QUEL TESTONE DI GIONA

Fra quelli che vengono considerati i profeti minori c’è un altro profeta che desta la nostra attenzione nella stessa epoca che stiamo percorrendo, è lo sfortunato Giona che ha un posto d’onore nella Bibbia ma anche nella nostra memoria culturale.

La sua storia potrebbe essere una sceneggiatura di un film di Spielberg, paradossale e in qualche modo avvincente, una sorta di puntata di Indiana Jones.

Pare che Dio comandò Giona di andare a Ninive a predicare ma che, invece, costui prese un’altra strada e fuggì a Tarsis e si imbarcò sulla prima nave in partenza.

Non si conoscono le motivazioni di questo atteggiamento ribelle e dove o cosa volesse fare in alternativa alle direttive impartite ma, sta di fatto, che una volta imbarcato, la nave rischiò di colare a picco durante un temporale e Giona, spaventato, urla all’equipaggio che quanto stava avvenendo era tutta colpa sua perché ha disobbedito a Dio.

L’equipaggio non la prende bene e lo getta in mare!

In mezzo al mare, disperato, Giona crede che tutto sia finito, finchè un grande pesce, (da notare che da nessuna parte viene detto che si tratta di una balena come, invece, ci hanno tramandato i posteri) lo inghiotte ma non lo mastica e, intero, finisce nel suo grande stomaco, dove Giona alberga per tre giorni e tre notti, durante i quali, oltre a farsi la doccia continuamente e farsi da mangiare, prega Dio, cercando di scusarsi ma, soprattutto, continua a mollare nervosi calci nello stomaco del malcapitato pesce che ad un certo punto non ne volle più sapere e lo vomitò su una spiaggia

A quel punto, ripulitosi, obbedì e andò a Ninive per predicare e qui fu molto efficace tanto che Dio decise di non distruggere la città.

A Giona, però, tale decisione non andava a genio perché voleva che Ninive fosse punita e perciò deluso chiede a Dio di farlo morire e con un capriccio degno di un monello, si siede, al sole, davanti alla città e aspetta che succeda qualcosa.

Dio, che pure era molto paziente, prima fa spuntare una pianticella per fargli ombra ma un verme la rode e la fa morire, allora Giona si rattrista e invoca di nuovo la morte che Dio gli nega con una solida spiegazione che non vi vogliamo svelare, così, magari, vi vien voglia di leggere la Bibbia, ad ogni buon conto qualcuno dice che Giona è ancora lì seduto davanti alla città di Ninive, che nel frattempo è scomparsa, aspettando gli eventi, tutto intorno il mondo cambia, le battaglie e gli eserciti gli passano accanto, la guerra del golfo gli fa un baffo ma lui è ancora lì… ad insegnarci la perseveranza dell’uomo nel fare i capricci.

IL DRAMMA DEL PROFETA OSEA

Mentre nella penisola Italica avvengono cose che cambieranno la storia con il prode Romolo che fonda l’eterna Roma, noi spostiamo la nostra attenzione sul popolo d’Israele nel momento che vede la morte del suo sovrano Geroboamo II.

Questo sovrano d’Israele aveva contribuito ad allargare i confini del regno oltre il fiume Giordano e fino al mar Morto ma non di lui vogliamo parlare ma di un personaggio vissuto in quel tempo; Crediamo, infatti, utile soffermarci un attimo per illuminarvi su questo periodo di storia del popolo israelitico, durante il quale, attraverso il Vecchio Testamento, scopriamo dei personaggi degni delle nostre attenzioni e meritevoli di citazione.

In quel periodo visse il profeta Osea che nella Bibbia inaugura quella che viene chiamata la serie dei profeti minori, così chiamati, forse, perché contavano meno o forse perché erano di statura inferiori alla media… non lo sapremo mai e mai ve lo diremo, se volete potete leggervi la Bibbia.

In ogni caso Osea, poveraccio, è artefice di un dramma personale per la sua triste vicenda matrimoniale ed è su questa vicenda che vogliamo soffermarci.

Con lui la Bibbia sembra trasformarsi in un tabloid scandalistico, raccontando la sua storia d’amore con una prostituta, tale Gomer, fino a farla diventare sua sposa per poi essere abbandonato perché la tipa non riusciva a fare a meno di prostituirsi e apparentemente sembra non ne avesse ne bisogno ne sembrava costretta ma semplicemente … gli piaceva, forse lo considerava una distrazione, un hobby.

