IL PICCOLO THUTMOSE II

Un bel giorno, nel fervido cuore dell’Antico Egitto, in un ambiente ricolmo di intriganti monarchi e attorniato da cospirazioni degne di un film d’azione, nacque Thutmose II, frutto dell’unione tra Thutmose I e la sua ardente amante, Mutnofret. La loro relazione, un cocktail esplosivo di amore e clandestinità, rimase nascosta alla consorte ufficiale del faraone, quasi quanto il tesoro di Tutankhamon fino al 1922.

Ecco che entra in scena Mutnofret, una madre protettiva quanto un ippopotamo del Nilo e pronta a tutto per proteggere il suo piccolo. Nel panico delle notizie sul misterioso assassinio dei fratelli maggiori di Thutmose II, pensò bene di nasconderlo, come una regista di talento che tiene la sua stella emergente lontano dai paparazzi.

Ma non si tratta di semplice paura materna: Mutnofret era una tattica provetta, ben consapevole del fatto che, nell’assolata arena della politica faraonica, il suo Thutmose aveva un ruolo da interpretare. A quei tempi, le potenziali eredi erano tratteggiate con una X gigante sul dorso, e nessuno voleva finire in quel particolare elenco.

Certo, i figli più grandi di Thutmose I, Amenmose e Wadjmose, avevano fatto la stessa fine tragica dei gattini di Bastet che giocavano con il filo della sorte. Ma Thutmose II aveva qualcosa di diverso, qualcosa di speciale che si potrebbe definire il suo “assegno per la sopravvivenza”.

Thutmose II, sebbene piccolo, era dotato di un fascino inaspettato, una sorta di magnetismo che non potrebbe essere attribuito alla sua giovane età o alle sue graziose guance paffute. Potremmo dire che era un bel ragazzo, se ignoriamo i commenti dei detrattori che sostenevano che il suo aspetto era paragonabile a quello di un giovane ippopotamo non ancora completamente cresciuto.

Questo suo innato carisma, accoppiato a un’abilità da manipolatore degna di un anello di pitone, gli permise di ammaliare una delle figlie legittime del faraone, la bella e indomita Hatshepsut. E così, il piccolo Thutmose II, figlio di un’amante, privo di legittimi diritti al trono, si ritrovò fidanzato con l’erede al trono d’Egitto. È come se il gatto avesse non solo catturato il topo, ma fosse riuscito a fargli anche un bel pranzetto.

Questo è solo l’inizio di una storia che si preannuncia densa di colpi di scena, sotterfugi e strategie degne del miglior regista di Hollywood. Ma per ora, ci fermiamo qui, all’incantevole inizio della vita di Thutmose II, dove il piccolo principe, con l’aiuto di sua madre, riesce a sfuggire alla morte, e s’imbatte nel suo primo grande amore. Che cosa riserverà il futuro per il nostro giovane protagonista? Beh, dovrai continuare a leggere per scoprirlo!

Anfizione, il Re senza ambizioni di Atene

Nel 1497 a.C., Atene fu la culla di uno dei re più bizzarri della storia antica. Questo re, noto come Anfizione, era un uomo che si distingueva per una caratteristica unica: affermava di non avere ambizioni.

La sua ascesa al trono fu un evento insolito. Dopo aver esiliato suo suocero, un eccentrico commerciante portoghese noto per la sua strana predilezione per il bacalhau, Anfizione si ritrovò, piuttosto inaspettatamente, a indossare la corona. Non che ci tenesse particolarmente a diventare re, a dire il vero. Come amava ripetere, lui era un uomo semplice, senza alcuna aspirazione al potere. Ma qualcuno doveva pur fare quel lavoro, no?

Sebbene Anfizione affermasse di non avere ambizioni, era noto per il suo singolare modo di governare. Per esempio, quando venne il momento di stabilire le tasse, fece tirare una moneta. “Testa, non ci saranno tasse quest’anno,” annunciò. “Croce, le tasse raddoppieranno.” E così, ogni anno, il popolo di Atene attendeva con ansia il risultato del lancio della moneta del re.

