I PRIMI SEGNALI DELLA CIVILTA’ OCCIDENTALE

A questo punto, siamo intorno al 1100 a.C., la storia inizia a portarci verso il mito greco che a detta di tutti può considerarsi l’inizio della cosiddetta civiltà occidentale.

In questo periodo la civiltà micenea era in decadenza, forse mancavano soldi, peraltro di quelli ne sono sempre mancati. oppure, altre spiegazioni portano a dire che il popolo miceneo fu contagiato da una malattia abbastanza comune come quella della poltronite e non avevano voglia di fare manutenzione dei loro possenti ma fragili palazzi e così a poco a poco i palazzi si sfracellarono e con essi la civiltà micenea, occorre anche dire che era un popolo sfortunato perchè da quelle parti la terra aveva il vizio di tremare spesso e volentieri e in queste condizioni le fragili costruzioni dei Micenei non potevano che arrendersi.

Ha inizio quell’età chiamata medioevo greco dove i Dori imperversavano nel mare egeo e gli abitanti stressati si davano alla pittura della ceramica.

Atene cominciava a prendere il sopravvento culturale perché non avevano buoni rapporti con i micenei e quindi non furono infettati di poltronite, questo permise loro di primeggiare e maturare interessi vari che in seguito daranno frutti ancora oggi ritenuti alla base della nostra civiltà.

Perciò per farla breve, la nostra civiltà nasce dal fatto di aver evitato la poltronite cronica, un bel criterio per chiudere un periodo della storia e iniziarne un altro pieno di affascinanti spunti; corre l’anno 1100 a.C. e il fatidico anno 1000 è ormai all’orizzonte, il mito greco si sta materializzando, anche se ancora privo dello slancio culturale che verrà in seguito e delle grandi pensate che gli antichi Greci chiamarono filosofie.

Del resto non potevano che essere i Greci a forgiare le basi della civiltà occidentale visto che gli altri popoli che si affacciavano nel mediterraneo non erano, in quel momento, degli esempi illuminanti a cui far affidamento.

Infatti l’Egitto versava in una sonnolente e decadente noia e monotonia mentre i vari popoli mediorientali erano piegati su se stessi nell’intento di prevalere l’uno sull’altro e in perenne guerra fratricida, non che questa caratteristica fosse sconosciuta ai popoli dell’antica grecia e neppure alla nascitura cultura occidentale, però non erano in grado di condizionare i modi e i costumi altrui.

Anche il popolo Ebreo che iniziava ad avere presenza ed influenza nella regione, aveva connotati non replicabili, del resto anche loro stessi si reputavano unici e irripetibili, perciò non rimanevano altri che i popoli Greci a rappresentare novità culturali originali ed esportabili con i quali, in seguito poter vivere e forgiare le menti della civiltà occidentale.

Chissà se questo sia stato un bene oppure un limite, ciò potrebbe essere materia di riflessione pensando a come saremmo stati a seguito di contaminazioni della cultura dei faraoni o degli assiri-babilonesi.

CRONACHE DALL’ANTICO EGITTO INTORNO AL 1100 a.C.

Le vicende della storia non sempre hanno un filo conduttore, così può capitare che le cronache del tempo possano sembrare noiose e sommarie.

Con questo spirito ci avviciniamo al 1100 a.C. e in Egitto governa, si fa per dire, Ramesse IX che non fu da meno con i suoi predecessori in quanto ad opacità e in una situazione di continua crisi e precarietà dovette ingaggiare mercenari libici per gestire le rivolte e tali mercenari non erano certamente dei gentleman, del resto gli immigrati libici diventarono molto numerosi e la popolazione autoctona iniziò a reagire in maniera poco tollerante (certe cose non cambiano mai nel tempo).

Inoltre fu un periodo di vera carestia tanto che divennero una moda i furti nelle necropoli reali, una pratica che dura ancora oggi.

Le cronache egiziane, a quel tempo, non avendo grandi spunti dai propri regnanti, raccontano le gesta dei possenti vicini, non senza una punta d’invidia.

Così si narra che nel 1115 a.C. un Birraio di nome Tiglath-Pileser si improvvisò come condottiero e conquistatore, fece in un boccone tutti i popoli della mesopotamia e persino di ciò che rimaneva dei fenici e degli assiri, minacciando persino Babilonia.

