Il Custode dei Tamburi del Tuono

(ovvero: quando il Wi-Fi era fatto di legno e pelle di animale)

Nel cuore dell’Africa centro-orientale, verso l’800 a.C., mentre il resto del mondo ancora si chiedeva come non inciampare nelle proprie capre, c’era qualcuno che gestiva una rete di comunicazione più efficiente di certi call center moderni. Si chiamava Makoha il Lontano-Udito, e di mestiere faceva il custode dei tamburi del tuono.

Makoha aveva un dono: sentiva tutto.
Non “tutto” in senso vago. Tutto proprio. Se un tamburo batteva a trenta chilometri di distanza, lui lo sentiva come tu senti il vicino che trascina le sedie alle sette del mattino.

I tamburi non servivano solo per le feste, anzi. Erano una specie di social network preistorico: si mandavano messaggi tra villaggi, si annunciavano matrimoni, pericoli, arrivi di ospiti indesiderati (tipo la suocera del capo). Ogni ritmo aveva un significato preciso: tre colpi rapidi, “aiuto”; una serie lenta, “tutto bene”; una sequenza elaborata, “mandate birra e gente di buon umore”.

Makoha stava al centro di questo traffico sonoro. Seduto sulla sua roccia preferita, con l’aria di uno che aspetta la prossima notifica, ascoltava. Se fosse nato oggi, avrebbe avuto quattro smartphone, tre cuffie e l’ansia perenne. Invece aveva solo le orecchie. Ma che orecchie.

La sua missione era chiara: proteggere le “vie sonore”. Perché, come in ogni epoca degna di questo nome, c’erano anche i furbi: bande di predoni convinte di poter ingannare i villaggi imitando i messaggi. In pratica, i primi hacker del tamburo: niente phishing via email, ma colpi ritmati tipo “uscite tutti di casa, c’è un’offerta speciale di lance gratis nel bosco”.

Un giorno, nella stagione in cui il Nilo decide se allagare tutto o farsi desiderare, un tamburo lontano cominciò a parlare. Il messaggio era urgente: tutti i guerrieri dovevano radunarsi al Fiume della Pietra Rossa, c’era pericolo a est. Firmato: un villaggio alleato.

Tutto perfetto.
O quasi.

Makoha aggrottò la fronte. Il ritmo era giusto, la sequenza quasi impeccabile… ma la firma no. Quel villaggio, alla fine dei messaggi, aveva un “tocco” inconfondibile: un colpo secco, pausa e doppio colpo finale. Quel giorno, invece, arrivò un doppio colpo subito. Una sfumatura. Un niente. Il genere di cosa che chiunque avrebbe ignorato. Chiunque, tranne lui.

“Questo non è il nostro alleato” borbottò Makoha. “È qualcuno che suona come lui… ma non abbastanza bene.”

Invece di far radunare i guerrieri, Makoha fece il contrario: rimbombò con decisione sui suoi tamburi del tuono, avvisando tutti i villaggi:
“Non muovetevi. Possibile trappola. Preparatevi alla difesa. E controllate le scorte, che tanto non si sa mai.”

Mentre i predoni aspettavano fiduciosi il loro grande colpo al Fiume della Pietra Rossa, pronti a far scattare l’imboscata, scoprirono lentamente che… non arrivava nessuno. Nessun guerriero ignaro, nessuna colonna disordinata. Solo silenzio. E, in lontananza, il suono secco dei tamburi dei villaggi che si erano organizzati, stavolta, per accoglierli come meritavano: con lance, trappole e zero entusiasmo.

Il “cluster di villaggi”, come direbbero oggi quelli con le slide, fu salvo.
Makoha divenne leggenda: l’uomo che aveva fermato una razzia grazie a un colpo di tamburo leggermente fuori posto.

Da allora, i griot raccontano la sua storia aggiungendo una piccola morale: il mondo è pieno di rumore, ma a volte la differenza tra salvezza e disastro sta in un dettaglio minuscolo. O, come direbbe Makoha:

“Ascoltate meglio.
E diffidate sempre dei messaggi troppo perfetti.”

Kubaba, la Regina delle Spillatrici

Cronache umoristiche, raccolte dal 254° rotolo della “Gazzetta di Kish”, versione apocrifa.

In principio era il caos, poi venne la birra. E infine, venne Kubaba.

