QUANDO CHIAMARSI RAMESSE NON ERA UNA GARANZIA

Nel 1151 a. C. sale al trono d’Egitto, Ramesse IV. Le circostanze che precedettero la sua ascesa furono, da un certo punto di vista, drammatiche ed è per questo motivo che la sua ascesa fu benedetta e glorificata oltre misura, perchè almeno si sperava fosse finito il caos.

In realtà fu un faraone che non combinò nulla di particolare e non riuscì neppure ad essere sepolto nella tomba che aveva progettato e che avrebbe dovuto essere più grande di quella di suo padre.

Per pura cronaca mondana citiamo solo il particolare riguardante la sua sposa reale, di aspetto prosperoso e ammaliante, forse per tali qualità era conosciuta con il nome di Tentipet.

Comunque, visto la scarsità di notizie e di fatti relativi a questo faraone, vogliamo riportare un inno scritto in occasione dell’insediamento del faraone, lo riportiamo tal quale e non perché è in linea con la nostra originale narrazione, ma perché ci sembra un bel contributo culturale, che a volte non guasta.

Premesso che certi inni avevano qualcosa di meschino e falso, forse doveroso per alimentare il fascino del faraone visto che questi ne era del tutto sprovvisto oppure per eccesso di ruffianaggine, che allo stato era sempre ben visto.

Sta di fatto che certi sperticati complimenti risultavano quantomeno stonati e fuori luogo … ma piacevano un sacco ai narcisisti del tempo.

« O giorno di felicità!
Cielo e terra sono in giubilo, perché Tu sei il grande Signore d’Egitto (non credo che al resto del mondo importasse un granchè)
Coloro che erano fuggiti, tornano alle loro città. Coloro che si erano nascosti riappaiono.(anche perchè con l’occasione mangiavano e bevevano gratis)
Coloro che erano affamati sono fatti sazi e felici.
Coloro che erano assetati hanno bevuto.
Coloro che erano nudi sono vestiti di fine lino (un po’ di decenza non guasta mai)
Coloro che erano sudici sono coperti di bianco (magari se gli davano anche una lavatina … )
Coloro che erano in prigione sono fatti liberi.
Coloro che erano in catene gioiscono ( … ne dubito molto)
Coloro che seminavano discordie nel loro paese sono diventati pacifici.
Gli alti Nili sono emersi dalle loro caverne per portare frescura al cuore degli uomini.
Le dimore delle vedove sono riaperte affinché i peregrini possano entrarvi (immagine foriera di strane abitudini e poco edificante)
Le donne del popolo giubilano e ripetono i loro canti di gioia.
Esse dicono:
Maschi di nuovo sono nati per tempi felici,
poiché Egli porta ad essere generazione dietro generazione.
Tu sei la guida – vita, prosperità, salute!
tu sei per l’eternità!

Le barche esultano sullo specchio delle acque profonde.
Non occorre più tirarle con corde,
approdano con vento e con remi »

… ancora un po’ e anche gli elefanti volavano!

Con la dipartita di questo faraone, mentre la città di Troia veniva ricostruita un’altra volta da popolazioni balcaniche, in Egitto regna Ramesse V , un regno breve di soli quattro anni e un curriculum insignificante sullo stile e in continuità con il suo predecessore.

Intanto il regno entra in una crisi economica determinata dagli eccessi di sgravi fiscali elargiti al clero Tebano di Amon che se la spassava come non mai, visto che il faraone era totalmente ininfluente.

Il faraone, nonostante dotato di due spose reali, non ebbe eredi e anche in questo dobbiamo confermare l’assoluta incapacità del regnante, perciò alla sua morte, precoce, salì al trono suo zio, uno dei figli di Ramesse III con il nome di Ramesse VI.

Pertanto possiamo tranquillamente affermare che non basta chiamarsi Ramesse per risultare un grande faraone e questa dinastia lo dimostra non smentendosi anche per i faraoni che verranno di cui parleremo più avanti.