Non si sa che fine abbia fatto, ma certamente non deve essere stata una bella fine visto che ad un certo punto su di lui cala l’oblio della Storia.

A conferma che questo periodo fu piuttosto inconsueto, registriamo che in Egitto un gran sacerdote tebano di Amon si fece ritrarre in un rilievo, per noi potrebbe sembrare nulla di eccezionale ma per quel tempo era un grave reato e un grande affronto al faraone, unico possibile modello che poteva essere ritratto o scolpito.

Questo gran sacerdote di nome Amenothep fece una brutta fine ma testimoniò quanto irriverente era il clero verso il faraone che, data la situazione, non era più considerato un “essere superiore”.

In questo contesto regna il faraone Ramesse X. Per riportare l’ordine venne chiesto aiuto al vicerè della Nubia che poi iniziò anche lui a comportarsi in modo autarchico e il faraone Ramesse XI dovette chiedere ad un generale di origine libica e mercenario di porre rimedio e scacciare il vicerè, ma anche lui, finito il lavoro, si comportò allo stesso modo.

Morale della favola, chi fa da sé fa per tre, ma se uno non conta niente, come i faraoni di questo tempo, tanto vale evitare di insistere e così l’Egitto si spezzò in due, una parte governata a fatica dal faraone e l’altra da tanti piccoli dignitari autarchici … pessimo decorso di una triste dinastia!

I MIRACOLI DI GEDEONE

Torniamo nella terra d’Israele dove i 40 anni di pace seguiti dalla vittoria di Debora e Barac avevano dato alla testa al popolo israelita abituandosi a pratiche superflue non più dettate dalla necessità di sopravvivenza e pertanto, in questo contesto sociale, crebbe l’inutilità di rivolgersi in alto per essere protetti e più passava il tempo più, via via, il popolo si allontanava sempre di più dai comandamenti e leggi di Dio date da Mosè.

Questo allontanarsi dalla retta via consigliò ad alcuni popoli vicini, normalmente intimoriti dal possente alleato ma vedendo il popolo israelita indebolito nello spirito, che forse era venuto il momento di attaccarli.

A quel tempo era Giudice un certo Gedeone che era molto scettico sul futuro del suo popolo e non sapeva cosa fare se non invocare un miracolo.

Correva l’anno 1120 a.C. e Gedeone seguendo le direttive impartite dall’alto si fece coraggio e nella notte distrugge l’altare del dio Baal (probabile futuro dio del calcio) costruito in città che in un certo modo aveva soppiantato le antiche radici e le tradizioni tramandate dai padri.

La gente non la prese bene, si sollevò e voleva mettere le mani addosso a Gedeone, ma suo padre affrontò il popolo minaccioso e dissuase la folla semplicemente dicendo che se quello era veramente un Dio si sarebbe difeso da solo, in effetti il ragionamento non faceva una piega e infatti non accadde nulla, perciò ancora adesso si usa dire di non raccontare Baal…

Comunque rimaneva il problema di difendersi dai popoli vicini, divenuti minacciosi e Gedeone radunò varie tribù per contrastarli ma siccome era fondamentalmente un insicuro preferì chiedere anche stavolta un miracolo.

E’ evidente che qualcuno, lassù, aveva una grande pazienza verso quest’uomo, egli infatti chiese di far cadere la rugiada solamente su un vello di lana di pecora e lasciare il terreno attorno asciutto, non si capisce a cosa possa essere servito questo miracolo, ma lassù, pur nella più assoluta perplessità, lo accontentarono.

Nonostante la nostra immensa capacità di raccontare fantastiche storie ci riesce difficile comprendere come tale miracolo abbia concorso alla difesa del popolo israelita che, a quanto pare, resistette agli attacchi dei nemici molto probabilmente per altre cause più terrene.

IL “TANGUN” DELLA ANTICA COREA

Facciamo una pausa nella cavalcata della storia dell’uomo lasciando per un attimo le vicissitudini dei popoli mediterranei e del medioriente per concederci un viaggio sereno e sorridente nelle lontane terre dell’estremo oriente, lo facciamo scherzandoci un po’ sopra.

Chi ci ha seguito nel percorso sa che con i nostri racconti siamo arrivati intorno al 1100 a.C. e in questo periodo, nella lontana Corea, si narra la fine del periodo cosiddetto Tangun, che stando alla traduzione letterale di alcuni nostri dialetti potrebbe essere inteso come il periodo dei “duri di comprendonio”.

