LA LEGGENDA DI ENEA NEL LAZIO

Abbiamo già avuto modo di parlare del prode Enea che fuggendo da Troia sbarca in Italia. Ecco che a questo punto possiamo concentrarci sulla leggenda di Enea in Italia.

Diciamo leggenda per permetterci di raccontare liberamente ma non scarterei a priori che molto di ciò che andiamo narrando sia davvero accaduto.

Perciò ecco che arriva il prode Enea, sbarca, si guarda intorno, gli piace il clima, gli piace il cibo e allora decide di stabilirsi in zona.

Non è chiaro se lui sapesse dove si trovava ma noi sappiamo che era sbarcato sulle spiagge del lazio, in Italia; perciò, visto che si trovava bene, si colloca da quelle parti, fondando una propria città.

Il Re degli Aborigeni di quel tempo, un certo Latino, venuto a sapere di questo illustre straniero arrivato nella sua zona, volle tenerselo buono, (in fondo erano popolazioni pacifiche) anche perché era preceduto da una fama piuttosto guerreggiante.

Perciò, visto che girava voce che i troiani erano famosi nel portarsi via le donne d’altri, volle prevenire tale situazione e gli diede in sposa la figlia di nome Lavinia. Enea gradì tale dono e per dimostrarlo, in onore della sua sposa, chiamò la sua nuova città, appunto, Lavinia.

Enea, però, non era fortunato con le donne, infatti, come ricorderete,  per colpa di Elena, perse la sua città e ora si trova come sposa Lavinia, senza che lo avvertissero che, precedentemente, era stata promessa in sposa a Turno, Re dei Rutuli, personaggio strano, di un popolo strano, dedito a turno nel rotolarsi per terra.

Tutto considerato era comprensibile che il Re Latino avesse preferito Enea a quello sporcaccione, ma così non la pensava Turno che, arrabbiato, chiese all’alleato etrusco Mesenzio di aiutarlo a spazzare via questi stranieri e ne scaturì un conflitto, stavolta, vinto da Enea, che era ormai esperto in siffatte situazioni e che durante il quale sia Turno che Latino muoiono.

Enea, quindi, vincitore, assume il comando anche degli Aborigeni e da quel momento nasce un unico popolo che vennero comunemente chiamati Latini, in onore del suocero scomparso.

Alla morte di Enea, perché anche gli eroi muoiono, il trono passa al figlio Ascanio che volle allargarsi ulteriormente e fondò un’altra città con il nome di Alba Longa.

LUNGO IL TEVERE PRIMA DI ROMA

Si racconta, che dopo un lungo peregrinare per il mediterraneo, ritroviamo sulle sponde del Tevere, l’eroe troiano Enea, sfuggito alla disfatta casalinga e approdato dopo diverse traversie in questa zona.

Ma, pur non sapendo che le cose andarono in questo modo, in ogni caso, prima di lui, in quella zona vi erano gli Aborigeni, popolo proveniente dall’Arcadia, che avevano cacciato dalla zona, con l’aiuto degli alleati Pelasgi di origine tracia, i Siculi, quest’ultimi riparatosi poi a sud su un’isola e conosciuti come un popolo normalmente fortunato e che avevano spesso… si-culo, altre fonti danno risalto più ad altre, loro, caratteristiche somatiche del basso schiena ed altri ancora che variamente fanno presagire che fossero una comunità di gay, ma noi sappiamo che queste fonti, già narrate in passato e annoverate come “fonti anali” debbano essere prese con le pinze, anche se è corretto, da parte nostra, darvene menzione.

Negli anni seguenti, esuli della città greca di Pallantio, città nota, pensiamo, per le sue esagerate bugie, guidati da un certo Evandro, che nella nostra immaginazione pensiamo fosse il primo uomo trans, metà donna (Eva) e metà uomo (Sandro), chiesero asilo politico e vennero accolti dal Re degli Aborigeni Fauno, un monarca particolare, tipo Re Leone e ricordato per il suo carattere bestiale ma anche per la sua predisposizione animalista, il quale gli concesse un colle dove potersi stabilire e quel colle, in onore della loro città di origine, cioè Pallantio, fu chiamato Palatino.

Questi esuli introdussero l’alfabeto greco e modi più civili provenienti dalla più evoluta Grecia, almeno così viene narrato, dando l’impressione che da quelle parti si vivesse in modo rozzo e incivile.