Anfizione aveva anche un modo particolare di gestire le questioni diplomatiche. Invece di lunghe e noiose negoziazioni, preferiva risolvere i problemi con una partita a morra cinese. Se vinceva, avrebbe ottenuto ciò che voleva. Se perdeva, si ritirava semplicemente. “Non ho ambizioni,” ripeteva. “Se vinco, bene. Se perdo, pazienza.”

Nonostante il suo atteggiamento apparentemente disinteressato, Anfizione divenne notoriamente un re amato dal suo popolo. Forse era il suo spirito tranquillo, o forse era la sua mancanza di ambizione, che lo rendeva così accattivante. In ogni caso, il suo regno fu ricordato come un periodo di pace e prosperità per Atene.

Il regno di Anfizione finì come era iniziato: in modo del tutto inaspettato. Un giorno, semplicemente si alzò dal trono, si tolse la corona e la posò sul pavimento. “Mi sa che ho finito,” disse. “Spero che il prossimo re sia altrettanto disinteressato al potere quanto lo ero io.”

E così, Anfizione lasciò la scena, lasciando dietro di sé un’eredità di tranquillità e una serie di aneddoti che sarebbero stati raccontati per generazioni. Sebbene si definisse un re senza ambizioni, aveva, senza volerlo, conquistato qualcosa di molto più prezioso: il cuore del suo popolo. E tutto questo, semplicemente essendo se stesso: un re senza ambizioni in un mondo pieno di aspiranti tiranni. Un’anomalia? Forse. Ma sicuramente, un’anomalia che vale la pena ricordare.

Ulanburiash il Re borioso di Babilonia

Solo tre anni dopo la morte del casto Kashtiliash III, un nuovo personaggio balzò sulla scena di Babilonia. Si trattava di Ulanburiash, un uomo di umili origini milanesi con un’ambizione che sovrastava di gran lunga la sua statura fisica. Più che per le sue conquiste o per le sue politiche, Ulanburiash è ricordato per il suo carattere decisamente… borioso.

Il nuovo re aveva un ego grande quanto la stessa Babilonia, e non perdeva occasione per metterlo in mostra. Ogni volta che visitava una città o un villaggio, si faceva annunciare da un araldo che recitava una lunga lista di titoli inventati: “Ulanburiash il Magnifico, Ulanburiash il Potente, Ulanburiash il Conquistatore, Ulanburiash il…”. Insomma, si capisce l’idea. A volte la lista era così lunga che l’araldo doveva fermarsi a riprendere fiato, e il re doveva attendere con impazienza la ripresa del proclama.

Ma il tratto più divertente del carattere di Ulanburiash era la sua ossessione per le conquiste territoriali. Mentre altri re aspiravano a territori vasti e ricchi di risorse, Ulanburiash sembrava accontentarsi di qualsiasi cosa potesse chiamare “conquista”. E così, nel 1496 a.C., con una fanfara di trombe e tamburi, Ulanburiash dichiarò di aver conquistato il “Paese del Mare”.

Ora, il “Paese del Mare” potrebbe suonare come un luogo esotico e avventuroso, ma la realtà era un po’ meno impressionante. In realtà, il “Paese del Mare” era una piccola colonia marina con un paio di dozzine di ombrelloni e un chiosco di gelati. Quando gli abitanti del luogo vennero a sapere della “conquista”, risero a crepapelle. Ma Ulanburiash non sembrava curarsene. Aveva conquistato il “Paese del Mare”, e questo era ciò che contava.

La storia della “conquista” divenne una sorta di barzelletta tra gli storici dell’epoca. Molti raccontavano la storia con un sorriso sul volto, descrivendo come Ulanburiash si era presentato alla colonia marina con il suo esercito, aveva piantato la sua bandiera sulla spiaggia e aveva dichiarato la vittoria. E poi, come il re borioso avesse ordinato ai suoi soldati di fare il bagno nel mare per celebrare la conquista. Alcuni sostengono che l’intero esercito abbia poi fatto un picnic sulla spiaggia, mangiando gelato e costruendo castelli di sabbia.