ALLA CORTE DELLA PROFETESSA DEBORA

Mentre l’Egitto rinasce e il mondo Greco scatena una mitica guerra con Troia per colpa di una donna scappata di casa, in Israele una profetessa di nome Debora riesce a convincere Barac, forse un lontano avo di Obama, a radunare un’armata per combattere i Cananei che opprimevano gli israeliti ed erano considerati dagli stessi dei drogati, ovvero gente che si faceva le canne.

Per battere l’esercito Cananeo, guidato da Sisara, generale che serviva il Re Iabin, occorreva radunare molte forze fresche e sveglie, visto che i Cananei risultavano parecchio “eccitati”.

Una impresa non facile perchè anche da quelle parti i vizi non mancavano, perciò Barac dovette girare per le tribù israelite per trovare sufficienti mezzi e risorse da contrapporre agli eccitati avversari.

Trovò quello che cercava presso le tribù di Neftali e Zabulon e li convinse ad aiutarlo; Con loro riescono a vincere, portando la pace per ben 40 anni nel regno d’Israele.

Benchè la forza persuasiva della profetessa Debora fu determinante per questo esito del confronto, ella, in verità deve la sua fama ad un’altra profezia; Ella disse che il perfido Re Iabin, quello dei Cananei, doveva essere ucciso da una donna e tutti pensavano che dovesse essere la moglie o una delle sue amanti oppure lei, la profetessa in persona con un gesto eclatante per suggellare la vittoria, ma invece le cose andarono diversamente perché il Re Iabin, sconfitto, si rifugia nella casa di una sua “amica” di nome Giaele la quale, prima lo accoglie e poi,  nel sonno lo uccide con un picchetto.

Forse da questo fatto nasce la storica diffidenza verso certi cosiddetti amici … vatti a fidare … chissà cosa mai gli venne in testa o in tasca a Giaele per comportarsi in tale modo, oppure c’è da chiedersi cosa cavolo avrà mai combinato il Re Iabin per scatenare una tale reazione.

Sarà stata anche la casualità ma la profezia si è avverata e tutti ebbero timore delle parole che la profetessa potesse dire, tanto che preferirono imbavagliarla e costringerla a parlare solo in certe occasioni.

IL FARAONE CHE SOPRAVVISSE AL GRANDE COMPLOTTO

Parliamo di Ramesse III, Figlio del fondatore della XX Dinastia a cui gli viene attribuita una profonda riforma nella struttura dell’esercito che viene riorganizzato su corpi separati:

fanteria, carri da guerra, mercenari, ausiliari, reparti di sussistenza.

A questa riforma, e soprattutto all’uso di mercenari, si deve il merito di aver ridato credibilità militare all’Egitto e riportato vittorie contro diverse invasioni provenienti dai popoli del mare ma anche dai nomadi del deserto libici.

A questo proposito giova ricordare che i popoli del mare, composti da variegati popoli che imperversavano nel medio oriente e nel mediterraneo orientale, furono letteralmente annientati, tranne un popolo, che colpì il faraone indulgendolo a pietà, questo popolo erano i Filistei, che noi immaginiamo come gente magra, ma tanto magra, oggi diremmo anoressica che in battaglia venivano cacciati semplicemente soffiandogli addosso.

Il faraone si impietosì di questo popolo, noi pensiamo che fosse stato colpito dalla loro fragilità, tanto che gli concesse di restare presso quella che oggi chiamiamo Palestina.

Con il senno del poi, visto ciò che ha comportato la presenza di questo popolo nella zona, chissà se avrebbe fatto la stessa cosa… comunque dovete sapere che il nome di quella terra deriva da loro, infatti Philistin=Palestina.

Questo faraone dovette subire anche il primo sciopero documentato dalla storia, e non è uno scherzo! Incrociarono le braccia i lavoratori del villaggio di Deir el-Medina preposti allo scavo ed alla decorazione delle tombe reali della Valle dei Re.

Quali fossero le richieste di questi lavoratori è facile da immaginare visto che era prassi consolidata di seppellire nella tomba del faraone anche i propri operai per aiutarlo nell’aldilà.

Il fatto che non se ne seppe più nulla di questa iniziativa lascia pensare ad un triste epilogo.

Forse a seguito di tutte queste situazioni poco tradizionali e controverse egli subì un tentativo di golpe non andato a buon fine, almeno così riferiscono le malelingue di corte tramandate fino a noi.

