della dinastia Shang e come tale introdusse usanze e tradizioni cinesi, questo condizionamento ha avuto una notevole conseguenza nei secoli futuri, sia politica che sociale e soprattutto nel nord corea tutto ciò sembra ancora molto attuale.

Il periodo Tangun e il periodo Kija sono realmente esistiti ma non riuscendo a trovare dettagli più succosi e tangibili ci siamo accontentati di viaggiare con la fantasia e il sorriso se non altro per dare testimonianza e ispirare interesse a chi volesse saperne di più.

Del resto non pensiate che la storia si sia divertita solo dalle nostre parti perchè anche nel resto del mondo ne combinavano di tutti i colori… almeno così ci piace pensare!

IL RITORNO DELLA SACRA STATUA DI MARDUK

Mentre nell’Egitto la dinastia dei Ramesse continua a sfornare faraoni la cui utilità ci sfugge e la loro presenza risulta alquanto insulsa facendo del loro passaggio nella storia qualcosa di assolutamente irrilevante, persino per le ironie e i sottintesi del nostro spirito libero.

Nella vicina, si fa per dire, Babilonia sta accadendo l’esatto contrario, una nuova sfornata di Re dal nome complicato permettono di riportare in auge la grande città di Babilonia e con essa il popolo Babilonese.

Infatti a Babilonia regna un certo Nabucondonosor,  il cui nome se preso alla lettera da un surrogato del dialetto napoletano potrebbe tradursi in “Nabu colui che condonò la sorella”.

Questo Re, il primo di una serie fortunata, ma meno pubblicizzato del secondo che grazie alla grancassa della Bibbia diventò famoso ad imperatura memoria nella storia, ma di questo ne parleremo un’altra volta.

Fermandoci al Nabucondonosor I non possiamo che parlare della unica sua impresa che lo porterà ad essere ricordato e amato dal suo popolo.

Diversi anni prima, durante un periodo sfortunato di Babilonia, essa fu razziata e gli fu portato via la sacra statua di Marduk, che ricordiamo era il grande Dio protettore dei Babilonesi e considerato antenato del Dio protettore della comunicazione.

Tale scempio e offesa era stata perpetrata dal popolo Elamita che se la era portata nella propria capitale, a Susa, mettendola in bellavista come grande trofeo di guerra.

Senza questa statua i Babilonesi si sentivano persi e scarsamente protetti dal loro Dio che era lontano e magari preferiva proteggere quel popolo che lo ammirava.

Era pertanto una faccenda assai seria quella della sacra statua di Marduk che mancava sul piedistallo posto al centro della città, come ad incarnare un vuoto di stima del popolo stesso e il livello di comunicazioni all’interno della città era sotto il livello minimo accettabile senza l’ispirazione del suo Dio di riferimento.

A parte tutto ciò che può sembrare uno scherzo (ma chissà, forse non lo è …) si era posta anche e soprattutto una questione di onore e di dignità del popolo Babilonese che da parecchio tempo, al grido ” a ridateci la statua” spingeva chi di dovere ad intervenire per sanare questa questione nazionale.

Così Nabucondonosor I si dedicò al raggiungimento dell’obbiettivo di riportare a casa la sacra statua di Marduk, sorretto e incitato dal suo popolo partì verso la capitale degli odiatissimi Elamiti, considerati dei ladri, per riportare alla città di Babilonia la sua amata statua.

Le guerre, a volte, nascono sotto delle intenzioni bizzarre, anche se questa intenzione non è così diversa da quella che mosse gli Achei contro Troia … ad ogni buon conto, dopo ben due attacchi poderosi il nostro Nabu distrusse gli Elamini, entrò nella città di Susa e si riprese la agoniata statua, portandola in bella vista a Babilonia fra ali di folla in festa.