Se pensate che per diventare regina bisogni nascere tra cuscini di porpora, gattini sacri e genealogie incestuose, preparatevi a un giro sulla carovana del destino mesopotamico. La nostra eroina, Kubaba — o Kug-Bau, per gli amici burocrati sumerici — iniziò la sua carriera non sul trono, ma dietro al bancone. Sì, la prima e unica donna a regnare sulla gloriosa città di Kish cominciò come una locandiera, e non di quelle che servono solo noccioline.

Secondo fonti che oscillano tra l’archeologia e la fan fiction, Kubaba sapeva spillare birra meglio di un moderno pub inglese. Pare che il suo locale, “La brocca d’oro”, fosse il punto di ritrovo preferito da pescatori, scribi e divinità in incognito. La leggenda narra che, un giorno, un pescatore dall’alito impegnativo e il dono del misticismo entrò nella locanda e le disse: “Kubaba, tu sei destinata a grandi cose.” Lei rispose: “Lo so. Ma prima, vuoi una doppia o una media?”

Il pescatore, colpito da tanta audacia, lasciò il suo pesce in offerta al tempio di Marduk (che probabilmente non era un amante del sushi) e così il dio — noto per le sue decisioni impulsive — premiò Kubaba con… l’intero regno di Kish.

Perché no?

Non passò molto tempo prima che la ex-locandiera si trovasse seduta sul trono, ancora con addosso il grembiule macchiato di luppolo e i capelli odoranti di malto. I dignitari di corte, abituati a re con la barba a tre piani e il carisma di un mattone, inizialmente storsero il naso. “Maestà,” disse uno scriba anziano, “la Lista Reale non ha mai incluso una donna!”

Kubaba lo fissò, afferrò una brocca, gliela piazzò sul capo e rispose: “Adesso sì.”

E la Lista Reale Sumerica, quella che registra re con regni lunghi 28.000 anni (ma che evidentemente usava il calendario delle promozioni del supermercato), fece spazio al nome di Kubaba. L’unica donna. L’unica sobria. L’unica che sapeva gestire le risse da taverna e le ambasciate diplomatiche con lo stesso disinvolto uso della clava cerimoniale.

Kubaba non solo regnò, ma lo fece con uno stile tutto suo. Le sue riforme principali:

  • Tassazione sulle liti da bar (chi rompe, paga e gli altri brindano).
  • Ministero del Malto e delle Fermentazioni: il primo organo statale interamente dedicato alla birra (e agli sbocchi commerciali con Uruk).
  • Legge del tappo d’oro: chiunque interrompesse la regina durante la siesta post-bevuta veniva condannato a una settimana di karaoke rituale sumerico.

Sotto il suo regno, Kish visse una nuova età dell’oro — o almeno dell’ambra, visto il colore delle birre — e fu fondata la Dinastia di Kubaba, nota per essere l’unica dove l’atto di fondazione porta una macchia di schiuma e le firme sono sostituite da ditate appiccicose di miele fermentato.

Kubaba regnò per 100 anni. Cento. Tutti d’un fiato, dice la Lista Reale. O, più probabilmente, divisi tra dieci regine diverse con lo stesso nome, ma non roviniamo la festa agli storici della scuola revisionista. Suo figlio, Puzur-Suen, la seguì sul trono, noto per le sue capacità amministrative e per l’invenzione del primo sistema di happy hour del Vicino Oriente. Suo nipote Ur-Zababa dovette poi gestire un certo Sargon di Akkad, ma lui non aveva mai servito birra, quindi fu rapidamente spodestato. Lo dico senza spoilerare.

Kubaba divenne anche una divinità in alcune regioni. I suoi seguaci le dedicarono templi, inni e probabilmente anche le prime partite di beer pong mesopotamiche.

Kubaba è la dimostrazione che non serve nascere in un palazzo per arrivare al potere. A volte basta un boccale ben servito, un pescatore con offerte sospette e il tempismo giusto. La sua storia è un invito alla speranza: se una locandiera può diventare regina, allora anche voi potete puntare in alto — magari partendo da uno stand di birre artigianali alla fiera di paese.

E se vi trovate a Kish, millenni dopo, lasciate un bicchiere di birra vicino alle antiche rovine. Si dice che Kubaba apprezzi ancora.