Ovvero vi fu un complotto organizzato da una sua amante facente parte dell’harem reale che contrariamente a quello che si pensa era un posto assai pieno di gelosie; L’amante in questione si chiamava Tij e il suo scopo era di porre sul trono suo figlio Pentaur avuto, a suo dire, dal rapporto con il faraone.

Nell’intrigo vennero coinvolte ben sei concubine reali, sei ispettori e le loro mogli, due scribi della cancelleria ed il comandante dell’esercito in Nubia, insomma una bella fetta del palazzo.

Possiamo dire che viveva in mezzo ad un nido di vipere?

Ciò nonostante egli se la cavò e la conseguente epurazione del fallito golpe deve aver creato notevoli spazi a palazzo che portarono in un primo tempo ad un abbassamento dei servizi e dello sfarzo ma in seguito a nuove e più giovani assunzioni ciò determinò una nuova ventata, una linfa moderna alla tradizionale noia del palazzo reale.

LO STRANO INIZIO DELLA XX DINASTIA D’EGITTO

E’ noto che quando avvengono le successioni reali non sempre le cose vanno nel modo più liscio, figuriamoci quando si somma una successione con la fine e l’inizio di una nuova dinastia.

Nell’antico Egitto tale situazione non è assolutamente nuova ma quello che è accaduto per l’inizio della XX dinastia è alquanto strano.

Alla morte di Seti II, la sua sposa reale Tausert ne prende il potere e per un po’ ne diventa essa stessa faraone ma dura poco, perché viene assassinata e a quel punto, decaduta la dinastia, nessuno riesce a sostituire il faraone, pertanto fra faide interne al pollaio per ben sette anni, fino al 1185 a.C., in Egitto non ci furono più faraoni… (e io direi) solo galline.

Tale condizione con una durata così lunga è una particolarità nuova per la tradizione Egizia e possiamo solo immaginare il caos generato dalla mancanza di un capo che era anche Dio e quindi una anarchia atea e istituzionale nello stesso tempo.

Chiunque decidesse qualcosa non era credibile ed era contestabile.

Del resto tanto fu amata questa ultima sposa reale, che quando nel 1185 a. C. ai limiti del caos totale si insediò, non si sa come, il nuovo faraone Sethnakht, dal nome assolutamente impronunciabile, egli pensò bene di passare il suo tempo, con lo scalpello, a far scomparire dai muri d’Egitto il suo nome e non contento, la sfrattò anche dalla sua tomba, occupandola, alla sua morte, di persona.

A parte questa poco esaltante pagina di storia, questo faraone, che per semplicità veniva chiamato solo “il faraone- quello nuovo”, perché quel nome era peggio dei geroglifici, fu il fondatore della XX Dinastia dei faraoni.

Infatti egli sposò una certa Tiyi-mereneset che diede alla luce un figlio.

Tale figliolo ed erede al trono fu, fortunatamente chiamato con un nome riconosciuto e riconoscibile in tutto l’Egitto, anche se fortemente abusato, ovvero Ramesse (che fantasia!!!) a cui verrà dato il nome di Ramesse III.

L’ILIADE SECONDO NOI

La guerra di Troya era iniziata sotto l’auspicio degli Achei convinti che fosse una questione semplice e veloce, la cosa non andò come previsto e dopo nove anni erano ancora lì …. dicasi nove anni… un tempo incredibilmente lungo.

E’ a questo punto che Omero fa iniziare la sua storia… ovvero l’Iliade… così impropriamente da noi raccontata.

Verso la fine del nono anno i soldati greci, stanchi di combattere inutilmente e ormai quasi privi di approvvigionamenti si erano alquanto scocciati dei propri comandanti, incapaci di far finire la guerra ma soprattutto stanchi di combattere per i capricci di gelosia di un loro Re ed in fondo comprendevano perchè Elena se ne era andata.

Insomma volevano tornare a casa e decidono di ribellarsi ai propri comandanti e soltanto l’intervento di Achille, pare in modo piuttosto poco amichevole, riesce a placarli.