Osea indefesso martire dell’amore continuava, nonostante tutto, ad amarla fino a pagarne il riscatto in denaro pur di riaverla in casa e perdonarla.

La Bibbia ne fa un parallelismo con la fedeltà del popolo d’Israele con il suo Dio, ma noi, più prosaicamente, ci fermiamo ad una riflessione estetica e psichiatrica: o lui era un matto oppure questa Gomer deve essere stata davvero uno schianto se, come sembra, aveva così tanto successo nella sua professione … perciò dobbiamo dedurre che, nonostante quello che si pensi, anche i profeti avevano il loro fascino che andava aldilà della loro indubbia vita carismatica.

Probabilmente Osea fu il più fortunato dei profeti ad avere uno schianto di donna come Gomer … sempre che le nostre supposizione risultino veritiere … altrimenti non rimane che il solo e triste dramma di un uomo follemente innamorato, storia tesa ma abbastanza comune.

IL POPOLO DEI SABINI

Quello che non si è soliti sapere su questo popolo, passato alla storia come gli ingenui che si son fatti fregare le donne dai romani, un fatto che macchia per sempre la narrazione nella storia di questo popolo, è che le ruggini con i futuri romani iniziarono già molto prima ovvero quando Enea sbarcò sui lidi laziali; infatti, il giovane principe Sabino Clauso (capostipite della futura e nobile gens Claudia) aiutò Turno, Re dei Rutuli, nella lotta contro gli esuli troiani.

Nonostante lo sgarro ricevuto e il misterioso omicidio del Re Tito Tazio, che inizialmente divideva il trono di Roma con Romolo e lasciò al solo Romolo il trono del nuovo regno, i Sabini si fusero con i Romani e da loro usciranno Re e famiglie potenti nella stessa storia romana… insomma una sorta di grande rivincita, perciò forse tanto ingenui non erano.

In realtà i Romani non solo si presero le donne ma copiarono e adottarono persino i loro tipi di scudi e di armature e per effetto di tale fusione l’esercito romano raddoppiò e divenne il più potente esercito dell’area, incoraggiando, come abbiamo visto, il rissoso Romolo ad ingrandire i propri confini.

Pertanto I Sabini divennero assai potenti all’interno delle mura romane, anche grazie all’appoggio delle numerose mogli dei giovani romani che erano, al tempo stesso, le loro figlie e le mogli, diciamo così … usurpate, rubate o furbescamente prestate? del resto si sà che in casa, come sempre capita, a comandare sono le donne e a Roma, per la maggior parte erano di origine Sabina.

Pertanto potremmo affermare che il popolo Sabino fu il più astuto popolo antico che raggiunse un enorme potere senza essere notato, anzi addirittura sottovalutato e grazie alle proprie donne … altro che ingenui!

LA PRIMA GUERRA DI ROMA

Come ogni grande storia che si rispetti anche per Roma è venuto il momento dove si tirano fuori le unghie e si fa valere la legge del più forte e se il mito ha una logica, allora non poteva andare diversamente, perchè la prima vera guerra di Roma avviene per le donne, come per Troia anche se le cose andranno diversamente.

Infatti lo scontro con i Sabini non poteva essere evitato dopo il famoso furto delle donne messo a segno dai Romani nei loro confronti; Ora i Sabini rimasti senza donne che altro potevano fare se non la guerra.

Lo scontro avvenne ai piedi dei colli Campidoglio e Palatino, dove, in futuro, sorgerà il foro romano.

I due comandanti che si fronteggiarono furono Mezio Curzio per i Sabini e Ostio Ostilio per i romani, un bestemmiatore incallito, non che questo sia importante se non per ricordare che durante la battaglia fu il comandante romano a morire e sembrava che la guerra volgesse a favore dei Sabini, ma Romolo, vedendo il corso della battaglia, decise di scendere personalmente in campo e iniziò a sbaragliare con veemenza le fila dei Sabini.

Fu allora che le fanciulle rapite, che fino a quel momento se ne stavano in terrazza a vedere lo spettacolo, realizzarono quanto stava accadendo e intervennero per dividere i rivali, in fondo da una parte vi erano i mariti, dall’altra vi erano i padri e i fratelli…, perciò pensarono che in ogni caso i loro figli sarebbero stati o orfani o senza zii e nonni.