Alla salute, Regina della Spina! 🍻

FU HAO E WU DING: COPPIA REALE

Nel grande e misterioso palcoscenico della storia cinese, c’è una coppia che meriterebbe una miniserie su Netflix, con almeno tre stagioni, due spin-off e una docuserie dove archeologi moderni si fanno domande tipo “ma come faceva a comandare un esercito e a organizzare anche i sacrifici rituali senza impazzire?” Stiamo parlando di Wu Ding e Fu Hao, una coppia reale dell’epoca Shang, vissuta circa nel 1200 a.C., un’epoca in cui se ti dimenticavi un’offerta agli antenati, ti ritrovavi fulminato dal karma prima ancora di finire il tè del mattino.

Wu Ding era il re. Il capo. Il tizio con la corona (ok, forse più una specie di copricapo in bronzo con inserti spiritici, ma il concetto è quello). Uno che si svegliava la mattina con una sola preoccupazione: consultare gli oracoli ossei per sapere se era il giorno giusto per dichiarare guerra, comprare un cavallo o festeggiare la pioggia. I suoi consiglieri gli portavano scapole di bue e gusci di tartaruga incisi, li scaldavano fino a farli crepare, e poi leggeva le crepe come se fossero oroscopi lunari fatti da un astrologo impazzito con il feticismo per gli animali da cortile.

Poi c’è Fu Hao. Moglie, sì, ma non una di quelle che si limitava a ricamare le preghiere del giorno sul lino. No. Lei era generale, sacerdotessa, proprietaria di mezza provincia e, a giudicare dai ritrovamenti, collezionista compulsiva di bronzi rituali e asce da battaglia. Una multitasker che avrebbe fatto impallidire anche Imhotep. Quando gli archeologi scoprirono la sua tomba intatta a Anyang negli anni ’70, ci trovarono più roba che in un intero centro commerciale: armi, vasellame, giade, campane rituali e, sorpresa!, un gruppo di 16 scheletri di servi sepolti con lei, probabilmente non troppo entusiasti del viaggio. Il tutto con la stessa sobrietà di una principessa pop star orientale. Fu Hao era così potente che, all’interno della corte Shang, il suo nome compariva in più ossi oracolari di quanto tu abbia foto del tuo gatto nel telefono. E non era per gossip, ma perché Wu Ding, il marito, la consultava per tutto: guerre, sacrifici, il meteo, le tendenze in bronzistica rituale.

Ora, immaginate il ménage domestico. Siamo nel 1200 a.C., in un palazzo pieno di tamburi, incensieri, generali in armatura e maghi con tartarughe: Wu Ding si sveglia, guarda fuori e dice “Cara, oggi consultiamo gli spiriti per decidere se invadere i Qiangfang?” E Fu Hao, già in uniforme e con la spada affilata, risponde: “Io li ho consultati ieri. Ho già vinto.” Fine della consultazione. Lei comandava eserciti di migliaia di uomini, in un’epoca in cui alla donna media si chiedeva al massimo di non morire di parto. Ma Fu Hao no. Fu Hao esce, schiera le truppe, guida la carica e torna a casa per presiedere un sacrificio rituale con precisione da regista teatrale.

Tra le chicche più assurde: il suo nome appare su più di 200 ossi oracolari, dove viene spesso citata come “colei che sconfigge i nemici”, “guida delle truppe”, o semplicemente “la tipa che se la chiami in battaglia, ti fa vincere”. E quando morì, Wu Ding, che pure aveva un harem grande come un centro congressi, ordinò una tomba monumentale, sacrifici multipli e una collezione di bronzi talmente ampia che oggi fa impallidire anche il Louvre.

E cosa troviamo lì dentro? Armi? Ovvio. Campane in bronzo? Certamente. Specchi? Sì, che anche in battaglia bisogna guardarsi un attimo prima di entrare in scena. Ma soprattutto: rispetto. Immenso, sacro, incastonato in ogni oggetto, in ogni osso inciso, in ogni servo sepolto con lei. E pensare che alcuni storici per anni pensavano che Fu Hao fosse solo un titolo onorifico, tipo “Comandante della Buona Sorte” o “Signora dell’Ovest al Tramonto con Poteri”, finché qualcuno non aprì la tomba e disse: “Ehm, ragazzi, è proprio lei.”

Oggi potremmo dire che Fu Hao fu la Beyoncé della dinastia Shang, ma con più spade e meno coreografie (anche se, conoscendola, pure quelle le avrebbe fatte con grazia e potere). Una donna che governava uomini, spiriti e rituali con la stessa facilità con cui noi governiamo il telecomando – e spesso con più successo.