Ma Achille, per i suoi eccessi, viene contestato da alcuni comandanti, perciò dopo una delle sue sceneggiate decise di lasciare il campo di battaglia.

Nel frattempo, visto il malumore serpeggiante e lo stallo pluriennale, viene stabilito di sospendere le ostilità e di lasciare che le sorti della guerra vengano decise con la monetina, testa o croce, ma gli Dei s’infuriarono per questa modalità poco eroica e imposero un più onorevole duello fra Paride (troiano) e Menelao (greco), ovvero i due contendenti di Elena.

Nello scontro è Menelao ad avere la meglio e i Greci vorrebbero che fosse proclamato vincitore, ma un Troiano (vero figlio della patria) gli scaglia contro una freccia, interrompendo di fatto la tregua e riaccendendo la battaglia fra i due schieramenti.

Senza Achille i Greci prendono un sacco di legnate e convincono un certo Patroclo, amico amatissimo di  Achille, di indossare i vestiti di Achille, fingendosi il mitico eroe e cercando in quel modo di far paura ai troiani.

Alla vista di Achille, un certo troiano di nome Ettore, figlio del Re Priamo, che voleva fare l’eroe ma era un noto autolesionista, si scontrò contro il finto Achille, massacrandolo.

Quando Achille lo venne a sapere, s’infuriò contro i falsificatori del suo buon nome e tornò in battaglia. Così avvenne che la proverbiale “ira di Achille” si abbattè sul campo troiano facendo strage di nemici.

A quel punto i troiani invitarono Ettore a scendere e battersi con il vero Achille, ma egli stava festeggiando da eroe e a quel punto cercò di nascondersi perchè sfidare ancora la sorte sarebbe stato un grande azzardo, ciò nonostante lo trovarono e lo costrinsero a battersi ancora.

Incontro impari!  Achille lo uccise trascinando il suo corpo sotto le mura della città fra un silenzio da brividi.

Il Re Priamo vide il corpo del suo figliolo straziato e chiese ad Achille di lasciarglielo e di fare una tregua per il suo funerale.

Qui sembra finire l’Iliade… e uno pensa: anche la guerra! invece no! finito il funerale le ostilità ripresero.

Alcuni Re locali alleati dei troiani accorsero in loro aiuto ma Achille li battè tutti e pertanto Paride, origine di tutte le ostilità dovette intervenire in prima persona.

Nel duello con Achille, quest’ultimo annebbiato dall’ira, continuava a sbeffeggiare Paride indicandogli improvvidamente il solo punto debole che aveva, ovvero il tallone; Paride che non era certo un soldato al pari di Achille non gli parve vero di aver ricevuto siffatta importante informazione e concentratosi centrò proprio il suo tallone, uccidendo l’indiavolato Acheo.

Insomma questa storia non sembrava avere fine…

Intanto nel campo acheo, dominato dalla tristezza, Ulisse, Re di Itaca riceve una lettera dalla moglie Penelope, che in modo criptico gli disse che aveva quasi finito il filo per fare il tappeto (si sa che le priorità cambiano a secondo dei punti di vista) e che doveva affrettarsi a comperarlo prima di fare ritorno.

Ulisse che di fantasia ne aveva tanta, dapprima pensò che forse si stava meglio in guerra che tornare da Penelope, ma poi, illuminato, temette che tale richiamo fosse un segno e che perciò doveva sbrigarsi a rientrare a casa, ovviamente non prima di aver comprato un sacco di gomitoli di filo per Penelope.

Visto che il resto degli achei era sotto choc, si decise di prendere in mano lui la situazione.

Fra lo stupore e l’ironia degli achei, con un manipolo dei suoi fidi si mise a costruire un grande cavallo di legno.

Molti pensarono che anche il grande Ulisse era uscito di senno ma poi, finita la costruzione, Ulisse svelò il suo piano.

Alcuni di loro entrarono e si nascosero nel cavallo mentre gli altri finsero di ritornare in grecia.

I troiani, videro andar via i greci in fretta e furia lasciando questo enorme cavallo di legno che, a questo punto, decisero che era un trofeo di guerra e lo portarono in centro città dove fecero una gran festa.