Le parti in guerra si commossero da tale atto di coraggio e fecero la pace, unendo i due popoli in un unico regno gestito, insieme, da Romolo e Tito Tazio Re dei Sabini.

Qualche anno dopo, però, tal Tazio o Tito che dir si voglia, fu misteriosamente ucciso e Romolo rimase l’unico regnante.

Ci pare alquanto strana la misteriosa e provvidenziale  morte del Re Sabino,  per mano sconosciuta e a cui non seguì alcuna indagine apparente, ma tant’è a Roma dovremo abituarci a registrare questi fatti oscuri.

Poi, perché chiamarli oscuri, in fondo erano affari loro.

Romolo continuò a prendersela con i popoli vicini e conquistò prima Medullia e poi Fidene, città vicine inutili e indegne e che, fra l’altro, non erano state razziate dalle donne nel famoso ratto narrato poc’anzi.

Il fatto è che, ormai, ci aveva preso gusto ad attaccar briga con i popoli vicini e, non sazio, finì per conquistare anche la città di Cameria ed infine sconfisse anche la potente città etrusca di Veio.

Quando uno inizia a fare una cosa e gli viene bene non ha voglia di smettere ma anzi di continuare… così è la vita, così è la storia.

ROMOLO E LE QUOTE ROSA

Quando si tratta di fondare una nuova città, soprattutto se questa città è avvolta nel mito, tutto può sembrare grande, bello, eccitante … ecco, magari non proprio così eccitante!

Infatti, nella nuova città, Roma, mancava un particolare importante, ovvero scarseggiavano le donne!!!

Già, perché gestire gente ansiosa di riscatto è una cosa, ma gestire assatanati maschioni con ormoni in libertà era ben altra questione e Romolo, novello Re, doveva procurare delle donne ai suoi cittadini … insomma fra le prime difficoltà si trovò nella condizione di, oggi diremmo, garantire le quote rosa …. facile a dirsi, ma come fare?

Romolo salì sul colle più alto a meditare e guardandosi attorno vide che le città dei popoli vicini erano piene di donne, perciò, pensò, bastava prenderle…!

Certo gli altri non le avrebbero cedute facilmente e non l’avrebbero certo presa bene, questa originale iniziativa, ma d’altra parte disse fra sé e sé “vita mea donna tua”.

Per raggiungere tale obbiettivo si tentò la via diplomatica ma i vari popoli, davanti a tale proposta si indignarono e cacciarono i diplomatici, perciò Romolo organizzò una grande festa in onore di Nettuno equestre e invitò alla festa i popoli vicini, ovvero i Ceninensi, gli Antemnati, Crustumini e i Sabini, quest’ultimi erano i più vicini di casa perché stavano sul colle vicino chiamato Quirinale.

I popoli accettarono di buon grado e con figli e consorti accorsero alla festa, se non altro per la curiosità di vedere la nuova città; come vedete la curiosità di vedere Roma è all’origine della sua storia.

L’obbiettivo è quello di organizzare un mega rapimento delle donne nel bel mezzo della festa e quando la festa arrivò al suo apice, scoppiò un tumulto e i giovani romani corsero per rapire le fanciulle; molte cadevano nelle mani del primo capitato mentre quelle più belle erano destinate ai senatori… il fato divino o il fascino del potere?

Terminato lo spettacolo i genitori delle fanciulle rapite, frastornati, scapparono e le fanciulle furono lasciate in balia dei giovani romani.

Tutto sembra apparire assai brutale ma qualcosa di strano, quella notte, accadde, perché Romolo riuscì a placare gli animi delle fanciulle in maniera molto veloce, forse troppo, insomma sospetta.

Evidentemente aveva usato “argomenti validi” oppure, forse, viene il sospetto che alle fanciulle, tale situazione, non dispiacesse, poi, così tanto.

Sembra che le cortesi attenzioni e la passione dimostrata dai giovani romani abbia colpito nel cuore le fanciulle che erano, evidentemente, abituate male e trattate peggio nelle loro città.

Anche Romolo trovò moglie fra queste fanciulle, il cui nome era Ersilia, da lei ebbe poi anche una figlia chiamata Prima ed un figlio di nome Avilio, ma di questi gossip a noi ce ne può fregar di meno.

Tali attenzioni placarono, dunque, l’ira delle fanciulle rapite ma non l’ira dei popoli defraudati dalle loro migliori e giovani donne.