Da citare che da quelle parti passò anche il famoso Ercole di ritorno da un suo viaggio, qualcuno dice guerra, in Iberia, fu persuaso dai suoi connazionali di aiutarli a liberarsi da un brigante invadente di nome Caco, forse all’origine di una pianta del luogo.

Questo Caco doveva essere un tipo piuttosto violento e particolarmente rozzo e dovunque passava lasciava il suo segno con escrementi piuttosto evidenti, ecco perchè, ancora oggi, chi esagera in questo senso viene chiamato caco-ne.

LA FESTA DELLE PALILIE

Il 21 aprile del 753 a.C., è ricordato come la data in cui nasce Roma ma in realtà, in quei luoghi era la data della festa delle Palilie.

Che la nascita di Roma sia concomitante con una festa, anzi forse propiziata dalla stessa, non ci deve sorprendere, d’altra parte, in quei luoghi si festeggiava spesso e volentieri per diversi motivi.

Ma veniamo alla festa in questione; Gli antichi pastori del Lazio festeggiavano, in onore di una oscura divinità chiamata Pale, protettrice di terra e bestiame (che abitava sul colle Palatino) l’arrivo della primavera e con essa il risveglio della natura… insomma una festa verde e naturalistica, oggi diremmo green.

Nell’antichità, per questi pastori, ogni albero, collina, fiume, sorgente aveva un protettore e prima di tagliarlo, cambiarlo, deviarlo occorreva fare richiesta con lauti sacrifici, un modo rispettoso di salvaguardare la natura e anche una spiegazione della nascita degli iter burocratici che in quel luogo si stavano formando e che avranno ripercussioni su tutta l’umanità nel futuro.

Aprile, del resto era il mese delle feste agricole, infatti prima dei Palilia, il 15 aprile c’era la festa della Fordicidia e poi dopo la Palilia , il 25 aprile si festeggiava la Robigalia.

Ora, non stiamo qui, troppo ad indugiare su queste tradizioni festaiole dei pastori laziali ma era bene raccontarveli per farvi capire in che contesto di esuberante festosità, di ubriacatura collettiva il 21 aprile del 753 a.C. nasceva, in questi luoghi ROMA.

IL CONTESTO STORICO

La zona era abitata da pastori divisi in villaggi che praticavano agricoltura e allevamento e solo dal 900 a.C. comparvero i primi artigiani e mercanti.

Nacquero villaggi anche lungo il fiume Tevere, il cui nome, ci piace pensare, era così chiamato perché lungo il suo scorrere si usava offrire il te, quello vero, perciò venne chiamato dalle popolazioni dell’area “Te-vere”, il quale, a quei tempi, era attraversabile e rappresentava una via obbligatoria tra gli Etruschi, antipatici, a nord e le colonie greche snob a sud.

Un crocevia assai pericoloso perchè tra Etruschi e colonie Greche era difficile pensare che vi fossero dei rapporti amicali ma, d’altra parte, questi incroci erano anche fonte di grandi ispirazioni.

Proprio nel luogo dove nascerà il villaggio di Roma vi era il percorso della via del sale… ecco spiegato perché quel villaggio fin dalle sue origine non poteva essere “insipido”, anche questo può annoverarsi come un segno del destino.

LE DIVINE SPOSE DI AMON

In Egitto, in particolar modo a Tebe, intorno al 760 a.C. inizia una tradizione che durerà qualche secolo e che fa risaltare l’emancipazione delle donne, soprattutto se mogli o sorelle del faraone, perché le altre erano sempre e comunque schiave e sottomesse.

A queste illustri e importanti donne venne inventato il titolo di Divina sposa di Amon che le collocava all’apice del potere in quanto spose del dio Amon e perciò importanti quasi quanto il faraone.

Noi sappiamo che in realtà (spesso lo abbiamo sottolineato) il vero potere del faraone era determinato dalla donna che aveva accanto, sia essa la madre, la moglie, la sorella, la figlia o persino l’amante.

Perciò nulla di nuovo sotto il sole, ma il solo fatto di aver dato cotanto titolo divino ufficiale a queste donne, suggella, se non il sorpasso, ma l’allineamento di genere nella corte faraonica.

Per la verità, fregiandosi di tale titolo, la divina sposa poteva permettersi qualunque cosa e, di fatto, nella regione di Tebe, governava lei al posto del faraone.