In realtà lo immaginiamo come un periodo caratterizzato da una estrema tranquillità, pieno di pace e dedicato alle feste, liberi di crederci e anche di non crederci.

In modo particolare, immaginiamo, venivano inscenati balli molto sensuali detti appunto Tangun, tale tradizione, nei secoli successivi si trasferirà nel continente americano sopravvivendo dalle parti dell’argentina.

Con la fine dei balli, in Corea ha inizio il periodo Kija, che peraltro ha un residuo anche attuale sotto forma di casa automobilistica, comunque con tale nome si ricorda il primo Re di questo periodo che fu un Re importato perché era un principe cinese della dinastia Shang e come tale introdusse usanze e tradizioni cinesi, questo condizionamento ha avuto una notevole conseguenza nei secoli futuri, sia politica che sociale e soprattutto nel nord corea tutto ciò sembra ancora molto attuale.

Il periodo Tangun e il periodo Kija sono realmente esistiti ma non riuscendo a trovare dettagli più succosi e tangibili ci siamo accontentati di viaggiare con la fantasia e il sorriso se non altro per dare testimonianza e ispirare interesse a chi volesse saperne di più.

Del resto non pensiate che la storia si sia divertita solo dalle nostre parti perchè anche nel resto del mondo ne combinavano di tutti i colori… almeno così ci piace pensare!

IL RITORNO DELLA SACRA STATUA DI MARDUK

Mentre nell’Egitto la dinastia dei Ramesse continua a sfornare faraoni la cui utilità ci sfugge e la loro presenza risulta alquanto insulsa facendo del loro passaggio nella storia qualcosa di assolutamente irrilevante, persino per le ironie e i sottintesi del nostro spirito libero.

Nella vicina, si fa per dire, Babilonia sta accadendo l’esatto contrario, una nuova sfornata di Re dal nome complicato permettono di riportare in auge la grande città di Babilonia e con essa il popolo Babilonese.

Infatti a Babilonia regna un certo Nabucondonosor,  il cui nome se preso alla lettera da un surrogato del dialetto napoletano potrebbe tradursi in “Nabu colui che condonò la sorella”.

Questo Re, il primo di una serie fortunata, ma meno pubblicizzato del secondo che grazie alla grancassa della Bibbia diventò famoso ad imperatura memoria nella storia, ma di questo ne parleremo un’altra volta.

Fermandoci al Nabucondonosor I non possiamo che parlare della unica sua impresa che lo porterà ad essere ricordato e amato dal suo popolo.

Diversi anni prima, durante un periodo sfortunato di Babilonia, essa fu razziata e gli fu portato via la sacra statua di Marduk, che ricordiamo era il grande Dio protettore dei Babilonesi e considerato antenato del Dio protettore della comunicazione.

Tale scempio e offesa era stata perpetrata dal popolo Elamita che se la era portata nella propria capitale, a Susa, mettendola in bellavista come grande trofeo di guerra.

Senza questa statua i Babilonesi si sentivano persi e scarsamente protetti dal loro Dio che era lontano e magari preferiva proteggere quel popolo che lo ammirava.

Era pertanto una faccenda assai seria quella della sacra statua di Marduk che mancava sul piedistallo posto al centro della città, come ad incarnare un vuoto di stima del popolo stesso e il livello di comunicazioni all’interno della città era sotto il livello minimo accettabile senza l’ispirazione del suo Dio di riferimento.

A parte tutto ciò che può sembrare uno scherzo (ma chissà, forse non lo è …) si era posta anche e soprattutto una questione di onore e di dignità del popolo Babilonese che da parecchio tempo, al grido ” a ridateci la statua” spingeva chi di dovere ad intervenire per sanare questa questione nazionale.

Così Nabucondonosor I si dedicò al raggiungimento dell’obbiettivo di riportare a casa la sacra statua di Marduk, sorretto e incitato dal suo popolo partì verso la capitale degli odiatissimi Elamiti, considerati dei ladri, per riportare alla città di Babilonia la sua amata statua.

Le guerre, a volte, nascono sotto delle intenzioni bizzarre, anche se questa intenzione non è così diversa da quella che mosse gli Achei contro Troia … ad ogni buon conto, dopo ben due attacchi poderosi il nostro Nabu distrusse gli Elamini, entrò nella città di Susa e si riprese la agoniata statua, portandola in bella vista a Babilonia fra ali di folla in festa.