Wu Ding e Fu Hao, insieme, erano il potere che dorme e il potere che combatte. La dinastia Shang non avrebbe potuto desiderare una coppia più spaventosamente efficiente. E noi, oggi, possiamo solo ammirarli con un misto di soggezione, incredulità e un lieve senso di colpa per aver saltato anche questa settimana la lezione di yoga.

Fu Hao non solo ha guidato eserciti: ha guidato la storia. E lo ha fatto in bronzo, a colpi di spada e con il sorriso, probabilmente, di chi sa che anche i posteri dovranno ammettere: sì, era la vera regina.

IMHOTEP: IL MULTITASKER CHE INVENTÒ LA PIRAMIDE E IL MAL DI SCHIENA

Ci sono figure storiche che si fanno notare per un’impresa sola, tipo Guglielmo Tell che tirò una freccia a una mela e da lì in poi visse di rendita tra mele, leggende e gadget da bancarella. Poi c’è Imhotep, che nel 2650 a.C. decise di non accontentarsi e di lasciare il segno in almeno tre o quattro campi, perché a quanto pare dormire otto ore a notte non era ancora di moda. Architetto, medico e visir del faraone Djoser, Imhotep è ciò che oggi definiremmo “un curriculum che ti fa sentire un fallimento anche se hai appena imparato ad avvitare una mensola IKEA senza piangere”.

Siamo nell’Antico Egitto, un’epoca dove ogni tanto qualcuno inciampava in una divinità, il sole era considerato una persona piuttosto insistente, e costruire monumenti era lo sport nazionale, un po’ come oggi l’happy hour. Djoser, faraone con un certo gusto per l’architettura alternativa, decide che per la sua tomba non vuole la solita mastaba di fango e nostalgia, ma qualcosa che faccia dire “wow” anche ai posteri. Entra in scena Imhotep, che probabilmente stava già costruendo un acquedotto, curando una diarrea cronica e scrivendo un trattato di anatomia, quando venne chiamato per una “piccola commissione”.

Imhotep guarda la mastaba, poi guarda il cielo, poi guarda il progetto e dice: “E se ne mettessimo sei, una sopra l’altra?” Gli altri lo guardano in silenzio, qualcuno inizia a piangere, un sacerdote svenne e un capomastro propone di costruirla tutta in sabbia pressata per risparmiare sui materiali. Ma Imhotep non si scoraggia, tira fuori il suo papiro da disegno, schizza una roba geometrica che neanche Escher nei suoi giorni migliori, e così nasce la piramide a gradoni di Saqqara, la prima della storia. Prima di lei c’erano solo cumuli dignitosi, dopo di lei l’Egitto entrerà in un trip da “quanto possiamo farle alte prima che ci serva l’ascensore?”

Mentre gli operai spingono blocchi di pietra pesanti come una zia che si è seduta sul divano e non si vuole più alzare, Imhotep gira per il cantiere con la tranquillità di chi sa di stare facendo qualcosa che durerà millenni, oppure di chi ha assunto l’equivalente egizio della valeriana. Ma non è solo pietra e calce (o meglio, fango e magia): Imhotep è anche medico, e non di quelli che ti guardano un’unghia incarnita e ti dicono di bere più acqua. No, lui scrive trattati, sperimenta, e pare sia stato il primo a capire che forse aprire il corpo umano per capirci qualcosa non era un’idea del tutto malsana – se fatta con grazia e senza farsi prendere troppo dall’entusiasmo.

E come se non bastasse, quando Djoser aveva il mal di testa, il mal di potere o il mal di suocera (probabilmente tutte e tre le cose), chi andava a risolvere la questione? Esatto, Imhotep. Perché essere visir significava dover rispondere a domande difficili tipo “quanto grano abbiamo immagazzinato?”, “che faccia faccio con i delegati della Nubia?” e “perché Ra mi guarda storto?” Insomma, Imhotep era un po’ il pronto soccorso, il ministro delle infrastrutture e l’oracolo del villaggio tutto in uno. Se oggi ci provi, ti licenziano per abuso di multitasking e ti consigliano una pausa digitale. Lui, invece, venne divinizzato.

