Negli articoli precedenti abbiamo visto che i popoli, in un modo o nell’altro si misero a scrivere.
Questo fiorire di scritture portarono i primi popoli a scoprire quanto fosse bello raccontare frottole o per meglio dire inventare racconti.
Si fecero strada professionisti di questo mestiere, dai giornalisti agli scrittori che si diedero alla pazza gioia inventando le storie più folli.
Fra tutte queste storie quella della leggenda del Re Sumero Gilgames è senz’altro la meno originale, un misto fra Indiana Jones e James Bond alle prese con una trama molto simile a quella biblica del diluvio universale tanto da porsi la legittima domanda di chi fosse davvero il copione, la bibbia o l’anonimo Sumero che ha scritto questa storia?
La sensazione è che raccontino tutti la stessa storia sentita e tramandata dai vecchi nei villaggi e che porta a una sola conclusione:
Il diluvio è esistito oppure le balle non hanno età e soprattutto gli antichi non avevano fantasia.
Veniamo, dunque, a ripercorrere questa leggenda con lo stesso spirito di chi, prima di noi, l’ha tramandata ai posteri, riprendendola e dosandola con la nostra, vera, versione dei fatti.
Andando al menù in Home page, all’interno degli INSERTI SPECIALI, potrete leggere l’intero racconto “LA LEGGENDA DI GILGAMES”… non perdetelo …
Fra i misteri dell’antico Egitto è noto che vi sono le scritte sui muri, dette geroglifici.
Anche questo popolo dovette imparare a scrivere per essere sicuro di parlare la stessa lingua e ricordarsi quello che si promettevano. La mania di scrivere fu talmente ossessiva che questo popolo finì per scrivere dovunque capitava, al punto che due persone che s’incontravano non si esprimevano più a parole, ma scrivevano per terra o sul muro.
La scrittura utilizzata era davvero incomprensibile e tale rimase fino al secolo scorso quando un soldato dell’esercito napoleonico portò in patria un sourvenir. Si trattava di un pezzo di pietra scritta che aveva attirato l’attenzione del soldato per la sua incomprensibilità e stranezza. L’aveva raccolta in mezzo ai rifiuti pensando che potesse essere un bel ricordo (!) da portare alla sua fidanzata in Francia, tale Rosetta (ecco perchè si chiama stele di Rosetta e non come affermano gli esperti che rimandano il nome alla località dove fu trovata… come se in Egitto ci poteva essere stata una località col nome di Rosetta … incredibile ! è come se Milano una volta si chiamasse Abdul Aziz). Al rientro in patria, il soldato volle fare il furbo non dichiarando nulla alla dogana (“era solo un pezzo di pietra raccolto fra rifiuti” si giustificò) e venne arrestato, mentre la pietra fu sequestrata. Passarono i mesi e venne il momento del processo nel quale fu esibita la causa del reato. In tribunale vi era casualmente un archeologo che si trovava lì accusato di vagabondaggio (rubava fra le immondizie) il quale si affascinò al pezzo di pietra e dopo il processo (vennero giudicati entrambe colpevoli e rinchiusi insieme in una cella) prese a studiare la pietra e annunciò al mondo la sua scoperta, cioè poteva decifrare la scrittura Egizia. Come ci riuscì è tuttora un mistero, probabilmente inventò o ebbe delle visioni, ma rimane stupefacente come tutti gli esperti del globo accettarono la scoperta dello sconosciuto vagabondo incarcerato (del resto loro non erano riusciti ancora a capire una beata fava e i magnati che li pagavano erano irritati dal fatto che nessuno aveva ancora capito cosa vi era scritto dappertutto in Egitto, così fu utile accettare la versione inaspettata e chiedere altri soldi per altre cose). Questo lo diciamo affinchè tutti recepiscano il concetto ispiratore della nostra teoria storica per la quale non tutto ciò che sappiamo è stato tramandato con sufficiente mole di professionalità e onestà intellettuale.
Ovunque le città egizie erano tappezzate di scritte, novelli murales, e non sapendo più dove scrivere usarono il papiro che dopo alcune lavorazioni poteva essere steso come un lenzuolo e inciso.
Da questo deriva il detto che quando uno scritto è troppo lungo sembra un papiro.