QUANDO CHIAMARSI RAMESSE NON ERA UNA GARANZIA

Nel 1151 a. C. sale al trono d’Egitto, Ramesse IV. Le circostanze che precedettero la sua ascesa furono, da un certo punto di vista, drammatiche ed è per questo motivo che la sua ascesa fu benedetta e glorificata oltre misura, perchè almeno si sperava fosse finito il caos.

In realtà fu un faraone che non combinò nulla di particolare e non riuscì neppure ad essere sepolto nella tomba che aveva progettato e che avrebbe dovuto essere più grande di quella di suo padre.

Per pura cronaca mondana citiamo solo il particolare riguardante la sua sposa reale, di aspetto prosperoso e ammaliante, forse per tali qualità era conosciuta con il nome di Tentipet.

Comunque, visto la scarsità di notizie e di fatti relativi a questo faraone, vogliamo riportare un inno scritto in occasione dell’insediamento del faraone, lo riportiamo tal quale e non perché è in linea con la nostra originale narrazione, ma perché ci sembra un bel contributo culturale, che a volte non guasta.

Premesso che certi inni avevano qualcosa di meschino e falso, forse doveroso per alimentare il fascino del faraone visto che questi ne era del tutto sprovvisto oppure per eccesso di ruffianaggine, che allo stato era sempre ben visto.

Sta di fatto che certi sperticati complimenti risultavano quantomeno stonati e fuori luogo … ma piacevano un sacco ai narcisisti del tempo.

« O giorno di felicità!
Cielo e terra sono in giubilo, perché Tu sei il grande Signore d’Egitto (non credo che al resto del mondo importasse un granchè)
Coloro che erano fuggiti, tornano alle loro città. Coloro che si erano nascosti riappaiono.(anche perchè con l’occasione mangiavano e bevevano gratis)
Coloro che erano affamati sono fatti sazi e felici.
Coloro che erano assetati hanno bevuto.
Coloro che erano nudi sono vestiti di fine lino (un po’ di decenza non guasta mai)
Coloro che erano sudici sono coperti di bianco (magari se gli davano anche una lavatina … )
Coloro che erano in prigione sono fatti liberi.
Coloro che erano in catene gioiscono ( … ne dubito molto)
Coloro che seminavano discordie nel loro paese sono diventati pacifici.
Gli alti Nili sono emersi dalle loro caverne per portare frescura al cuore degli uomini.
Le dimore delle vedove sono riaperte affinché i peregrini possano entrarvi (immagine foriera di strane abitudini e poco edificante)
Le donne del popolo giubilano e ripetono i loro canti di gioia.
Esse dicono:
Maschi di nuovo sono nati per tempi felici,
poiché Egli porta ad essere generazione dietro generazione.
Tu sei la guida – vita, prosperità, salute!
tu sei per l’eternità!

Le barche esultano sullo specchio delle acque profonde.
Non occorre più tirarle con corde,
approdano con vento e con remi »

… ancora un po’ e anche gli elefanti volavano!

Con la dipartita di questo faraone, mentre la città di Troia veniva ricostruita un’altra volta da popolazioni balcaniche, in Egitto regna Ramesse V , un regno breve di soli quattro anni e un curriculum insignificante sullo stile e in continuità con il suo predecessore.

Intanto il regno entra in una crisi economica determinata dagli eccessi di sgravi fiscali elargiti al clero Tebano di Amon che se la spassava come non mai, visto che il faraone era totalmente ininfluente.

Il faraone, nonostante dotato di due spose reali, non ebbe eredi e anche in questo dobbiamo confermare l’assoluta incapacità del regnante, perciò alla sua morte, precoce, salì al trono suo zio, uno dei figli di Ramesse III con il nome di Ramesse VI.

Pertanto possiamo tranquillamente affermare che non basta chiamarsi Ramesse per risultare un grande faraone e questa dinastia lo dimostra non smentendosi anche per i faraoni che verranno di cui parleremo più avanti.

ALLA CORTE DELLA PROFETESSA DEBORA

Mentre l’Egitto rinasce e il mondo Greco scatena una mitica guerra con Troia per colpa di una donna scappata di casa, in Israele una profetessa di nome Debora riesce a convincere Barac, forse un lontano avo di Obama, a radunare un’armata per combattere i Cananei che opprimevano gli israeliti ed erano considerati dagli stessi dei drogati, ovvero gente che si faceva le canne.