Sì, perché col tempo la gente iniziò a dire: “Questo non può essere un essere umano, è troppo bravo, sicuramente è un dio o un’entità soprannaturale con ottime competenze in Excel.” E così Imhotep passò da “persona che fa tutto” a “divinità ufficiale”. Nacquero templi in suo onore, offerte, preghiere, e probabilmente almeno una marca di unguenti miracolosi con la sua faccia in etichetta. Se il marketing fosse esistito nell’Antico Egitto, avremmo avuto la “Pomata Imhotep: cura le piaghe e progetta templi al contempo!”

In un’epoca in cui il massimo della carriera era costruire una tomba che non crollasse prima della morte del proprietario, Imhotep si ritrovò immortale. E non solo nella memoria: i Greci lo associarono ad Asclepio, il dio della medicina, e lo citarono come un esempio di saggezza, sapienza e totale mancanza di tempo libero.

Oggi, mentre noi ci lamentiamo perché il mouse non funziona o perché Zoom si blocca durante una riunione, possiamo guardare alla figura di Imhotep e pensare: “Almeno non devo costruire una piramide prima di pranzo.” E magari, in suo onore, possiamo finalmente montare quella mensola IKEA senza invocare divinità egizie a caso.

Imhotep, in fondo, è la dimostrazione che con un po’ di ingegno, tanta pazienza e una straordinaria tolleranza allo stress, puoi passare da “quel tipo strano con troppe passioni” a “divinità pluriusata per almeno tremila anni”. Un esempio per tutti noi. Ma anche, diciamocelo, un po’ un rompiscatole per chi deve reggere il confronto.

Anco Marzio: il re zoppo che non sapeva stare fermo

Un giorno di quel lontano 641 aC, a Roma, successe qualcosa di veramente straordinario: il trono passò nelle mani di Anco Marzio, un uomo che, oltre a essere nipote del tranquillo Numa Pompilio, vantava una particolarità che avrebbe reso orgoglioso chiunque avesse avuto la fortuna di avere due gambe sane: una anca decisamente poco collaborativa.

Questo re, scelto dal popolo più per disperazione che per convinzione, era conosciuto per la sua “anca marcia”, che però non gli impedì di farsi chiamare con un nome molto più regale, Anco Marzio. D’altronde, “Anca Marcia” suonava troppo come un nome da matrona romana e non da virile sovrano.

Succeduto al guerrafondiario Tullo Ostilio, i romani pensavano che, con una gamba così, Anco Marzio avrebbe passato più tempo a rilassarsi sul trono che a correre sui campi di battaglia. Ma oh, come si sbagliavano!

Nonostante la sua zoppia, Anco Marzio era tutt’altro che un re pacifista. La storia ci racconta di un uomo che, pur non potendo correre personalmente tra le spade, scatenò una serie di guerre con i vicini un po’ troppo chiassosi e per niente intenzionati a stare tranquilli. E, naturalmente, ogni volta che c’era una rivolta, chi pensa che fosse il primo a saltare… beh, forse non saltare, ma a incitare al contrattacco? Proprio lui, il re zoppo.

Oltre a non sapere stare fermo, Anco Marzio era anche un amante del mare, tanto che si dice che la vista della spiaggia di Ostia lo emozionasse al punto da far quasi guarire la sua anca problematica. Fu lui a fondare la città di Ostia, la prima colonia romana sul mare, e si racconta che il nome derivasse dall’espressione esclamativa dei romani alla vista dell’acqua: “Ostia!” Che, nonostante la sua attuale connotazione, all’epoca era puramente un’esclamazione di stupore.

Ma non finisce qui: per la gioia dei cittadini che sognavano di farsi un bagno senza dover marciare per giorni, Anco costruì la via Ostiense, una strada diretta al mare. Lungo questa strada fece erigere anche delle saline, probabilmente per assicurarsi che nessun romano tornasse a casa senza un adeguato approvvigionamento di vendita per quelle grigliate al ritorno dalla spiaggia.

Ma un re come Anco Marzio non poteva certo limitarsi a costruire strade e colonie. Con uno spirito ingegneristico che avrebbe fatto invidia ai migliori architetti di oggi, intraprese la costruzione di mura attorno a Roma, annettendo i colli Gianicolo e Aventino, perfetti per ospitare tutti quei poveri deportati dai villaggi ribelli.

E per collegare queste nuove estensioni della città, cosa fa? Costruisce il primo ponte di legno, il ponte Sublicio, perché evidentemente a quel punto non gli bastava più camminare solo su terra ferma.