Inoltre controllava i tepli dei dio Amon e potrebbe essere paragonata ad una sorta di Papessa del loro tempo, emanando leggi e indicazioni di tipo comportamentale e morale…. Ma anche immorale per giustificare le proprie immancabili marachelle.

In passato vi era stato qualcosa di simile e, di fatto, le divine spose di Amon sostituiscono quel Primo profeta di Amon che spesso fu al centro di diatribe, complotti e faccende losche fra i faraoni di diverse dinastie.

L’ITALIA SI E’ DESTA

Alla buon’ora! Finalmente iniziamo a prendere visione di aneliti di vita e di curiosi spunti, anche da casa nostra, che fino a quel momento era rimasta un po’ silente, sonnacchiosa, spettatrice dei vivaci popoli che nel mondo facevano parlare delle loro gesta.

A parte gli Etruschi di cui abbiamo già dato ampio spazio in precedenza, altri popoli pascolano e si affacciano nel belpaese e ne diamo un cenno veloce affinché nessuno possa serbarci rancore.

Dal centro al sud Italia, diverse zone sono artefici di storie e popoli che, in un modo o nell’altro, caratterizzano ancora oggi questi luoghi.

Citiamo fra questi:

Gli Umbri, popolo situato al centro della penisola e caratterizzati dalla loro necessità di stare all’ombra perché al sole soffrivano di varie irratazioni cutanee, forse erano tutti pelati, nel qual caso tale fobia era ampiamente giustificata.

I Sabelli, popolo narciso che si vantava di essere particolarmente attraente ed erano invisi ai popoli vicini, probabilmente invidiosi, perché “distraevano le proprie donne”.

Gli Osci, popolo magrolino tutto “pelle e oscia”, grandi artigiani e fabbri, noti per le loro produzioni di infissi, tant’è che ancora oggi le porte si possono chiamare “usci”-

I Sanniti, popolo caratterizzato da una statura piccola ma molto religioso e di rettitudine morale eccelsa, tanto da essere individuati dagli altri popoli come un popolo di Santi, ma essendo piccoli, divennero Sanniti, appunto.

Altri popoli, andando verso sud, trovarono spazio per le loro caratteristiche…

Gli Apuli, noti allevatori di api e produttori di miele, popolo che veniva assolutamente onorato dagli altri vicini che non volevano assolutamente irritare, avendo una dannata paura che, irritandoli, gli scagliassero contro i loro eserciti di api.

I Lucani, un popolo dove tutti si chiamavano Luca e che amavano i cani, produttori anche di un liquore speciale che però verrà valorizzato un po’ di secoli dopo.

I Piceni, popolo piccolo, di nani, ma particolarmente rissosi e grazie alla loro conformazione estetica, capaci di infilarsi ovunque.

Nel sud, poi, si crearono le prime colonie greche:

Metaponto sullo Ionio, conosciuto per un ponte costruito per  metà e mai più finito, i vizi infrastrutturali sono di origine antica, capostipite di una tradizione di infrastrutture iniziate e mai concluse che ancora oggi si può scorgere nella zona (come vedete, è assolutamente falso far risalire tale vizio alle genti del sud, in realtà ciò è stato ereditato dai Greci).

Pitacusa sull’isola di Ischia, città conosciuta per dar vita ai primi tribunali e all’avvento dei primi avvocati dell’accusa.

Negli anni successivi, poi, registriamo Cuma e Caulonia, la prima popolata da un notevole numero di persone affette da problemi all’udito, tanto che ogni frase era preceduta da un “Come?”, mentre l’altra da persone molto, eccessivamente caute.

Per distinguere queste popolazioni da quelle italiche, forse per via degli eccessi culinari, venivano chiamate “Magna Grecia” o più spesso “Italioti” che lascia trasparire un sottinteso senso di bassa considerazione  intellettuale da parte dei popoli autoctoni.

IL PERIODO DELLE CENTO SCUOLE

Si parla del periodo delle cento scuole relativamente al periodo in corrispondenza con il declino della dinastia Zhou occidentale, in Cina, e l’avvento di una nuova era con la dinastia Zhou orientale; si passa, in parole povere e comprensibili a tutti, da una situazione chiara, certa, ad un caos politico istituzionale.