La scrittura venne chiamata geroglifica perché era un nome difficile e da allora impersonificò tutte quelle calligrafie incomprensibili.
Esempi di decifrazione di tale scrittura possono rendere meglio l’idea della sua forza comunicativa;
quella frase sopra riportata evidenzia la natura violenta dell’autore, infatti, pur non sapendo tradurre l’antico egizio risulta evidente la natura violenta delle parole di colui che scrisse queste frasi che chiaramente mostrano che ce l’aveva con qualcuno, tanto da volerlo impiccare o consegnarlo alle fauci di un leone.
Abbiamo lasciato l’antico Egitto alla fine della prima dinastia senza che vi fosse posto rimedio all’annosa divisione fra il nord e il sud.
Per far ripartire il buon governo, in corrispondenza della nuova dinastia, occorreva mettere d’accordo il nord con il sud e questo avvenne con l’elezione del primo faraone della seconda dinastia, Notepsekhemuy che cercò di offrire feste comuni dove magari far incontrare e crescere nuove coppie miste.
Purtroppo tale tentativo ebbe una pausa con il suo successore, Raneb, che amava vivere negli stagni ed era un gran mangiatore di rane ma del problema non era molto interessato.
Fu con Nynietjer che i faraoni ritornano ad essere di grande spessore politico e militare.
Egli era un accanito sudista ed annientò la casa del nord, ovvero una casupola che era situata a nord del palazzo reale, sollazzandosi, in tal modo, del suo desiderio e frustrazione di annientare il regno del nord.
Fu anche noto per una sua debolezza e sottomissione alla moglie che, peraltro, gli impose di emanare un editto assai lungimirante, anche se nell’occasione assai sospetto e di convenienza, dove si dichiarava la parità di genere alfine che anche le donne potessero diventare faraone.
Qualcuno potrebbe pensare ad una suffragetta ante litteram …. Ma solo qualcuno!
Così con il faraone successivo, Sekhemib, ritornarono gli antichi dissapori fra nord e sud mentre il faraone era afflitto da crisi di identità (si domandava “ essere o non esser un pollo…. Sono uomo o sono faraone… o tutte e due…) che, non si sa con quale logica, lo portò a cambiare nome in Peribsen.
Per rimettere tutto in ordine, come in ogni buona novella, ci voleva un matrimonio e questo avvenne fra il faraone Khasekhemuy (sudista) e una principessa nordista, Nemathap, fra l’altro ripudiata da tutti per la sua bassa statura, a quei tempi erano un po’ prevenuti, che è all’origine della parte finale del suo nome … Thap.
Con loro, e non poteva essere altrimenti visto che neanche si guardavano, si estinse la seconda dinastia … non venite a dirmi che non avete colto il nesso …. Per chi non lo ha capito, questi due non lo fecero mai …. Ma proprio mai, chiaro!
Nel prossimo articolo cercheremo di entrare nel mistero della scrittura Egizia, i famosi geroglifici …
Dopo la morte di Menes, avvenuta in circostanze ritenute gloriose o addirittura eroiche, come abbiamo raccontato nel precedente articolo, venne nominato come successore Djer che passerà alla storia come il primo cornuto, grazie alla faraona, sua sposa, che ebbe l’ardire di avere un figlio con gli occhi a mandorla, casualmente molto simile ad un mercante cinese ben introdotto (in tutti i sensi) a corte.
Il poverino scaricava la sua vicissitudine sui suoi sudditi, introducendo quella discutibile tradizione di sacrifici umani. Uno fra i più conosciuti sacrifici umani avvenne alla sua morte; egli volle che i suoi servi venissero seppelliti con lui per fare i lavori manuali nell’aldilà.
Questa richiesta di CoIf eterno,oserei dire ampiamente legittima da parte di un sovrano fannullone che non sapeva neppure allacciarsi le scarpe, introdusse uno strano allontanamento del popolo dai sovrani che seguirono.
Riteniamo che il tutto si spieghi nel aver superato ampiamente l’età del suicidio da parte di questo popolo, che sarà anche pollo, ma non scemo. Pertanto, se prima si faceva a gara nel farsi accettare come servi del faraone, ora, la gara era esattamente l’opposto, cioè starsene alla larga, oppure come alcuni temerari, allontanarsi poco prima della sua dipartita. Anche questa ultima ipotesi era difficoltosa da percorrere e lo divenne ancora di più quando anche i faraoni se ne accorsero e iniziarono a fare fantasiose e macabre finte.