Insomma, nonostante fosse zoppo, Anco Marzio seppe muoversi abbastanza bene nel panorama politico e urbanistico di Roma. Morì di morte naturale, cosa rara per un re che non aveva paura di un po’ di sana guerra. Con la sua scomparsa, i romani persero un sovrano che aveva saputo camminare (con qualche difficoltà) tra pacifismo e bellicismo, dimostrando che anche un re con l’anca marcia poteva lasciare un’impronta di duratura.

E così, mentre i romani continuavano a bagnarsi nelle acque del mare grazie alla sua Ostia, forse qualcuno tra loro si fermava un attimo a riflettere su quanto fosse ironico che il loro re più immobilizzato fosse stato anche uno dei più dinamici. Ma, come amavano dire: “È tutta questione di equilibrio… e di un’anca marcia.”

Enmebaragesi, il Primo Influencer della Storia Sumerica

Se pensate che il primo influencer della storia fosse un Kardashian, vi sbagliate di grosso. Torniamo indietro nel tempo, precisamente al 2900 aC, per incontrare l’uomo che ha portato il concetto di “regalità” al prossimo livello: Enmebaragesi , re di Kish, il primo VIP a comparire sulla lista reale sumerica con tanto di prove archeologiche! Un vero precursore del “metti nero su bianco” per la propria fama.

Enmebaragesi non era solo un re: era un brand . Governò Kish con il carisma di un manager di startup, trasformando una città che probabilmente era famosa solo per le capre in un colosso della Mesopotamia settentrionale. Immaginate l’insegna: “Benvenuti a Kish, patria del primo re vero certificato da archeologi (nessun fake qui!)”.

Sì, perché mentre altri re sumeri venivano citati in testi che suonavano più come favole di Esopo – “E allora il re X regnò per 28.000 anni!” – Enmebaragesi è l’equivalente antico di un profilo LinkedIn verificato. “Campagne militari? Fatto. Supremazia regionale? Fatto. Lasciato tracce scritte per futuri archeologi? Fatto.” Questo re aveva tutto sotto controllo.

Conosciuto per le sue campagne militari, Enmebaragesi si lanciò nella conquista della Mesopotamia settentrionale con la determinazione di un giocatore di Risk che vuole vincere a tutti i costi. Leggenda narra che, al termine di ogni battaglia, i nemici si arrendevano non tanto per la superiorità militare, ma perché lui parlava in modo così pomposo da stordirli. Immagina il discorso:

“Io, Enmebaragesi, re di Kish, padrone delle zanzare di questa palude e del sole cocente, dichiaro che il vostro territorio è ora mio!”

I cronisti di corte annotavano tutto con precisione, lasciando iscrizioni su tavolette che oggi potrebbero considerare i primi post sponsorizzati : “Kish – Dove il potere regna sovrano (TM)”.

Kish sotto Enmebaragesi era il centro del mondo. O almeno così lo dichiarava lui. Aveva un team di scribi – probabilmente l’antenato degli addetti stampa – che si occupava di divulgare la narrativa: Kish era il primo tra gli uguali, il luogo dove tutto succedeva, il centro dell’universo.

Eppure, ci piace pensare che qualche abitante delle città rivali, come Uruk o Lagash, alzasse un sopracciglio e mormorasse qualcosa tipo: “Sì, certo, Kish. Lì hanno un paio di templi e un mercato. Grande cosa.”

Se oggi ci sono monumenti dedicati a Enmebaragesi (o almeno resti che confermano la sua esistenza), è perché il nostro eroe sapeva giocare sul lungo termine. Mentre altri si preoccupavano solo di vivere nel lusso, lui pensava al futuro: “Lasciate che scrivano il mio nome su queste tavolette. Gli archeologi tra 5000 anni ameranno questa roba.”

Ed eccoci qui, 5000 anni dopo, a celebrare un re che sapeva come lasciare il segno. Certo, non aveva TikTok, ma è riuscito comunque a diventare virale nel modo più sumerico possibile: con iscrizioni su argilla cotta. Altro che hashtag.

Forse il suo contributo più grande è stato dimostrare che un buon PR è tutto. Se oggi sappiamo di lui, è perché si assicurò che la sua storia fosse raccontata e, soprattutto, verificabile. Quindi, la prossima volta che qualcuno dice “Non credo che tu sia così importante”, risponde: “Chiedilo a Enmebaragesi di Kish, il primo vero influencer della storia.”