La notte, dalla pancia del cavallo uscirono i greci e aprirono le porte della città al loro esercito che, finalmente, riuscì a penetrare in città e a conquistarla.

Non trovando Elena si arrabbiarono e incendiarono tutto.

Così finì la guerra di Troia.

Ma tutti si domanderanno che fine ha fatto Elena, e questo è quello che si domandarono anche i Greci e i loro discendenti che si rivolsero ad Omero chiedendo spiegazioni.

Omero che era ( … e qui ci sta) un osso duro e soprattutto antipatico rispose seccamente che per saperlo dovevano aspettare l’uscita del suo prossimo libro ma che per ora era intento a scrivere le gesta di Ulisse e non voleva essere distratto.

Pertanto, per ora, anche noi tralasciamo questa importante questione, per riprenderla a tempo debito, e constatiamo che finalmente Troia non c’è più… ma i suoi discendenti ci sono ancora … eccome!!!

IL PROLOGO DELLA GUERRA DI TROIA

Quando si parla della guerra di Troya si è tentati d’istinto di ricondurre il tutto al fantomatico rapimento della bella Elena.

Si dà il caso, comunque, che Elena, moglie del Re Menelao (Le Mani), conosciuto ai posteri, per semplicità, con il solo nome di Menelao, era una donna abbastanza frivola, del resto Menelao la ebbe in sposa grazie alla promessa fatta alla Dea Afrodite di donargli 1000 buoi, pratica oggi assai discutibile ma che per quel tempo era da considerarsi un buon prezzo.

Peccato che Menelao non mantenne la promessa facendo arrabbiare Afrodite, la quale ebbe modo di vendicarsi promettendo la stessa Elena a Paride.

Paride, giovinastro bonaccione abitante a Troya, si recò a Sparta in compagnia del suo amico Enea per ritirare il dono avuto dalla Dea.

Menelao, nel frattempo si trovava a Creta in trasferta per lavoro e Paride andò a palazzo per incontrare Elena indisturbato. Elena alla vista di quel bel giovane se ne innamorò e, altro che rapimento, decise di fuggire insieme con il suo nuovo amore, peraltro con l’autorizzazione della Dea, evidenziando la sua scontentezza della vita e del trattamento che Menelao gli riservava.

I due innamorati, armi e bagagli, partirono verso Ilo (nome antico di Troya)

Ilo era il vero nome di Troia e non si sa se a cambiarlo fu proprio questa storia, diffusa con grande enfasi in tutto il mediterraneo, individuando quella città come la città della…. Cioè, di Troia, oppure se era considerata e aveva fama di un covo di donne facili.

Quando Menelao tornò dal suo viaggio a Creta e non trovò a casa Elena, andò su tutte le furie e chiamato il fratello Agamennone, insieme convocarono i vari principi Achei, chiedendo il loro aiuto per lavare l’onta ricevuta.

In principio tentarono di calmare Menelao, in fondo aveva sostanze in grado di sostituire al meglio quella donna a palazzo, ma Menelao non ne volle sapere e ne fece una questione d’onore che per gli Achei era sacra.

Perciò partirono in migliaia per andare a riprendere Elena, fra questi anche Achille, il bambino prodigio e Ulisse, fantasioso Re di Itaca.

Al loro sbarco i Troiani chiusero tutte le porte della città e dall’alto delle mura, Paride ed Enea, guardarono stupefatti questi matti che erano venuti a riprendersi Elena.

Enea cercò di convincere Paride a restituire Elena ma il giovane ne era troppo invasato e la stessa Elena al solo pensiero minacciava di buttarsi dalle mura perchè non voleva per nulla tornare indietro da quel gaglioffo di Menelao, preferendo i giovani Troiani.

Enea cercò di spiegare come stessero le cose a Menelao e Agamennone i quali, incuranti delle volontà di Elena, ne chiesero la restituzione pacifica ma Paride si rifiutò.

Seccati da siffatti avvenimenti e di tutte le menzogne che, secondo loro i Troiani gli stavano propinando, Menelao e Agamennone tornarono dai propri alleati e decisero di farla finita, attaccando la città, considerando che loro erano in migliaia e i Troiani erano pochissimi, perciò la questione si sarebbe risolta in pochissimo tempo.