Nel ricordare Ulanburiash, il re borioso di Babilonia, possiamo trarre una lezione di umiltà. Forse non tutti i nostri successi saranno riconosciuti o celebrati come vorremmo. Ma se possiamo ridere di noi stessi e apprezzare i piccoli momenti di gioia, allora forse possiamo rivendicare una vittoria più grande di qualsiasi “conquista” territoriale. E magari, potremmo anche ottenere un bel gelato come ricompensa.

I Zapotechi contadini del Messico

Nel 1500 a.C., mentre i cinesi si ritrovavano sommersi dai propri manufatti in ceramica, dall’altra parte del mondo, in Messico, una piccola tribù stava facendo la sua comparsa sulla scena della storia. Erano i Zapotechi, un popolo di contadini che si distinsero per il loro straordinario attaccamento al lavoro nei campi. Così affezionati erano a zappare la terra che la loro stessa denominazione rifletteva questa loro passione.

I Zapotechi erano un popolo incredibilmente laborioso, ma non erano particolarmente conosciuti per la loro raffinatezza. Tuttavia, avevano un innato senso dell’umorismo che permeava la loro vita quotidiana e che trasformava anche le attività più banali in momenti di ilarità. Se c’è una cosa che dovete sapere sui Zapotechi, è che amavano ridere.

La loro giornata tipica iniziava all’alba, quando il sole iniziava a far capolino all’orizzonte. I Zapotechi si svegliavano, prendevano la loro fedele zappa e si dirigevano verso i campi. Ma la giornata lavorativa non iniziava senza un rituale molto particolare. Prima di iniziare a zappare, ciascun lavoratore doveva raccontare una barzelletta. Non importava quanto fosse stupida o banale, l’importante era far ridere gli altri.

E così, mentre il sole sorgeva, i campi risuonavano di risate e scherzi. Si raccontavano barzellette su tutto, dai semi ai raccolti, dai vermi di terra ai corvi affamati. Ogni aspetto della vita agricola era un pretesto per un momento di ilarità. E, incredibilmente, questo rituale sembrava rendere il lavoro nei campi meno gravoso e più piacevole.

Ma l’umorismo dei Zapotechi non si limitava ai campi. Anche nelle loro case, nelle piazze del villaggio e nelle celebrazioni religiose, l’umorismo era sempre presente. Le cerimonie religiose, per esempio, erano spesso interrotte da momenti di ilarità inaspettata. Un sacerdote potrebbe interrompere un discorso sacro per raccontare una barzelletta, o un danzatore potrebbe eseguire un passo di danza buffo nel bel mezzo di un rituale sacro.

La vita dei Zapotechi, quindi, era pervasa da un senso di gioia e di ilarità. Ma nonostante la loro apparente mancanza di serietà, erano un popolo incredibilmente laborioso e produttivo. I loro campi erano sempre ben curati, e i loro raccolti abbondanti. La loro filosofia era semplice: la vita è dura, ma non c’è motivo per non riderci su.

E così, nel 1500 a.C., mentre il resto del mondo era impegnato nelle sue grandi imprese, i Zapotechi se ne stavano nei loro campi, zappando la terra e ridendo di gusto. Forse non hanno cambiato il corso della storia o costruito grandi imperi, ma hanno sicuramente lasciato un segno indelebile nel cuore di chi ha avuto la fortuna di conoscerli. Perché, in fondo, la storia non è fatta solo di grandi eventi e di grandi personaggi. È fatta anche di piccole storie, di piccoli popoli, che con il loro umorismo e la loro laboriosità ci ricordano che la vita, nonostante tutto, può essere una cosa meravigliosa.

Kashtiliash III il casto Re di Babilonia

Nel caotico carosello di governanti e regni del 1500 a.C., c’era un uomo che risaltava non per il suo eroismo in battaglia, non per la sua saggezza nella guida del suo regno, ma per la sua stupefacente castità. Il suo nome era Kashtiliash III, e regnava sulla gloriosa città di Babilonia.