Alla morte di Djer, Merneith, la faraona allupata, si prese il potere tutto per sé, in attesa che il figlio avuto con il cinese prendesse il posto del defunto cornuto, ma il popolo, notoriamente maschilista, si ribellò ed escogitò uno stratagemma per allontanarla dal trono.
Lo stratagemma fu davvero semplice: chiamarono a corte un nugolo di mercanti cinesi, che notoriamente esercitavano una certa presa sulla faraona e la impegnarono a tal punto che ella scomparve dalla circolazione.
Si poté quindi innalzare un nuovo faraone: un certo Djet.
in quel periodo vi era anche un nobile che per le sue ricchezze era in grado di competere con il faraone. Costui, di nome Sekhemka, era tanto ricco da permettersi il lusso di sacrificare una marea di bovini per il gusto di avere una tomba incastonata di corna.
Questa azione, ultima di una serie di “gare” con il gelosissimo Faraone, causò una crisi alimentare che il Faraone cercò di risolvere imponendo delle privazioni alimentari, le famose diete, che vennero così chiamate dal nome del sovrano.
Si fecero strada i primi erboristi e le novelle dottoresse Tirone, nacque Slim fast e si diffusero sintomi come l’anoressia.
Alla morte di Djet, probabilmente dovuta ad un eccesso di zelo nell’applicare una dieta, lo scettro del Faraone ripassò nelle mani conosciute del figlio cinese della Faraona, Den, che per scagionarsi dalla “colpa” di essere cinese, combatté per tutta la sua vita l’oriente.
Egli era quasi completamente sordo, forse fu per questo che non capiva niente? .. così fu soprannominato “Udimu”. Il suo regno fu contrassegnato da una pigrizia senza eguali, tanto che il suo gran cancelliere (mansione di importanza fondamentale per un popolo che usava scrivere sui muri), Hemaka, aveva smesso di cancellare, con il risultato che le cronache murarie furono infarcite di strafalcioni grammaticali degni di bambini dell’asilo, inoltre Hemaka passa alla storia, non a caso, come il probabile inventore della amaca.
Pare, comunque, che questo fannullone trovò l’elisir dell’immortalità, visto che si rifece vivo nel xx secolo d.C. con nomi analoghi in Cina.
Alla “momentanea” scomparsa del cinese si ebbe un periodo di gelosie diffuse fra nord e sud derivate dalla reciproca accusa di aver ricevuto l’onere di indicare il nuovo Faraone, essendo il cinese figlio di nessuno… o di tutti, non vi era discendenza diretta, e da questa innegabile fortuna ne derivava una difficile elezione al trono.
Fu incoronato un certo Adjib che non contò nulla, così, come spesso accade quando chi conta non conta, si fece largo un golpista. Il suo nome era Semerkhet e fu di una cattiveria tale che fece cancellare il nome del suo predecessore da tutte le pareti scritte in quel periodo, un lavoraccio immane che lo occupò per tutta la sua esistenza e mentre era tanto occupato in cotanto messianico impegno, nel paese avvennero disastri di ogni specie, tanto che alla fine il suo nome fu sinonimo di “sfiga” (mi sia concessa tanta chiara espressione).
Il successore di cotanta s… fortuna non poteva che essere un buono, del resto basta pronunciarlo per rendersene conto; il suo nome era Qaa e con lui terminano le abitudini dei sacrifici umani e visto che un tipo così non lo sposava nessuno, finì anche la prima dinastia dei Faraoni d’Egitto.
Il Faraone Menes ripreso nell’atto a lui più congeniale, ovvero quello di “menare” un suddito.
Il primo faraone, Narmes o Menes, a secondo di chi lo chiamava si era oramai insediato e, come abbiamo visto, aveva di fronte il problema del nord e del sud.
Per far felici le due fazioni, quelle del nord e del sud, il Faraone fece riempire il suo palazzo di piante di papiro, simbolo del nord, e legalizzò il gioco del lotto assai praticato al sud.
Gli esperti insistono nel sostenere che il simbolo del sud fosse il fiore di loto, ma come al solito non sanno andare aldilà del loro pur lungo naso.