Per battere l’esercito Cananeo, guidato da Sisara, generale che serviva il Re Iabin, occorreva radunare molte forze fresche e sveglie, visto che i Cananei risultavano parecchio “eccitati”.

Una impresa non facile perchè anche da quelle parti i vizi non mancavano, perciò Barac dovette girare per le tribù israelite per trovare sufficienti mezzi e risorse da contrapporre agli eccitati avversari.

Trovò quello che cercava presso le tribù di Neftali e Zabulon e li convinse ad aiutarlo; Con loro riescono a vincere, portando la pace per ben 40 anni nel regno d’Israele.

Benchè la forza persuasiva della profetessa Debora fu determinante per questo esito del confronto, ella, in verità deve la sua fama ad un’altra profezia; Ella disse che il perfido Re Iabin, quello dei Cananei, doveva essere ucciso da una donna e tutti pensavano che dovesse essere la moglie o una delle sue amanti oppure lei, la profetessa in persona con un gesto eclatante per suggellare la vittoria, ma invece le cose andarono diversamente perché il Re Iabin, sconfitto, si rifugia nella casa di una sua “amica” di nome Giaele la quale, prima lo accoglie e poi,  nel sonno lo uccide con un picchetto.

Forse da questo fatto nasce la storica diffidenza verso certi cosiddetti amici … vatti a fidare … chissà cosa mai gli venne in testa o in tasca a Giaele per comportarsi in tale modo, oppure c’è da chiedersi cosa cavolo avrà mai combinato il Re Iabin per scatenare una tale reazione.

Sarà stata anche la casualità ma la profezia si è avverata e tutti ebbero timore delle parole che la profetessa potesse dire, tanto che preferirono imbavagliarla e costringerla a parlare solo in certe occasioni.

IL FARAONE CHE SOPRAVVISSE AL GRANDE COMPLOTTO

Parliamo di Ramesse III, Figlio del fondatore della XX Dinastia a cui gli viene attribuita una profonda riforma nella struttura dell’esercito che viene riorganizzato su corpi separati:

fanteria, carri da guerra, mercenari, ausiliari, reparti di sussistenza.

A questa riforma, e soprattutto all’uso di mercenari, si deve il merito di aver ridato credibilità militare all’Egitto e riportato vittorie contro diverse invasioni provenienti dai popoli del mare ma anche dai nomadi del deserto libici.

A questo proposito giova ricordare che i popoli del mare, composti da variegati popoli che imperversavano nel medio oriente e nel mediterraneo orientale, furono letteralmente annientati, tranne un popolo, che colpì il faraone indulgendolo a pietà, questo popolo erano i Filistei, che noi immaginiamo come gente magra, ma tanto magra, oggi diremmo anoressica che in battaglia venivano cacciati semplicemente soffiandogli addosso.

Il faraone si impietosì di questo popolo, noi pensiamo che fosse stato colpito dalla loro fragilità, tanto che gli concesse di restare presso quella che oggi chiamiamo Palestina.

Con il senno del poi, visto ciò che ha comportato la presenza di questo popolo nella zona, chissà se avrebbe fatto la stessa cosa… comunque dovete sapere che il nome di quella terra deriva da loro, infatti Philistin=Palestina.

Questo faraone dovette subire anche il primo sciopero documentato dalla storia, e non è uno scherzo! Incrociarono le braccia i lavoratori del villaggio di Deir el-Medina preposti allo scavo ed alla decorazione delle tombe reali della Valle dei Re.

Quali fossero le richieste di questi lavoratori è facile da immaginare visto che era prassi consolidata di seppellire nella tomba del faraone anche i propri operai per aiutarlo nell’aldilà.

Il fatto che non se ne seppe più nulla di questa iniziativa lascia pensare ad un triste epilogo.

Forse a seguito di tutte queste situazioni poco tradizionali e controverse egli subì un tentativo di golpe non andato a buon fine, almeno così riferiscono le malelingue di corte tramandate fino a noi.

Ovvero vi fu un complotto organizzato da una sua amante facente parte dell’harem reale che contrariamente a quello che si pensa era un posto assai pieno di gelosie; L’amante in questione si chiamava Tij e il suo scopo era di porre sul trono suo figlio Pentaur avuto, a suo dire, dal rapporto con il faraone.