I primi a muovere armi contro Roma furono i Ceninensi che furono battuti e Romolo stesso uccise il loro comandante, di nome Acrone, per poi contrattaccare la loro città e una volta espugnata la assoggettò al suo regno.

Tale sorte toccò poco dopo agli Antemnati e poi ai Crustumini.

Romolo, oltre ad assoggettare le città, allargando il suo dominio, concedette ai genitori e i parenti delle fanciulle rapite di stabilirsi a Roma e ciò aumentò il consenso sia delle fanciulle che dei popoli vinti.

Tranne i Sabini!

Infatti la maggior parte delle fanciulle rapite erano Sabine, ecco perché il fatto è passato alla storia come il ratto delle Sabine e quelli non erano degli sprovveduti, pertanto armi e bagagli si gettarono contro Roma … ma questa è un’altra storia.

LA PRIMA ROMA DI ROMOLO

Romolo tratteggiò i confini della nascente città, ma dentro questi confini vi erano solo alcuni pastori ed essere un Re di alcuni pastori non deve essere risultato molto eccitante.

Perciò, Romolo fece una gran pubblicità in tutta l’area, invitando tutti coloro che chiedevano asilo, rifugiati, esiliati, anche i criminali, schiavi fuggiti e ogni altro derelitto che non poteva essere accettato benevolmente presso le città circostanti, a venire a vivere in città e, in men che non si dica, la città si popolò e il colle Palatino non fu più sufficiente.

Romolo, quindi, allargò i confini e riempì ben cinque dei sette colli circostanti.

Incredibile constatare quante strane e anche brutte persone vi erano in giro da quelle parti e altrettanto indicativo era pensare a quale tipo di vita vi si era instaurata in città, con tutte quelle persone non sempre raccomandabili e certamente difficili da far coesistere e convivere insieme.

Pensare che le radici di Roma hanno queste caratteristiche la dice lunga sulla voglia di riscatto, anche rabbiosa, che aveva questa nuova comunità.

Occorre precisare che, richiedenti asilo, rifugiati e schiavi, tranne i criminali, non necessariamente erano delle brutte persone ma certamente avevano un gran desiderio di riscatto e Romolo incanalò queste incazz… ehm, attese, creando una comunità altamente combattiva e competitiva.

Infatti una delle caratteristiche che accomunavano tutte le genti era l’astio verso le città e le popolazioni vicine che non erano state tenere con loro o, a dirla in modo pacato, non molto accoglienti.

Questo unione di persone in un luogo solo fece preoccupare non poco il vicinato che vedeva con sospetto la nascita di una città fatta da scarti e ribelli.

Intanto Romolo divise la popolazione fra coloro che potevano combattere e quelli che non erano in grado di farlo, a quel tempo non era ancora diffuso il vizio dei finti riformati e invalidi, perciò i combattenti formarono un nutrito esercito.

Prese, poi, le genti di origine nobile e formò un organo istituzionale chiamato Senato, per discutere le questioni della città e istituì i Comizi curiati con il compito di emanare leggi e tutti costoro erano volontari ovvero non erano pagarli, questo vizio, di essere pagati per governare, pertanto, non è da attribuirsi alle origini romane, non era congenito ma verrà ad instaurarsi più tardi.

ROMOLO E REMO GEMELLI LITIGIOSI

Se qualcuno ha in mente che Roma è un coagulo di litigi politici, non c’è da stupirsi perchè questo è proprio nel DNA della nascita di Roma; Infatti si narra che i due pargoli gemelli, una volta cresciutelli, dopo aver fondato la città, si diedero subito alla nobile e antica pratica del litigio, cosa che in verità avevano praticato fin dalla nascita anche se nessun storico lo vuole ammettere per lasciare intonso il mito dei gemelli uniti per la pelle.

In realtà non era così e quando venne il momento di stabilire a chi fosse toccato essere il Re di questa nuova città, furono scintille perchè già fra i due non correva buon sangue.

Secondo una pratica antica di quei pastori, tali scelte, in ogni caso, non venivano lasciate al caso!

Essi si affidavano alla volontà divina che si manifestava in diverse modalità; quella scelta dai due gemelli per dirimere la questione fu con il volo degli uccelli, avessero usato un dado sarebbe stato più semplice e finanche più sicuro, ma così si usava a quel tempo.