Un brindisi – o meglio, un bicchiere d’acqua sporca di fiume – a Enmebaragesi, il re che dimostra che con un buon storytelling si può conquistare tutto, persino il tempo.

Hattušili II: Una storia tra fantasia e realtà

Hattušili II, un nome che rimanda ad un re o, forse, a un’ombra evanescente nella storia. Secondo alcune fonti, questo personaggio avrebbe governato la terra degli Ittiti durante la prima metà del XIV secolo a.C., ma chi può dirlo con certezza? È come cercare di catturare una nuvola, o cercare di tenere in mano un soffio di vento: è semplicemente un enigma, un puzzle che aspetta di essere risolto.

L’unico posto dove appare il suo nome è in un trattato un po’ polveroso che parla di azioni militari ittite in Siria. Qui, viene citato come il re di Hatti, il sovrano che avrebbe regnato tra Tudhaliya I/II e Šuppiluliuma I. Questa citazione colloca il suo supposto regno tra il 1400 e il 1350 a.C., come se stesse cercando di fare un salto nel tempo, di farci un cenno dall’età del bronzo. Ma questo indizio è sufficiente per stabilire la sua esistenza?

La storia, però, è una signora capricciosa, e sembra che Hattušili II le piaccia giocare a nascondino. Non troverete il suo nome in nessuna lista reale successiva e non c’è traccia di alcun sigillo reale con il suo nome. È come se stesse cercando di dirci: “Ehi, sono qui! O forse no…”. Questo mistero ha fatto sorgere dubbi tra gli storici, facendoli oscillare tra il considerarlo un re legittimo o un co-reggente temporaneo, o addirittura un fantasma.

Hattušili II, il nome suona quasi come una formula magica, un codice per sbloccare un mistero antico. Ma quale sarà la chiave per decifrare questo enigma? Forse non lo sapremo mai. E forse è proprio questo il bello della storia: ci sono sempre nuovi misteri da scoprire, nuovi enigmi da risolvere. Quindi, anche se Hattušili II rimane un’ombra sfuggente, un personaggio avvolto nel mistero, ci affascina e ci incanta, invitandoci a scavare più a fondo, a cercare di svelare il suo segreto.

Sì, Hattušili II potrebbe essere stato un re, o potrebbe essere stato un fantasma. Ma quale che sia la verità, una cosa è certa: la sua storia, o la mancanza di essa, aggiunge un tocco di mistero e di fascino all’antica terra degli Ittiti. E non è forse questo il bello della storia: i misteri irrisolti, le domande senza risposta, i personaggi sfuggenti che ci sfidano a cercare la verità?

Il Servo di Asherah

Una volta c’era un uomo di nome Abdi-Ashirta. Non un nome che incontri tutti i giorni, vero? Ma quando indossi la corona di un regno siriano, puoi chiamarti come ti pare, giusto? Giusto.

Abdi-Ashirta era il sovrano di Amurru, una posizione di prestigio, e in molti pensavano che fosse servile nei confronti degli Egiziani, ma è qui che le cose si fanno interessanti. Vedi, il nome di Abdi-Ashirta significa “Servo di Asherah”. Ora, Asherah non è certo un faraone egiziano. È una dea cananea, la consorte di El, il supremo dio semitico. Quindi, mentre potrebbe sembrare che Abdi-Ashirta stesse facendo capolino ai suoi signori egiziani, il suo nome suggerisce che aveva ben altre intenzioni.

Un altro personaggio degno di nota in questa trama è Rib-Adda, il re di Biblo. Rib-Adda, il cui nome significa “Grande Babbo”, era un po’ irritato con Abdi-Ashirta.

Abdi-Ashirta aveva l’abitudine di allungare le mani sulle terre di Rib-Adda, cercando di espandere i confini del suo regno. E Rib-Adda, che evidentemente era molto affezionato ai suoi terreni, non era affatto contento.

Le lettere di Amarna, un fascio di corrispondenza diplomatica dell’antico Egitto, ci danno un assaggio di questa disputa territoriale. In una di queste lettere, Rib-Adda si lamenta con il faraone Akhenaton, che stava probabilmente sorseggiando un cocktail sul suo trono in Egitto, dei tentativi di Abdi-Ashirta di estendere il suo regno.