Nell’intrigo vennero coinvolte ben sei concubine reali, sei ispettori e le loro mogli, due scribi della cancelleria ed il comandante dell’esercito in Nubia, insomma una bella fetta del palazzo.

Possiamo dire che viveva in mezzo ad un nido di vipere?

Ciò nonostante egli se la cavò e la conseguente epurazione del fallito golpe deve aver creato notevoli spazi a palazzo che portarono in un primo tempo ad un abbassamento dei servizi e dello sfarzo ma in seguito a nuove e più giovani assunzioni ciò determinò una nuova ventata, una linfa moderna alla tradizionale noia del palazzo reale.

LO STRANO INIZIO DELLA XX DINASTIA D’EGITTO

E’ noto che quando avvengono le successioni reali non sempre le cose vanno nel modo più liscio, figuriamoci quando si somma una successione con la fine e l’inizio di una nuova dinastia.

Nell’antico Egitto tale situazione non è assolutamente nuova ma quello che è accaduto per l’inizio della XX dinastia è alquanto strano.

Alla morte di Seti II, la sua sposa reale Tausert ne prende il potere e per un po’ ne diventa essa stessa faraone ma dura poco, perché viene assassinata e a quel punto, decaduta la dinastia, nessuno riesce a sostituire il faraone, pertanto fra faide interne al pollaio per ben sette anni, fino al 1185 a.C., in Egitto non ci furono più faraoni… (e io direi) solo galline.

Tale condizione con una durata così lunga è una particolarità nuova per la tradizione Egizia e possiamo solo immaginare il caos generato dalla mancanza di un capo che era anche Dio e quindi una anarchia atea e istituzionale nello stesso tempo.

Chiunque decidesse qualcosa non era credibile ed era contestabile.

Del resto tanto fu amata questa ultima sposa reale, che quando nel 1185 a. C. ai limiti del caos totale si insediò, non si sa come, il nuovo faraone Sethnakht, dal nome assolutamente impronunciabile, egli pensò bene di passare il suo tempo, con lo scalpello, a far scomparire dai muri d’Egitto il suo nome e non contento, la sfrattò anche dalla sua tomba, occupandola, alla sua morte, di persona.

A parte questa poco esaltante pagina di storia, questo faraone, che per semplicità veniva chiamato solo “il faraone- quello nuovo”, perché quel nome era peggio dei geroglifici, fu il fondatore della XX Dinastia dei faraoni.

Infatti egli sposò una certa Tiyi-mereneset che diede alla luce un figlio.

Tale figliolo ed erede al trono fu, fortunatamente chiamato con un nome riconosciuto e riconoscibile in tutto l’Egitto, anche se fortemente abusato, ovvero Ramesse (che fantasia!!!) a cui verrà dato il nome di Ramesse III.

L’ILIADE SECONDO NOI

La guerra di Troya era iniziata sotto l’auspicio degli Achei convinti che fosse una questione semplice e veloce, la cosa non andò come previsto e dopo nove anni erano ancora lì …. dicasi nove anni… un tempo incredibilmente lungo.

E’ a questo punto che Omero fa iniziare la sua storia… ovvero l’Iliade… così impropriamente da noi raccontata.

Verso la fine del nono anno i soldati greci, stanchi di combattere inutilmente e ormai quasi privi di approvvigionamenti si erano alquanto scocciati dei propri comandanti, incapaci di far finire la guerra ma soprattutto stanchi di combattere per i capricci di gelosia di un loro Re ed in fondo comprendevano perchè Elena se ne era andata.

Insomma volevano tornare a casa e decidono di ribellarsi ai propri comandanti e soltanto l’intervento di Achille, pare in modo piuttosto poco amichevole, riesce a placarli.

Ma Achille, per i suoi eccessi, viene contestato da alcuni comandanti, perciò dopo una delle sue sceneggiate decise di lasciare il campo di battaglia.

Nel frattempo, visto il malumore serpeggiante e lo stallo pluriennale, viene stabilito di sospendere le ostilità e di lasciare che le sorti della guerra vengano decise con la monetina, testa o croce, ma gli Dei s’infuriarono per questa modalità poco eroica e imposero un più onorevole duello fra Paride (troiano) e Menelao (greco), ovvero i due contendenti di Elena.

Nello scontro è Menelao ad avere la meglio e i Greci vorrebbero che fosse proclamato vincitore, ma un Troiano (vero figlio della patria) gli scaglia contro una freccia, interrompendo di fatto la tregua e riaccendendo la battaglia fra i due schieramenti.