Si dice il periodo delle cento scuole perché, come sempre accade, quando regna il caos, la mente elabora teorie di vita per la sopravvivenza.

In questo periodo si elaborano le teorie filosofiche che faranno da sottofondo alla storia cinese per i secoli a venire. Le filosofie nominate sono il confucianesimo, il taoismo, il legalismo e il moismo, che pure matureranno più tardi.

L’inizio di questo periodo viene chiamato “Periodo delle primavere e degli autunni” che va dal 771 a.C. al 454 a.C. Prende il nome dalle cronache di quel tempo, gli Annali delle primavere e degli autunni, tradizionalmente attribuiti a Confucio.

Il tutto ha inizio mentre in Cina governa, o pensa di governare, un certo Ping.

PING

Nel 771 a.C. ha inizio in Cina una nuova dinastia, detta “Zhou orientale”; questo avviene a seguito della implosione della dinastia Zhou occidentale che, a partire dal Re Ping (riteniamo in collaborazione o insieme a Pong inventore di un noto gioco da tavolo),  il Re, per governare, aveva sempre più bisogno del sostegno militare e finanziario dei principi locali che, ovviamente, finirono per diventare sempre più importanti e indispensabili, ricattando il potere del Re. 

Così stando l’andazzo, i cinque principi locali più importanti finirono per farsi, loro stessi, chiamare Re e un poco alla volta del potere centrale si persero l’importanta e la traccia, trasformandolo in un mero simbolo della tradizione ma, di fatto, senza alcun potere.

A dare il colpo di grazia alla vecchia dinastia, come già abbiamo accennato precedentemente, furono le invasioni dei barbari Quarrong, gente piuttosto rabbiosa e poco incline ai riti diplomatici tradizionali, infatti questi entrarono di prepotenza nel regno e lo conquistarono, saccheggiando la capitale Hao.

Il Re Ping fu costretto alla fuga, trovando riparo presso i Principi locali che se lo palleggiarono un po’ uno e un po’ l’altro, utilizzando quel metodo sportivo, creato dallo stesso Re, chiamato Ping-Pong.

Emersero, da questa disgregazione, sette stati principali, in perenne lotta tra loro: Han, Zhao, Wei, Yan, Qin, Qi, Chu che nominati tutti insieme assomigliano più ad uno scioglilingua che ad un elenco di stati, pensate al povero imperatore Ping che per non irritare nessuno doveva sempre nominarli tutti insieme… uno sforzo mica da poco, peraltro forse l’unico che faceva.

IL MONDO ANTICO IN ATTESA DELLA I° OLIMPIADE

L’inizio dell’VIII secolo a.C, non riserva particolari stimoli narrativi degni di essere trasferiti nella nostra avventura, infatti, nei primi decenni compaiono personaggi iniqui e privi di esuberanza, fin troppo normali.

Giusto perché ne abbiate contezza e pietà, annotiamo qualche nome “illustre”, senza fama e senza lode comparso su questa terra.

In Lidia regna un certo tipo di nome Ardis dedito ai falò, il Re di Urartu era Argishti I e in egitto è faraone Shoshenq IV e non si sa neppure come lo sia diventato ma sicuramente non per diritto ereditario, dopo di lui fu faraone Pimay e anche di lui poco o nulla si sa o, magari, è meglio non sapere.

Il Re di Israele era Geroboamo II e il Re del vicino regno di Giuda era Ozia, un uomo pieno di iniziativa e di cui nulla è arrivato ai nostri orecchi… commento ironico visto il nome che portava.

Babilonia ritrova l’indipendenza dagli assiri il cui Re, Salmanassar IV, non riesce a tenere insieme il regno e in Cina registriamo la caduta della dinastia Zhou occidentale, abbattuta dagli invasori barbari che fra l’altro conquistano e saccheggiano la capitale Hao.

In questa triste e noiosa situazione, senza grandi personaggi e con poche illusioni sul futuro, ecco che con un colpo di reni, un popolo ti inventa la prima olimpiade… cioè una serie di giochi per capire chi fosse il più bravo in quel momento… siamo nel 776 a.C. data che sembrava fosse una data qualunque e invece rimarrà fissa nella memoria storica dell’umanità.

Questa manifestazione che poi si svolgerà con cadenza quadriennale, ha luogo ad Olimpia, in Grecia e vi parteciparono prevalentemente atleti e personaggi delle varie componenti popolari dell’antica Grecia, ma anche dai vicini popoli.