Essi avevano letto nelle antiche scritture “loto” al posto di “lotto”, perchè fondamentalmente dislessici e bucolicamente lo hanno fatto passare per un fiore.
Menes si accorse che non bastava il suo fascino per addomesticare le due anime dell’Egitto e quindi pensò che fosse utile trasferirsi di casa in un luogo non sospetto (ne a nord ne a sud), anche perché a Thini, la sua città natale, lo ricordavano tutti come il pollivendolo del paese e questo nuoceva alla sacralità del suo nuovo ruolo istituzionale.
La ricerca di una città dove trasferirsi e che avesse i requisiti sopra esposti fu vana, oltretutto in quel tempo vi era scarsità di alloggi e l’edilizia non andava per la maggiore. Così al novello Faraone non restò che fondare un pollaio … ehm, cioè una città apposita.
I geografi si diedero da fare ed infine segnarono un punto sul corso del fiume Nilo che stava esattamente in mezzo fra il nord e il sud.
La città fu chiamata Menfi in onore di Men (il Faraone) e di Fi, il geografo che scoprì quel punto sul Nilo; l’unica cosa che sappiamo di Fi è che fu eliminato poco dopo la costruzione del palazzo reale in quanto si venne a conoscenza del motivo per cui in quel luogo nessuno aveva mai costruito neppure una baracca.
Menfi fu fondata, infatti, nell’unico punto dove era matematico lo straripamento costante e annuale del Nilo, con inevitabile allagamento delle terre circostanti e perciò, ora, anche del palazzo reale.
La Morte di Menes
Si narra che la fine di un capo non possa che essere originale ed essere ricordata in modo enfatico, perciò Menes, giunto ad una certa età, non riuscendo a morire in situazioni particolari, dovette escogitare un hobby rischioso che lo avrebbe portato a un sicuro e glorioso trapasso.
S’inventò la caccia grossa, che in quelle zone non poteva che essere fatta cacciando ippopotami e fu cacciando, appunto, un ippopotamo che, finalmente, egli trapassò.
Nessuno può dire di aver avuto tanto dagli animali quanto costui. C’è chi dice che l’ippopotamo fosse al soldo dei servizi deviati, ma queste rimangono solo congetture mondane che la storia non registra.
Abbiamo lasciato il popolo dell’antico Egitto alle prese con la scelta del primo capo, dopo l’infelice esperienza precedente.
La questione venne risolta intorno al 3100 a.C. e a risolverla fu un certo Narmer o Menes (qui le notizie cambiano se provenienti da nord o da sud in quanto nessuna delle due terre voleva passare alla storia come quella che subì il primo vero Re dell’Egitto unificato), gli esperti lo chiamano in modi diversi, tanto che ci sfiora il dubbio che in realtà fossero in due.
Egli era infatti un allevatore del nord ma originario del sud e aveva capito che il futuro della regione stava nel comportamento delle bestie che allevava.
Era, infatti, titolare della ditta “Dai polli alle Faraone” e, acuto osservatore del suo bestiame, aveva intuito che la Faraona era rispettata ed adorata dal resto del pollame e che pertanto non poteva essere discussa, pena una mortale beccata.
Questa teoria istituzionale fu vincente a tal punto che egli si fece nominare “Faraone di tutto l’Egitto”, benchè uomo e non donna, cambiando la natura matriarcale del pollaio.
L’operazione fu possibile grazie allo sguinzagliamento contro i suoi avversari di tutto il potenziale del suo allevamento, faraone e tacchini compresi.
Di fronte a questa inedita tattica militare gli abitanti della regione non seppero opporre nulla di concreto, non erano abituati a farlo, e fecero proprio la figura dei polli.
Essi divennero dei veri sudditi del Faraone, nella incosciente speranza che, almeno, qualche decisione saggia, il novello tiranno, magari, la potesse prendere … prima o poi.
La Consacrazione
Menes era ossessionato dal fatto che non voleva passare per pollo … cioè per un suddito qualsiasi e per non farsi ridere alle spalle dai suoi simili, decise, di fronte alla constatazione che il palazzo reale era in un punto considerato umido e in mezzo al Nilo, che dovesse essere il Nilo a cambiare strada.