Per comprendere appieno l’eccezionalità della castità di Kashtiliash, dobbiamo prima fare un breve excursus sulla vita sessuale dei re di quel tempo. Si diceva che fosse abbastanza comune, in quei giorni, per un re avere una serie di concubine, e non era insolito per un re avere decine o addirittura centinaia di figli. Ma Kashtiliash III era diverso. Non solo non aveva una concubina, ma non aveva nemmeno una moglie. E di conseguenza, non aveva figli.

Ciò potrebbe non sembrare così sorprendente da un punto di vista moderno, ma all’epoca era quasi inaudito. La fertilità era considerata un segno di potere e di virilità, e un re senza figli era visto come un re debole. Ma Kashtiliash non sembrava preoccuparsene. Anzi, pareva quasi orgoglioso della sua castità.

E qui arriva la parte divertente della storia. Kashtiliash, si dice, era un uomo di grande umorismo. Amava raccontare barzellette e faceva sempre ridere la sua corte con i suoi aneddoti e le sue battute. E tra i suoi temi preferiti c’erano proprio la sua castità e la sua mancanza di figli.

“Avete sentito la notizia?” avrebbe esordito durante un banchetto reale. “Pare che il re di Assiria abbia avuto un altro figlio. Sembra che non abbia nient’altro da fare tutto il giorno!” E poi, guardando in giro la sala e vedendo i volti sorpresi dei suoi cortigiani, avrebbe aggiunto con un ghigno: “Beh, almeno io ho tempo per governare il mio regno!”

Oppure, durante una discussione sulle questioni di stato, avrebbe detto: “Vedo che tutti voi avete le mani piene con le vostre mogli e i vostri figli. Ma io, grazie agli dei, ho solo me stesso di cui preoccuparmi. E vi posso assicurare che è già abbastanza impegnativo!”  E così, con la sua arguzia e il suo spirito, Kashtiliash III riusciva a trasformare quella che avrebbe potuto essere vista come una debolezza in un motivo di orgoglio e di divertimento. E forse, nel farlo, ci ha lasciato una lezione preziosa. Non importa quanto possa sembrare strana o inusuale la nostra vita agli occhi degli altri. L’importante è che noi stessi siamo a nostro agio con chi siamo, e che siamo in grado di ridere di noi stessi. Perché, in fondo, chi può dire cosa è normale e cosa no? E chi può dire quale sia il vero segno della forza e del potere?

E così, nel ricordare Kashtiliash III, il casto re di Babilonia, ricordiamo non solo il suo regno e le sue imprese, ma anche il suo spirito e il suo senso dell’umorismo. Perché, come lui stesso avrebbe potuto dire: “Un re può avere mille concubine, ma se non può ridere di se stesso, allora davvero non ha niente.”

GlI ANTICHI MON IN BIRMANIA

Una volta, nel lontano 1500 a.C., c’era una popolazione molto particolare che viveva nelle pianure fiumose della Birmania. Si chiamavano i Mon, e avevano una singolare abitudine: amavano guardare la luna. Così tanto, infatti, che si erano abituati a un ritmo di vita tutto loro, rimanendo svegli tutta la notte e dormendo durante il giorno. Questo strano comportamento, naturalmente, non mancava di suscitare curiosità e, talvolta, ilarità tra le popolazioni vicine.

I Mon non erano un popolo di astrologi, né di sognatori. Non era per una particolare venerazione nei confronti della luna che restavano svegli tutta la notte. La verità era molto più semplice: adoravano il bagliore argentato della luna che illuminava la terra nella notte, la freschezza dell’aria notturna, il canto dei grilli e l’assenza di calore soffocante tipico delle giornate birmane.

Il risultato di questa routine notturna era che durante il giorno, quando il sole sorgeva alto nel cielo, la maggior parte dei Mon dormiva. Le case erano silenziose, le strade erano vuote, e l’intera popolazione sembrava scomparsa. I visitatori diurni potevano essere perdonati per aver pensato che si fossero imbattuti in una città fantasma.