La tradizione vuole che durante il periodo della olimpiadi venissero sospese tutte le diatribe politiche e le guerre in corso, una sorta di tregua che, nonostante la litigiosità dei popoli, veniva incredibilmente rispettata.

Intanto in Egitto regna il faraone Sheshonq V, figlio di Pimay, governò ben 37 anni senza lasciare un gran segno della sua presenza, anzi, lo si ricorda perché durante il suo regno permise ad un principe locale di nome Osorkon di Sais di rendersi indipendente e di gestire in modo autonomo una vasta zona del delta occidentale del Nilo; questo fatto fu la premessa per la nascita di una nuova dinastia.

Intanto anche in Assiria, sotto la reggenza di Assur-dan III, le cui politiche particolarmente “assur-de” portano alla nascita di intrighi e congiure di palazzo, si nota una lenta decadenza del potere del Re.

Perciò dobbiamo registrare nel primo quarto di questo secolo che i regni storici, tradizionali, vanno in crisi e con loro la centralità dei popoli e delle culture mediorientali a favore di quello greco.

D’altra parte, anche dai nostri racconti si evince quanto noiosi e ripetitivi siano diventati questi popoli e quanto, invece, originale e vivace sia il neonato mondo greco.

I CIMMERI QUESTI SCONOSCIUTI

Agli inizi di questo secolo antico, l’800 a.C. si possono incontrare diversi popoli che la storia, immeritatamente, ha dimenticato o distrattamente accennato e che invece possono dare grandi soddisfazioni a chi cerca di trovare sollievo nelle improbabili peripezie che avvolgono questi popoli.

Fra questi, ora, dobbiamo anche annoverare e giustamente citare un popolo particolare che non ebbe tanta risonanza nella storia ma che in fondo portava con sé alcune caratteristiche che vale la pena di ricordare ai posteri, caratteristiche che nella nostra immaginazione e con il sorriso che ci contraddistingue, finiscono per dare una connotazione sopra ogni aspettativa.

I Cimmeri era un popolo dedito al culto dei morti e, pensiamo, anche inventori dei cimmiteri.

Le loro origini, neanche a farlo apposta erano presso il Mar Nero, dal quale, evidentemente, hanno subito un condizionamento nel loro animo profondo, modificando e modellando persino il loro DNA.

Essi, tuttavia, furono nomadi e viaggiavano in tutto il medio oriente, non di rado venivano persino ingaggiati dai vari popoli per creare e organizzare i loro cimiteri.

La loro lugubre specializzazione e preparazione professionale era conosciuta e temuta in tutto il mondo antico.

Pare che fossero di pelle scura tendente al nero ma può essere che, data la loro caratteristica, tale particolare si sia tramandato ai posteri con un po’ di esagerazione.

I popoli vicini e anche quelli meno vicini che ne vennero in contatto, li chiamavano uomini neri per via del loro lugubre talento e per i loro vestiti da “becchini” e con tale fama venivano presentati ai bambini per farli stare buoni e quando li incrociavano cercavano di stargli lontano perchè ritenevano che la loro vicinanza portasse sciagure.

Pregiudizi e paure che sono pervenute fino ai nostri tempi

Essi non avevano paura della morte e forse possiamo dire che la morte aveva paura di loro.

Le attuali pompe funebri dovrebbero adottarli come santi protettori e organizzare una festa apposita magari in alternativa ad Hallowen; probabilmente I Cimmeri erano ben altro ma a noi piace avergli dato questa connotazione originale nella certezza che ora vi sia nata la tentazione di saperne di più e di ricercarne le loro vere gesta.

MIDA: LA TRAGEDIA DEL TOCCO MAGICO

Potevamo anche andare oltre e rimanere lontani da succulenti inviti che le leggende hanno fornito sul personaggio del Re Mida ma saremmo rimasti con il rimpianto inconsolabile di non avervi inebriato sulle mitiche bufale che la leggenda avvolge questo bizzarro personaggio.

Perciò, avvolti nella volontà di stupirvi, entriamo nella narrazione di quanto rilevato, con estrema irriverenza, a partire dalle avventure, vere o presunte, del Re più invidiato dalla finanza mondiale.