Non sappiamo esattamente come si è conclusa questa disputa, ma Rib-Adda ha avuto l’ultima risata, almeno per quanto riguarda la narrazione storica. La morte di Abdi-Ashirta è menzionata in una delle sue lettere a Akhenaton. Ma Rib-Adda non ha festeggiato a lungo, perché il trono di Abdi-Ashirta è passato a suo figlio, Aziru.

Aziru, il cui nome significa “Il Mio Aiuto È El” ma che significa anche che vale zeo, ha preso le redini del regno di suo padre. Probabilmente ha ereditato anche la disputa territoriale con Rib-Adda, ma questo è un altro capitolo della storia.

E così, nella tela intricata dell’antica storia del Medio Oriente, i nomi di Abdi-Ashirta, Rib-Adda, e Aziru sono ricordati. Servi di dei, rivali di re, e personaggi di una storia che risuona attraverso i secoli. E non importa quanto strani possano essere i loro nomi, o quanto complicati possano essere i loro conflitti, la loro storia ci ricorda che, alla fine, siamo tutti solo servi di qualcosa, che si tratti di un dio, di un re, o della nostra ambizione.

AMMISTAMRU I: L’Ascesa di Ugarit

Di questo personaggio si può dire che non si sa un bel tubo di niente, perciò, con la fantasia possiamo dire di tutto o immaginarci di tutto e noi ci proveremo.

Spostiamo l’orologio indietro di un po’ (d’accordo, un bel po’) per rivivere la storia del re Ammistamru I di Ugarit. Chiedi a qualsiasi storico, o a chiunque abbia cercato di pronunciare il suo nome senza inciampare, e ti diranno che la sua storia è una rocambolesca avventura.

Per inciso, se pensi che il nome “Ammistamru” sia un boccone difficile da dire, aspetta solo di vedere il nome della città che governava: Ugarit. Un nome tanto misterioso quanto intrigante, e sicuramente con una storia da raccontare. E si trova in Siria, un luogo famoso per la sua millenaria storia e i suoi puzzle linguistici.

Ammistamru I, con tutta la sua grandezza, fondò un regno indipendente a Ugarit. Prima che lui arrivasse, Ugarit era come un giovane ribelle, sempre sotto la tutela di qualche grande potenza regionale, che ne limitava la libertà. Ma poi è arrivato Ammistamru, con la sua visione audace, il suo carisma e probabilmente anche una buona dose di fortuna.

Ammistamru, o “Ammi” come gli piaceva farsi chiamare nei party a tema degli anni ’60, sapeva che Ugarit aveva bisogno di un nuovo inizio. Così, come un pittore davanti a una tela vuota, ha iniziato a creare il suo capolavoro: un regno indipendente. E come ogni buon artista, ha incontrato la sua quota di sfide lungo il cammino.

Una delle sue prime iniziative, per esempio, è stato quello di tentare di cambiare il nome di Ugarit in “Ammi-ville”, ma i suoi consiglieri lo hanno dissuaso. Poi c’è stata la volta in cui ha cercato di rendere l’ippopotamo la mascotte ufficiale della città, solo per scoprire che gli ippopotami non vivevano esattamente in Siria.

Ma nonostante questi piccoli intoppi, Ammistamru I ha perseverato. Ha lavorato instancabilmente per portare la stabilità e la prosperità nel suo regno, dimostrando a tutti che Ugarit poteva davvero stare in piedi sulle sue gambe.

E così, con una buona dose di determinazione, un pizzico di follia e una lingua abbastanza agile da pronunciare il suo nome senza difficoltà, Ammistamru I ha riportato Ugarit alla ribalta della storia. Questo è il racconto del suo regno, pieno di alti e bassi, di sfide e trionfi, e di un uomo che, nonostante avesse un nome che sarebbe stato un incubo per qualsiasi commentatore sportivo, ha cambiato il corso della storia di Ugarit.

Alla fine, la storia di Ammistamru I e del suo regno indipendente a Ugarit è un promemoria che a volte, il successo non dipende solo dalla nostra abilità o dal nostro coraggio, ma anche dalla nostra capacità di pronunciare nomi complicati senza inciampare. Così, la prossima volta che ti senti sopraffatto da un compito difficile, ricorda Ammistamru I. Se lui poteva farcela, allora anche tu puoi. Basta avere un po’ di determinazione, un pizzico di follia e, naturalmente, un nome che la gente possa effettivamente pronunciare.