E così fece innalzare una muraglia che fece deviare il corso del fiume, sbalordendo il mondo intero e facendosi anche consacrare come un dio.
In realtà nessuno si fidò mai di quella trovata e tutti coloro che si recavano a palazzo, prima facevano testamento; questo contribuì a far crescere il terrore verso il palazzo e il conseguente distacco del popolo verso il suo Faraone.
Nel prossimo articolo guarderemo in particolare l’attività e le decisioni prese da questo primo Re D’Egitto.
Mentre i “Sumari” facevano i primi ragli nella storia, come sicuramente avrete letto negli articoli precedenti, poco più in là, un’altra civiltà iniziava il suo percorso.
Inizialmente non era un soggetto interessante e la cronaca non è degna di nota ma poi le cose iniziarono a complicarsi e come abbiamo avuto modo di vedere in precedenza, la valle del Nilo era divisa fra il nord e il sud.
Anche in questa parte della terra la pratica della scelta del capo era stata assimilata ma come dice bene il proverbio “non tutte le ciambelle vengono col buco” e questa ciambella trovò un vistoso intoppo che cambiò la faccia della terra e il corso della storia.
IL PRIMO CAPO
Avvenne così che nel sud dell’Egitto, dove ricordo, il capo aveva vita più breve, comparve l’inevitabile soggetto castigamatti, poco incline ad assoggettarsi alle regole imposte al malcapitato capo di turno.
Il soggetto comparso era piuttosto vendicativo ed ostico ed è possibile che queste caratteristiche furono anche alla base della scelta effettuata sul suo conto, basato sul concetto che se fosse stato il capo, dopo poco sarebbe stato eliminato, risolvendo in modo definitivo la sopportazione verso tale soggetto; “due piccioni con una fava”, avranno pensato i cittadini del sud.
Egli iniziò a non accettare le conseguenze dei suoi, pur innumerevoli, errori, superando la logica della defenestrazione e diventando spavaldo tanto da impedire la destituzione anche formale e così, di fronte alla irritazione dei suoi “elettori”, ha iniziato a difendersi, talvolta anche attaccando, punzecchiando tutti coloro che lo avvicinavano e da questa originale reazione venne chiamato “scorpione”; Con tale nome passerà alla storia come il vero primo capo dell’antico Egitto, nonostante quello che gli esperti, in modo balbettante, hanno tentato di spiegare questo fatto, tacciandolo per leggenda.
Più che capo dovremmo parlare di tiranno, temuto e malvoluto visto che non mollerà il comando fino alla sua dipartita naturale.
Ritratto del primo vero capo
La notizia di questa novità istituzionale e sociale si sparse in ogni angolo della terra e ciò produsse nuove speranze per i capi in carica presso gli altri popoli e parallelamente crebbe il timore fra le genti e i popoli che il virus tirannico potesse attecchire anche fra di loro.
La metamorfosi della natura del capo portò ad uno scontro fra il sud, fedelmente e forzatamente allineato con il proprio capo “scorpione” e il nord che vedeva in questa novità organizzativa della società, un pericolo concreto che andava a minare i principi cardine della loro filosofia di vita basata sulla “selezione naturale” della classe dirigente.
Lo scontro divenne ancora più acuto alla morte del capo “scorpione” quando si dovette procedere ad eleggere il suo successore e scegliere se doveva avere le stesse caratteristiche oppure tornare alla tradizionale “selezione naturale” che rendeva la professione del capo decisamente precaria.
Nel prossimo articolo entreremo ufficialmente nella storia di questo straordinario antico popolo, scopriremo le dinamiche della successione al comando e la fondazione di un nuovo e primo grande regno.
Correva, infatti, l’anno 2550 a. C. quando i Somari, gelosi della centralità storica assunta dal vicino Egitto, (di cui parleremo prossimamente) vollero essere altrettanto attivi e presenti nella cronaca d’epoca.
A questo riguardo si dedicò assiduamente un Somaro Uricco di Uruk, il cui nome non conosciamo anche se è probabile che ne avesse avuto uno … costui volendo imitare i faraoni d’Egitto, comprò le altre città Somare e venne perciò da tutti riconosciuto come il “Re dei Somari”. Non è ben chiaro se questo fosse da ritenersi un grande onore, visto che oltre a ragliare in modo regale egli si distinse anche per la durezza di comprendonio (da buon re di tutti i Somari non poteva essere che il più alto esempio).