Innanzitutto dobbiamo dire che il famoso tocco aureo gli fu dato direttamente dal dio Dionisio.

In realtà questo non fu un regalo ma bensì una punizione, Mida infatti non poteva fare nulla perché ogni cosa che toccava si trasformava in oro e se per coloro che gli stavano attorno e il tesoriere del regno questa situazione era di una goduria inenarrabile, per lui era un flagello, infatti egli non poteva godere di nulla e dell’oro non se ne faceva nulla, non poteva mangiare, non poteva avere rapporti sessuali, perché tutto si trasformava in “inanimato e inutile oro”.

Frustrato da tale destino si fece accompagnare in giro per l’asia minore nel tentativo di guarire da questa infezione.

In questo girovagare gli venne indicato di provare a lavarsi nel fiume Pattolo, ma non ebbe alcun risultato se non quello di trasformare le sabbie del fiume in oro che fecero la fortuna dei cercatori del tempo.

Come vedete, anche in questo caso, gli americani non hanno inventato niente di nuovo.

Il “povero” Mida era già stato oggetto di brutti scherzi del destino e non tutti sanno che tempo addietro, prima del flagello del tocco aureo, egli fu giudice in una gara musicale, una sorta di X factor antico, fra il dio Apollo, notoriamente portato alle arti e suonatore di lira e Pan, antenato di quel Peter che in futuro avrà il suo spazio nelle leggende.

Questo Pan suonava il flauto in modo magistrale e  Mida ne fu conquistato tanto da dare il suo giudizio a favore del flautista, facendo, nel contempo, arrabbiare Apollo che non la prese bene e trasformò le orecchie di Mida in orecchie d’asino.

Come potete facilmente dedurre, la vita di Mida non fu, poi, molto felice, provate a pensare quest’uomo che non poteva toccare nulla e s’aggirava per l’asia minore con le orecchie d’asino.

La fine della leggenda non la conosce realmente nessuno e, forse, qualcuno si sarà ricreduto sulla vita di questo personaggio, spesso ricordato con invidia immeritata.

IL POPOLO DEI FRIGI

Questo popolo, su cui vogliamo soffermarci un attimo, perché assai particolare e meritevole di approfondimento, inizialmente si chiamava popolo dei Brigi; evidenziando con ciò evidenti problemi psicologici, costoro sentirono la necessità di migrare verso l’Anatolia e lì giunti si fecero chiamare Frigi.

Ora non ci è dato sapere quale innominabile colpa o vergogna avesse il nome originale per doverlo cambiare.

In ogni caso, improvvisamente cambiarono nome e vita.

Si allearono ai Troiani e quando Troia fu distrutta si dispersero all’interno dell’Anatolia.

Inoltre, quanto questo popolo avesse da spartire con i più famosi (pesci) Ittiti che vissero più o meno negli stessi luoghi, non è documentato da nessuna parte, però sicuramente possiamo dire che avevano almeno una affinità in comune…. ovvero quando si incontravano, l’incontro non durava più di tre giorni dopo di che l’odore era talmente insopportabile che era preferibile lasciarsi.

Per via di questo difetto i rapporti familiari e crediamo anche matrimoniali erano assai misurati e difficoltosi, lasciando credere che in quei tre giorni avvenivano cose turche … in effetti geograficamente risulta corretto.

Oltre alle attività agricole, comuni a tutti i popoli di quel periodo, i Frigi erano noti per gli scavi nelle miniere d’oro e fra i loro Re più famosi possono annoverare quel Mida il cui tocco è diventato leggenda.

Altro Re leggendario fu Tantalo, per capirci, fu quello che per punizione fu costretto a vivere eternamente nel tartaro per aver ucciso suo figlio Pelopeo sacrificandolo agli dei dell’olimpo,

Vale la pena di ricordare anche il Re Gordio, al quale viene accomunato il famoso “nodo Gordiano” per via della lancia di costui legata in un certo modo, indissolubile, al suo carro trainato da buoi mentre, unico uomo, salì al tempio del loro Dio per consacrarlo.

In verità, non si sa come, la lancia si incastrò in un groviglio di corde tale che neppure lui sapeva sciogliere e neppure gli Dei, quando giunse al loro cospetto, seppero districare e per non fare la figuraccia di fronte ai mortali inventarono questa leggenda sulla efficacia del nodo alla gordio… arrivata fino ai nostri giorni.