La notte, però, era un’altra storia. Non appena il sole tramontava e la luna sorgeva nel cielo, i Mon si svegliavano. Le luci si accendevano nelle case, le strade si animavano, e la popolazione usciva per iniziare la giornata. Era come se una città addormentata si fosse risvegliata all’improvviso, trasformandosi in un vivace centro di attività.

La vita notturna dei Mon era un affascinante spettacolo di colori, suoni e profumi. I mercati notturni erano pieni di banchetti che vendevano frutta fresca, verdura e pesce appena pescato. I bambini giocavano per le strade sotto la luce della luna, e gli adulti si radunavano per raccontare storie e condividere notizie.

LA MODA DELLA CERAMICA NELLA ANTICA CINA

Nel lontano 1500 a.C., all’incirca, la Cina si trasformò in un vasto mare di ceramica. Ogni città, ogni villaggio, ogni famiglia si ritrovava sommersa da una marea di piatti, ciotole, vasi e brocche. Non si trattava di una fioritura artistica né di una strana moda, ma del risultato di una frenetica esplosione produttiva nel settore del vasellame.

Un onnipresente signore della ceramica, il cui nome si è perduto nella nebbia del tempo, ma che chiameremo Signor Li, era all’origine di questa straordinaria e bizzarra situazione. Signor Li era un uomo d’affari con un sogno: riempire ogni casa cinese con il suo vasellame. Così, diede inizio a una produzione su scala industriale, il tipo di cui la Cina non aveva mai visto prima.

Ovunque si guardasse, si vedevano fornaci bruciare e ceramisti al lavoro. Le montagne di argilla venivano trasformate in una miriade di oggetti di ceramica. Il vasellame era ovunque: nei mercati, nelle strade, persino nelle camere da letto. Dall’alto, la Cina sembrava un immenso mosaico di ceramica.

Ma nonostante le ambizioni di Signor Li, il vasellame non poteva essere consumato al ritmo con cui veniva prodotto. La gente si ritrovò presto a nuotare in un mare di ceramica. Case, strade e piazze divennero depositi all’aperto di vasi, piatti e ciotole. La situazione divenne talmente ridicola che la gente iniziò a costruire piccole fortificazioni con il vasellame inutilizzato.

Di fronte a questa sovrapproduzione, Signor Li decise di esportare la sua ceramica. Ma il mondo esterno non sembrava aver bisogno di così tanto vasellame cinese. Nonostante i suoi sforzi, la ceramica iniziò ad accumularsi. Le fornaci continuarono a bruciare, le mani dei ceramisti a lavorare, ma i mercati erano saturi. La ceramica invenduta si accumulava a vista d’occhio.

Infine, la bolla scoppiò. Non letteralmente, ovviamente, ma metaforicamente. L’industria del vasellame, gonfiata a dismisura, collassò su se stessa. Fornaci e laboratori chiusero. Il vasellame invenduto fu abbandonato nelle strade. La Cina, una volta un mare di ceramica, si trasformò in un deserto di vasellame inutilizzato.

Ma, come spesso accade nelle storie più bizzarre, c’è un lato comico in questa tragedia. Perché, alla fine, nonostante la caduta dell’industria del vasellame, la Cina rimase piena di ceramiche. Ogni famiglia aveva un surplus di piatti e ciotole, e ogni città aveva il suo piccolo monte di ceramica. E ogni volta che uno sguardo cadeva su quel monte di ceramica, era difficile non sorridere. Perché, dopo tutto, c’era qualcosa di incredibilmente umano e incredibilmente divertente in tutto questo: la follia dell’ambizione, l’assurdità dell’eccesso, la comicità dell’insuccesso. E, in fondo, forse è proprio questo che rende la storia dell’esplosione del vasellame in Cina così affascinante e memorabile.

La gente Camuna in Italia

Nel cuore dell’Italia, in un’epoca molto lontana, sorgeva una comunità di individui conosciuti come gente Camuna. In un mondo pieno di popoli audaci, greci pensatori, e persiani ambiziosi, i Camuni riuscivano a distinguersi in un modo unico: la loro totale mancanza di caratteristiche distintive.