Con questo gesto anche i Somari potevano dire di avere un regno, avendo un Re, ma ancora tanta strada dovevano percorrere prima di sentirsi alla pari con il vicinato. Avendo ancora tanta strada da fare si accorsero, geniale intuizione, che i loro mezzi di locomozione (i somari, gli asini, i muli) erano alquanto lenti e poco attendibili (quando si intestardivano non li spostava neanche un esercito).
Iniziarono, perciò, a guardarsi attorno per ricercare eventuali mezzi di locomozione più attuali e adatti al loro impeto di rincorsa storica. Vennero, così, a conoscenza di animali che correvano nella steppa, simili ai somari, ma un po’ più svegli. Questi animali venivano chiamati “Valli” perché si diceva: “Valli a prendere se ci riesci” .
Una spedizione di Somari partì alla caccia dei “Valli” ma con esito negativo; solo dopo una soffiata ricevuta da un loro agente segreto di origine sicula appartenente al loro efficiente controspionaggio che gli annunciò: “Ca-Valli”, nel senso che vicino a lui c’erano i “Valli”, riuscirono a scovarli, ma essendo somari non compresero il senso della soffiata e pertanto giunti dinanzi ai sospirati animali, essi li chiamarono “CA-VALLI”.
Il fatto di averli individuati non significò averli anche convinti a portare i Somari in groppa. Per convincerli dovettero regredire fino all’età del suicidio organizzando dei tentativi che furono chiamati con il nome in codice “RODEO”. Furono però gli animali che si stufarono di essere maltrattati e disturbati, così si arresero. Tutto ciò passò alla storia come … la domesticazione del cavallo.
Con questa pillola di grande storia che ha reso perfettamente l’idea di questo popolo, possiamo abbandonarlo e nel prossimo articolo ci sposteremo nel vicino Egitto dove nel frattempo un’altro antico popolo aveva iniziato il suo cammino.
Abbiamo conosciuto, nell’articolo precedente, il popolo dei Sumeri e le loro città (dette ci-sta) ed ora ci accingiamo ad entrare nella vita quotidiana di questo popolo.
Occorre premettere che i Sumeri avevano anche delle loro idee sulla creazione dell’universo e sull’oltretomba, che fossero proprio loro non possiamo giurarlo, certamente si distinguevano dagli altri autoctoni indigeni e ne facevano una caratteristica sociale ben distinta, quasi come una setta, questo non toglie che delle idee di siffatte persone non ce ne può fregar di meno, tanto più che queste idee furono scritte dai loro esperti!!!
Impossibile, pertanto, per noi tenerne conto, vista la pessima calligrafia, nonostante che i nostri esperti hanno creduto di decifrarne il corretto contenuto.
Ora, noi non crediamo ai nostri esperti quando interpretano la bella calligrafia, figuriamoci in questo caso dove la traduzione da una pessima calligrafia risultasse una ulteriore deformazione fra colleghi che presumibilmente avevano lo stesso difetto … essere bugiardi!
GLI SCACCHI
Uno dei passatempi più in voga presso i Sumeri era la battaglia con i soldatini: Data la loro origine di popolo disordinato, si volle, almeno nel gioco, trovare un minimo di equilibrio e regole sensate.
Se ne incaricò la scuola che ideò questo strano quadrato a macchie nel quale i soldatini potevano muoversi. Nacque il gioco degli scacchi che all’inizio non aveva ne Regine ne Re, ma mamme e papà con intorno figli e zii.
Nella società tribale la famiglia era effettivamente un esercito… Col passare del tempo e le modificazioni sociali anche le pedine cambiarono look.
LA BUROCRAZIA
Parolaccia e pratica odiosa che da qualche parte doveva pur aver avuto inizio, questo moloch sciagurato e onnipresente difetto, o disgrazia sociale e istituzionale pone la sua nascita fra i “Somari” di Lagash, presso la locale scuola degli scribi. In questo luogo lo scriba Enikgal inventa il sistema amministrativo, padre di tutta la burocrazia e non contento realizza anche una precisa mappa fiscale, completando in questo modo la disgrazia.