Infatti, la guerra ebbe inizio e contro ogni aspettativa durò 10 anni, ciò lascia intendere che forse gli schieramenti non erano così sbilanciati oppure semplicemente che gli Achei erano testardi.

E’ a questo punto ebbe iniziò… L’Iliade di Omerica memoria che andremo a raccontare nel prossimo articolo.

GUERRA DI TROIA: INTRIGHI DI PALAZZO FRA GLI DEI

Ci sono strategie che nascono dal genio di chi le ipotizza e altre che si compongono da sole, fatalmente.

Zeus, dall’olimpo aveva necessità di creare una bella guerra fra gli eroi mortali, rei di avergli rubato la dovuta ossequiosa attenzione da parte dei popoli mortali, così all’interno delle intrigate storie di palazzo, seppe trovare spunto per raggiungere l’obiettivo …

Così fu che Zeus seppe di una profezia per la quale la ninfa Teti, che aveva già rifiutato le avances di Zeus, avrebbe generato un figlio che sarebbe diventato più forte del padre, allora Zeus pensò di darla in sposa ad un vecchio in modo da neutralizzare questo rischio.

Lo sposo si chiamava Peleo e Zeus in persona organizzò il matrimonio invitando tutti gli Dei tranne Eris, la dea della discordia; errore fatale o mossa arguta?

Eris andò su tutte le furie e sfondando il picchetto di guardia, gettò sul tavolo degli invitati una mela d’oro con la scritta “alla più bella”.

Le dee Era, Atena e Afrodite, vanitose e narcise, iniziarono a litigare per il diritto a possedere tale mela.

I commensali si badarono bene di prendere la parte di una di loro ma Zeus intervenne e, novello Macchiavelli, le mandò nude di fronte a Paride, un principe troiano ospite per l’occasione, forse in viaggio di studio sull’Olimpo, che avrebbe fatto da giudice sulla questione.

Egli già sapeva che quel giovinastro sarebbe stato alla base della guerra di Troia, del resto era pur sempre Zeus il capo di tutti gli Dei, ed era certo che alla vista di quelle tre dee nude avrebbe combinato qualche guaio.

Le tre divinità cercarono di corrompere il giovane e promisero al giudice dei doni. Atena gli offrì la saggezza, l’abilità bellica, il valore dei guerrieri più potenti, Era il potere politico, Afrodite l’amore della donna più bella del mondo e detentrice del titolo di miss magna grecia, tale Elena di Sparta. Paride, giovane pieno di ormoni fuori controllo, diede la mela ad Afrodite… ovviamente!

Le altre due dee se ne andarono meditando vendetta.

Zeus, in cuor suo, se la rideva, ormai il disegno aveva iniziato a prendere forma.

Mentre il giovane Paride tornava a Troia, dal matrimonio di Peleo e Teti nacque un bambino di nome Achille.

Teti, memore della profezia che la riguardava, tentò di rendere immortale il suo figliolo facendogliene passare di tutti colori, provò persino a bruciarlo nel fuoco durante la notte per eliminare le sue parti mortali, infine, consigliata da certi esperti chimici, lo bagnò nel fiume Stige, facendolo diventare immortale nei punti toccati dall’acqua. Lei lo aveva però tenuto a galla dal tallone che rimase la sua unica parte vulnerabile, da qui la frase «tallone d’Achille», per indicare il punto debole di una persona.

Ma oramai gli intrighi di palazzo sull’Olimpo avevano preso la strada voluta da Zeus e gli ingredienti per far precipitare gli eventi e generare la guerra erano oramai in campo.

GUERRA DI TROIA: TUTTA COLPA DI ZEUS!

Ed eccoci arrivati ad una data storica, indelebile nelle nostre menti condizionate dagli esperti e dalle pene scolastiche.

Sarà per questo che non vedevo l’ora di raccontare queste storie alla nostra maniera.

Infatti nel 1196 a.C. si ricorda, come data tradizionale, la mitica Guerra di Troia di Omerica memoria.