Perciò, si racconta o si vuole far credere, che essi si piazzarono su due colli e colui che avesse avvistato il maggior numero di uccelli, avrebbe vinto e ricevuto la benedizione degli Dei diventando Re di Roma.

Facile a dirsi ma un po’ più difficile da praticarsi, infatti, Remo si piazzò sul colle Aventino e avrebbe, si dice, per primo, avvistato sei avvoltoi (secondo la sua parola, non vi erano testimoni) mentre Romolo attestato sul Palatino ne avrebbe visti dodici (sempre senza testimoni).

Non poteva che finire in rissa!

Uno sosteneva che aveva più valore chi li ha visti per primo e l’altro sosteneva che contava di più il numero di uccelli avvistati, come vedete le regole vanno scritte bene altrimenti sono guai.

Dallo scontro, Remo ebbe la peggio e morì, non sappiamo se per mano violenta del fratello oppure per un colpo apoplettico durante la discussione, c’è persino chi insinua che morì a seguito dell’attacco dei falchi avvistati da Romolo che li aveva istruiti notte tempo a dovere.

Così Romolo, rimasto solo divenne Re e, si dice, prese un aratro con il quale tracciò i confini della sua nuova città … perbacco magari è stato proprio così ma facciamo fatica a vedere Romolo, un tipo un po’ viziatello, che usa l’aratro, inoltre, si dice, che vi alzò delle mura difensive … ecco a questo punto ci rifiutiamo di pensare che fece tutto da solo … avrà avuto dei complici!

In ogni caso COSI’ NACQUE ROMA! 

Come si dice … “fatta Roma ora bisogna fare i romani”

L’ALUZINNU IL BUFFONE BABILONESE

Spesso si è tentati di pensare che gli antichi facevano solo guerre e atroci vendette, faide familiari e altre cose tristi e serie ma non ci è mai passato dalla testa che anche quei popoli sapevano divertirsi e ridere.

Questo stato delle cose è decisamente colpa degli storici, concentrati sui fatti politici e militari e sulle tragedie popolari e umane che non avevano tempo di sorridere un po’ e pertanto hanno trasmesso ai posteri un messaggio di popoli mesti, tristi, rabbiosi e rancorosi.

Ma la nostra natura è quella di dare il sorriso alla storia e allora non potevamo tralasciare di raccontare quello che fu l’antenato del comico, colui che aveva il compito di far ridere la gente.

Al tempo degli Assiri-Babilonesi vi era quello che noi chiameremmo “pagliaccio” o più comunemente “comico” e il suo nome era Aluzinnu che significava, tradotto letteralmente, colui che siede su una capra.

Indubbiamente questa postura determinava già un segno inconfondibile di presenza ma a ciò si aggiungeva, di volta in volta, un costume vivace persino scandaloso, spesso si travestivano da donna e vezzeggiando facevano la parodia di di nobildonne o si truccavano per sbeffeggiare nobili e Re.

Tali eventi avvenivano alla luce del sole, nelle strade e nelle piazze e tutto ciò era ben accetto o comunque tollerato perchè far ridere era anche terapeutico per il popolo che altrimenti avrebbe sfogato diversamente le loro disgrazie.

Certamente non accadeva tutti i giorni ma solo in determinate festività religiose, dove in fondo tutto o quasi è permesso.

L’aluzinnu è pertanto l’antenato del comico, del buffone, dei pagliacci e i più bravi o i più graffianti venivano ospitati nelle feste dei nobili e nelle coorti per allietare e stemperare le tensioni fra i conviviali.

Non di rado qualcuno magari esagerava o aveva la sfortuna di esibirsi in un momento sbagliato e allora, alla fine della performance dove faceva ridere tutti, faceva la fine di chi non rideva più, con buona pace della tolleranza … che volete farci ad ogni mestiere corrisponde un rischio.

L’IMPORTANZA DELLE MAGHE FRA GLI ITTITI

Vi sono tradizioni che risiedono nella notte dei tempi di ogni popolo che determinano l’importanza di personaggi e mestieri che altrimenti non avrebbe ne senso di esistere ne meriterebbero di essere ricordati.

Alcune situazioni come malattie, litigi e dolori esistenziali sono presenti con vari tratti distintivi in ogni popolo ma ogni popolo trova modalità proprie per risolverli o trattarli, gli Ittiti avevano creato un mestiere apposito per le occasioni dove il dolore non era apparentemente guaribile.