Il primo pensiero che gli balza fra i neuroni sembra quindi essere dettato dal desiderio, anch’esso insano, di far pagare le tasse ai cittadini, ma nel contempo il primo pensiero dei suoi concittadini è certamente quello di maledirlo.
Del resto l’evidenza di una notevole dose di sadismo di questo personaggio è per molti esperti indice di una altrettanto evidenza nel riconoscere i suoi cromosomi reincarnati in varie forme e giunti fino ai nostri giorni.
Le stimmate dello stato e delle sue leve di comando erano appena nate o abbozzate e mancava solo il tratto finale, ovvero colui che le incarnasse e le trasformasse in pratiche di potere.
Costui è il capo che inizia un percorso per arrivare ad essere Re … ma questo lo vedremo nel prossimo articolo.
Per governare queste città venne indetto un concorso annuale allo scopo di stabilire lo scemo del villaggio che era adibito ad ascoltare le lamentele e le magagne di tutti, facendo da giudice o da paciere.
Benché l’incarico fosse “a vita” il concorso era annuale perché in tale carica difficilmente si campava più di un anno.
IL RUOLO DEL CAPO
La figura del capo era assai differente fra i primi popoli. Il capo nacque come capro espiatorio o come figura da punire. Pertanto la carriera del capo era una carriera a ritroso, per lo più sciagurata e comunque da evitare.
Le prime società designavano i capi senza dar loro dei privilegi, anzi, essi venivano depauperati, confiscati di tutti i loro beni e mandati ad operare in quell’infausto incarico senza nessuna prospettiva. Di fatto non si poteva tornare indietro e quindi si trattava di una specie di condanna a morte.
Vi furono anche dei suicidi, dopo la nomina, che testimoniano la imperfetta aderenza alla volontà popolare e allo spirito di servizio di quei popoli primitivi.
Del resto lo spirito di sopravvivenza era ormai maturato in tutti gli ominidi e quindi non c’è da stupirsi se risultava così difficile eleggere un capo. Ben presto le cose cambiarono, anche perché questo atteggiamento verso una carica che doveva indicare cose importanti era contraddittorio.
Infatti si può notare come, nonostante tutti sapessero il destino inevitabile di quella carica, sconvolge pensare che l’incaricato fosse insindacabile sulle decisioni da prendere. Ora, noi pensiamo, che con un destino così, chiunque non si impegnerebbe più di tanto ad azzeccare delle decisioni, lo farebbe solo per allontanare l’inevitabile fine, al contrario potrebbe accanirsi a sbagliare appositamente, giungendo ad una logica di vendetta finale del povero designato.
Nonostante tutto, questo atteggiamento andò avanti per decine di anni, il che fa supporre che avevano necessità di far fuori una notevole quantità di persone e lo facevano designandole a quella carica.
Ma torniamo alle nostre “ci-sta” sumere.
A noi sono arrivate notizie di alcune delle città di questo popolo e dopo qualche riflessione standardizzata ci è venuto il sospetto che le informazioni tramandate fossero solo quelle deliberatamente volute da qualcuno.
Se così fosse, allora possiamo capire che si sia voluto rappresentare questo popolo e le sue città in modo decadente e rozzo… forse per facilitare gli insegnanti con concetti primitivi alfine di introdurre gradualmente i soggetti nelle complesse logiche della storia.
D’altra parte, città con nomi così, non potevano che far sorgere dei dubbi sulla sanità mentale di quel popolo oppure più verosimilmente sulle difficoltà logopediche di chi era addetto alla toponomastica.
Vediamone un riassunto fra le più importanti:
UR – Città composta a maggioranza da pigri, ma così tanto pigri da chiamare la propria città nel modo più breve possibile.
NIPPUR – Nella città potevano abitare solo i negativisti e i pessimisti e per entrarvi occorreva passare un severo esame di catastrofismo.
LAGASH – Peculiarità genetica degli abitanti di questa città furono le enormi ganasce da cui il nome stesso del luogo
URUK – Dove abitavano gli U-ricchi !!!
ERIDU – La città più allegra e felice dove gli abitanti riduno e riduno in continuazione
Ma i Sumeri furono artefici di particolarità sociali e organizzative insospettabili che vi racconteremo nel prossimo articolo.