Cominciamo col fugare antichi e consolidati schemi e decretare una volta per tutte che la guerra di Troia è effettivamente esistita, magari con meno enfasi e fantasiosi dettagli raccontati da quel “principe dei ballisti” chiamato Omero.

Tutto ebbe inizio, manco a dirlo, per colpa di Zeus, il quale si era accorto che la Terra si era troppo popolata e rischiava di non riuscire più a tenerla sotto controllo.

Inizialmente voleva distruggere l’umanità con fulmini e inondazioni, poi su consiglio di Momo, il dio degli scherzi (guardate che questa non è una mia invenzione) decise invece di favorire il matrimonio di Teti e Peleo, da cui sarebbe scoppiata, appunto, la guerra di Troia;  peraltro c’è chi sostiene che in realtà Zeus era geloso dei guerrieri di quelle zone, amati e decantati dai loro popoli che venivano meno ai tributi verso gli dei dell’olimpo ma soprattutto verso di lui.

Come racconta il gossip più diffuso dell’olimpo, egli sapeva quanto era pericoloso lasciar fare ai guerrieri semidei, tra l’altro va ricordato il curriculum di Zeus che diventò padrone dell’olimpo detronizzando Crono che a sua volta aveva detronizzato Urano e chissà cosa diavolo passava per la testa di Zeus pensando, chi sarebbe stato a detronizzare lui, visto che aveva avuto molti figli dalle sue tante relazioni con donne mortali e tutti avrebbero potuto avere buoni motivi per avercela con lui.

Perciò, a scanso di equivoci pensò di sfoltire un po’ la schiera di costoro mettendoli uno contro l’altro.

Pensa e ripensa, constatato che per una selezione individuale ci sarebbe voluto troppo tempo, occorreva trovare un modo dove schiere di eroi mortali potessero coalizzarsi gli uni contro altri così da avere un effetto a catena esteso ed efficace.

Zeus, grande mente macchiavellica ma anche amante del dramma e del teatro orschestrò un disegno complicatissimo di intrighi a palazzo (intendendo l’Olimpo) di cui ci occuperemo più avanti, ma furono gli avvenimenti mortali a suggerigli la grande occasione.

Ed ecco la grande occasione, la guerra di troia, che poi non si dica che la colpa è di Elena o di Enea oppure degli Achei gelosi, la colpa è tutta sua di Zeus … amen

OMERO: QUELLO CHE NON CI HANNO RACCONTATO

Semmai dovesse esserci un personaggio storico dell’antichità che sia stato al centro delle attenzioni dei vari insegnanti, ieri e oggi, e con il quale ci hanno riempito la testa (e altro) fino alla nausea …. questi è il famoso poeta OMERO.

Ma chi fu veramente quest’uomo che è causa di molte emicranie studentesche… beh nessuno lo sà.

Si dà per scontato che questo grande poeta abbia scritto l’Iliade e l’Odissea, intramontabili racconti che hanno riempito pagine di vita e di riflessioni non esclusivamente storiche, tanto da essere delle icone buone a qualunque scopo.

Per carità, dei veri capolavori!

Ma a scriverli è stato davvero un uomo… e per giunta tale Omero.

Intanto diciamo che della sua vita non si sà un bel nulla e ciò dovrebbe far accendere qualche lampadina nelle nostre teste visto che anche per il più abominevole e pusillanime personaggio passato per caso nella storia si sà anche quando andava in bagno.

Non che si voglia sapere granchè ma almeno quando è nato, dove è nato (su questo vi sono addirittura diatribe legali fra ben 7 città che sostengono di essere il suo vero luogo natio, troppe per pensare che forse non è nessuna di queste e vi sia dell’interesse poco lodevole per asserirlo), peraltro ovviamente non si sà neppure quando sia morto … passi per la nascita, l’anagrafe era cosa assai precarie, ma uno come lui che ha narrato e scritto tali capolavori avrebbe quantomeno meritato un degno funerale pubblico.

Una cosa, però, i cronisti ce l’hanno detta, pare che costui fosse cieco!

Come abbia potuto, a quel tempo, un uomo dichiaratamente cieco poter scrivere, non una piccola cosa, ma addirittura due lunghi poemi … è una cosa che neppure gli esperti storici, che la sanno lunga, hanno potuto spiegare.