Senza Achille i Greci prendono un sacco di legnate e convincono un certo Patroclo, amico amatissimo di  Achille, di indossare i vestiti di Achille, fingendosi il mitico eroe e cercando in quel modo di far paura ai troiani.

Alla vista di Achille, un certo troiano di nome Ettore, figlio del Re Priamo, che voleva fare l’eroe ma era un noto autolesionista, si scontrò contro il finto Achille, massacrandolo.

Quando Achille lo venne a sapere, s’infuriò contro i falsificatori del suo buon nome e tornò in battaglia. Così avvenne che la proverbiale “ira di Achille” si abbattè sul campo troiano facendo strage di nemici.

A quel punto i troiani invitarono Ettore a scendere e battersi con il vero Achille, ma egli stava festeggiando da eroe e a quel punto cercò di nascondersi perchè sfidare ancora la sorte sarebbe stato un grande azzardo, ciò nonostante lo trovarono e lo costrinsero a battersi ancora.

Incontro impari!  Achille lo uccise trascinando il suo corpo sotto le mura della città fra un silenzio da brividi.

Il Re Priamo vide il corpo del suo figliolo straziato e chiese ad Achille di lasciarglielo e di fare una tregua per il suo funerale.

Qui sembra finire l’Iliade… e uno pensa: anche la guerra! invece no! finito il funerale le ostilità ripresero.

Alcuni Re locali alleati dei troiani accorsero in loro aiuto ma Achille li battè tutti e pertanto Paride, origine di tutte le ostilità dovette intervenire in prima persona.

Nel duello con Achille, quest’ultimo annebbiato dall’ira, continuava a sbeffeggiare Paride indicandogli improvvidamente il solo punto debole che aveva, ovvero il tallone; Paride che non era certo un soldato al pari di Achille non gli parve vero di aver ricevuto siffatta importante informazione e concentratosi centrò proprio il suo tallone, uccidendo l’indiavolato Acheo.

Insomma questa storia non sembrava avere fine…

Intanto nel campo acheo, dominato dalla tristezza, Ulisse, Re di Itaca riceve una lettera dalla moglie Penelope, che in modo criptico gli disse che aveva quasi finito il filo per fare il tappeto (si sa che le priorità cambiano a secondo dei punti di vista) e che doveva affrettarsi a comperarlo prima di fare ritorno.

Ulisse che di fantasia ne aveva tanta, dapprima pensò che forse si stava meglio in guerra che tornare da Penelope, ma poi, illuminato, temette che tale richiamo fosse un segno e che perciò doveva sbrigarsi a rientrare a casa, ovviamente non prima di aver comprato un sacco di gomitoli di filo per Penelope.

Visto che il resto degli achei era sotto choc, si decise di prendere in mano lui la situazione.

Fra lo stupore e l’ironia degli achei, con un manipolo dei suoi fidi si mise a costruire un grande cavallo di legno.

Molti pensarono che anche il grande Ulisse era uscito di senno ma poi, finita la costruzione, Ulisse svelò il suo piano.

Alcuni di loro entrarono e si nascosero nel cavallo mentre gli altri finsero di ritornare in grecia.

I troiani, videro andar via i greci in fretta e furia lasciando questo enorme cavallo di legno che, a questo punto, decisero che era un trofeo di guerra e lo portarono in centro città dove fecero una gran festa.

La notte, dalla pancia del cavallo uscirono i greci e aprirono le porte della città al loro esercito che, finalmente, riuscì a penetrare in città e a conquistarla.

Non trovando Elena si arrabbiarono e incendiarono tutto.

Così finì la guerra di Troia.

Ma tutti si domanderanno che fine ha fatto Elena, e questo è quello che si domandarono anche i Greci e i loro discendenti che si rivolsero ad Omero chiedendo spiegazioni.

Omero che era ( … e qui ci sta) un osso duro e soprattutto antipatico rispose seccamente che per saperlo dovevano aspettare l’uscita del suo prossimo libro ma che per ora era intento a scrivere le gesta di Ulisse e non voleva essere distratto.

Pertanto, per ora, anche noi tralasciamo questa importante questione, per riprenderla a tempo debito, e constatiamo che finalmente Troia non c’è più… ma i suoi discendenti ci sono ancora … eccome!!!