Una maga, utile in tutte le occasioni, capace con rituali improbabili di far pensare che il problema fosse risolto; da questa maga si rivolgevano fiduciosi gli Ittiti con malattie, spesso incurabili oppure immaginarie ma soprattutto si rivolgevano per sanare diatribe familiari e lo facevano con rituali che consentivano di trasferire le sventure verso un capro espiatorio da eliminare.

Per esempio: si racconta in un antico testo Ittita su come liberarsi dei litigi fra parenti, pratica assai diffusa, ebbene, occorreva rivolgersi alla vecchia signora, così veniva chiamata la maga, portandogli una pecora nera che veniva sacrificata con riti e modalità che oggi verrebbero considerati atti penali dagli animalisti, tutta la rabbia veniva fatta sfogare sull’animale, personificazione del parente odiato, fino ad ucciderlo.

Così una volta sfogata la rabbia si poteva continuare con più tolleranza il rapporto con il parente odiato.

Se pensiamo che tali maghe erano assai diffuse, possiamo facilmente pensare che di rabbia da sbollire fra gli Ittiti ve ne fosse in quantità industriale ma certamente le vecchie signore erano da considerarsi un perno della giustizia sociale e utili ad un equilibrato rapporto fra le genti …. si fa per dire.

Non osiamo pensare cosa possa avvenire oggi se questa pratica fosse ancora attiva, altro che giudici di pace … inoltre non è detto che come capro espiatorio fosse sempre un animale ma poteva capitare di prendere il primo che passava da quelle parti, animale o umano … l’importante era sfogarsi per bene.

LA LEGGENDA DI ROMOLO E REMO

Dal leggendario arrivo di Enea nel lazio, facendo qualche passo più in là, ovvero alcune generazioni seguenti, non soddisfatti delle leggende precedenti, ci imbattiamo nella leggenda più famosa, quella di Romolo e Remo che se non fosse stata inventata, e magari è proprio così, non godremmo del fascino suscitato da questa incredibile e improbabile storia.

Per farla breve, altrimenti ci perderemmo nella notte dei tempi, ci ritroviamo nella regione italica del Lazio in quella che era la città più in vista di quell’area, ovvero Alba Longa.

Come legittimo Re di Alba Longa vi era un certo Numitore, che aveva un fratello minore di nome Amulio, quest’ultimo molto ambizioso, che fece uccidere il fratello e pure il figlio, ovvero suo nipote, relegando la bellissima figlia di Numitore, Rea Silvia, in un convento come vergine vestale, garantendosi in questo modo il trono.

Rea Silvia, donna bellissima, paragonabile alle attuali modelle, si unì (modo aulico per dire che fecero plin plin) niente poco di meno che con il dio Marte.

Dall’unione di questi bei soggetti nacquero due gemelli Romolo e Remo.

Amulio, allora, si preoccupò e temendo che la legittima discendenza del fratello spodestato, Numitore, avrebbe potuto, un giorno, riprendersi il trono, fece rapire i due pargoli e li abbandonò in una cesta sulle sponde del Tevere.

Io dico che se devi fare un lavoro, fallo bene e portalo a termine, invece, ironia della sorte i due pargoli sopravvissero.

Infatti, una Lupa depressa che passava di lì, ( non poteva che essere depressa altrimenti ne avrebbe fatto un solo boccone) sentito il loro gemito li allattò e ne ebbe pietà portandoli sull’uscio della casa di un pastore di nome Faustolo che con la moglie Acca Laurentia, (il nome acca sembra derivato dal grado di ignoranza della donna che sembra non capisse un “acca” , appunto) non potendo avere figli, li adottò.

Non so se vi rendete conto,  vorrei fare un piccolo riepilogo della situazione:

Un dio scopa una modella, i due pargoli nati da questi amanti vengono abbandonati e ci vuole una lupa depressa, e una coppia di coniugi che non potevano avere figli e che vivevano in mezzo al nulla perché possa nascere una città che diventerà il faro del mondo!!!

I due pargoli, dunque, crebbero e quando furono grandi, non si capisce come e perché, qualcuno gli disse quello che era capitato e loro, arrabbiati, si scagliarono contro lo zio Amulio e si ripresero il trono.

Memori della loro infanzia, tornarono nella zona della casa di Faustolo e lì vi fondarono una nuova città di nome ROMA.