I casi sono due: aveva a disposizione schiavetti a cui dettare i poemi oppure altri avevano scritto i poemi ma si vergognavano di quello che hanno scritto e hanno fatto firmare al povero cieco del villaggio per non essere scoperti.

Abbandoniamo un attimo queste riflessioni e facciamo finta che fosse davvero esistito, perciò andiamo, con un po’ di fantasia, a descriverlo.

Omero era un “osso duro” (scusate il gioco di parole ma non sono riuscito a resistere), un tipo tenace che era in grado di sostenere delle palle (al secolo bugie) fino a far desistere qualsiasi detrattore, tanto che, presi per stanchezza, finirono tutti per crederci,

Riuscì a mettere insieme una mitica montagna di fantasiose bugie che ancora oggi ne possiamo godere e nel nostro personale gotha ricopre senz’altro un posto d’onore.

Entriamo allora in questo mondo.

Prima di narrare la vera Iliade e Odissea, partiamo dal contesto in cui nascono queste e altre leggende intorno alla guerra di troia, perchè cari signori, sappiate che la guerra di Troia è effettivamente esistita, magari un poco meno colorita di come l’ha dipinta Omero, o colui (coloro) che hanno scritto L’Iliade e L’Odissea, ma questa disputa diventata mitica è davvero avvenuta.

Nei prossimi articoli cercheremo meglio di entrare nel merito di questa mitica vicenda.

IL FARAONE SETHI II E LA REGINA TAUOSRET

Figlio di Merenptah e della madre Isinofret, donna assai riflessiva, anche troppo, tanto da essere indicata nelle sue effigie con una lumaca.

Anche il figlio, del resto, non risulta fosse una scheggia, di lui si sa molto poco, forse proprio perché era talmente lento che per far qualcosa ci metteva una eternità.

Perciò si sa che non intraprese viaggi, troppo stancante e neppure spedizioni militari, troppo impegnative.

Fece costruire, da altri naturalmente, alcune opere edilizie e monumenti, per il resto il nulla, il sonno.

Uno così è comunque riuscito a diventare faraone e ad essere ricordato negli annali della storia… e ora che ci penso anche noi contribuiamo, oltre misura meritoria, a perpetuarne il ricordo.

Possiamo tranquillamente asserire che questo faraone fu di transizione in un periodo non certamente brillante di questa dinastia di faraoni.

Del resto occorre ricordare che alla morte del faraone Merenptah la successione diretta fu interrotta benchè ci fosse in vita un erede diretto e ciò non è stato spiegato e non ci è stato tramandato lasciando intendere che tale principe ereditario non ne aveva le doti necessarie.

Al suo posto divenne faraone uno sconosciuto di nome Amen-messe che forse è stato chiamato in questo modo per significare “e così sia” purtroppo non c’era nulla di meglio sul mercato, egli rimase al comando solo 4 anni giusto il tempo per scavarsi una tomba raffazzonata nella valle dei Re.

Alcuni pensano che Sethi II fosse proprio quel principe scartato e che alla dipartita di Amenmesse si riprese il trono, questo giustificherebbe quanto detto nella descrizione iniziale.

Ad ogni modo Sethi II ebbe le sue 3 spose, minimo sindacale per un faraone degno di questo nome, Takhat II da cui non ebbe eredi, Tauosret di cui ebbe un figlio che morì prima di lui e Tiaa da cui ebbe il figlio Ramesse-Siptha perciò alla sua morte spettava a lui il trono ma essendo ancora piccolo egli fu affiancato, anzi dovremmo dire, sostituito dalla regina più anziana Tauosret che di fatto governò l’Egitto con il cancelliere Bay, forse, si mormora, il suo amante, che si fregiò del titolo di “creatore del Re” ovvero della serie che era lui che stava plasmando il piccolo Re.

Anche Siptha non ebbe vita lunga e morì giovanissimo lasciando a pieno titolo il trono alla matrigna Tauosret che divenne faraona a tutti gli effetti come fecero sue illustri predecessori, onorando sempre il suo marito Sethi II ma frequentando sempre il cancelliere Bay.