La gente Camuna era, nel senso più puro della parola, assolutamente comune. Non erano famosi per le loro abilità in guerra, né noti per le loro abilità artistiche o letterarie. Non erano grandi navigatori o inventori ispirati. I Camuni erano soltanto… ordinari. E la loro straordinaria ordinarietà era forse la cosa più straordinaria di loro.

La loro vita quotidiana era altrettanto comune. Si alzavano al sorgere del sole, lavoravano nei campi o nelle officine durante il giorno e si ritiravano nelle loro case semplici ma accoglienti al tramonto. Non erano noti per feste elaborate o riti religiosi complicati. Al contrario, vivevano vite tranquille, senza alcuna pretesa di grandezza o notorietà.

Quando si trattava di abbigliamento, i Camuni preferivano vestiti semplici e funzionali. Non indossavano abiti riccamente decorati o gioielli scintillanti. La maggior parte del tempo, indossavano abiti di lana o di lino, tinti con colori naturali. Non c’era nulla di distintivo o unico nel loro modo di vestire, ma questo era perfettamente in linea con il loro stile di vita ordinario.

I Camuni erano noti per la loro dieta, o meglio, per la sua mancanza di varietà. Non c’erano banchetti opulenti o piatti esotici sulla loro tavola. Preferivano cibi semplici e nutrienti: pane, formaggio, frutta e verdura, e occasionalmente carne o pesce. Come ogni altra cosa nella loro vita, anche il loro cibo era comune.

Ma forse la cosa più divertente dei Camuni era la loro assoluta mancanza di storie eroiche o leggende romantiche. Non c’erano grandi eroi o villani malvagi nella loro storia. Non c’erano miti di origine fantastici o profezie di destinazioni straordinarie. I loro racconti parlavano di contadini, artigiani e mercanti, di raccolti abbondanti e stagioni difficili, di amori semplici e litigi quotidiani. In un mondo pieno di storie grandiose e drammi epici, le storie dei Camuni erano notevoli per la loro normalità.

In tutto ciò, c’era una strana bellezza nella gente Camuna. In un mondo pieno di persone che cercavano di distinguersi, loro si distinguevano proprio per la loro normalità. Non cercavano la gloria o la fama, erano contenti di vivere vite semplici e tranquille. E in un mondo pieno di eccezionalità, questa ordinarietà era forse la cosa più eccezionale di tutte.

Ecco quindi i Camuni, una gente comune in un mondo di straordinarietà. Con la loro ordinarietà, ci ricordano che non tutti devono essere eroi o geni, che la normalità ha il suo posto nel mondo e che, alla fine, la maggior parte di noi è proprio come loro: comune, ordinaria e, in un certo senso, perfetta così com’è.

L’insediamento dei Medi in Iran

Nel vasto mosaico di culture e nazioni dell’antico mondo, i Medi erano un gruppo particolare. Non perché avessero prodezze militari strabilianti, o avessero prodotto capolavori artistici che lasciavano a bocca aperta. No, i Medi erano speciali per la loro assoluta mediocrità. Erano i medi dei medi, il fulcro della normalità, l’epitome dell’ordinarietà. E il loro insediamento nell’antica Persia nel 1500 a.C. non fece altro che confermare questa impressione.

Pensate alla mediocrità e potete vedere i Medi. Non erano particolarmente alti, ma nemmeno troppo bassi. Non erano neppure particolarmente grassi o magri. Loro, in un modo del tutto singolare, riuscivano ad essere… medi. Anche la loro intelligenza era perfettamente centrata sulla media mondiale. Non avevano neanche un Einstein o un Socrate, ma nemmeno un idiota del villaggio. Erano tutti piacevolmente… medi.

E le loro case? Anche qui, tutto nella norma. Costruite con mattoni di argilla cotti al sole, le abitazioni dei Medi erano confortevoli, ma non lussuose. Non erano capanne fatiscenti, ma nemmeno palazzi dorati. Erano solo… case. Anche il loro stile di vita era, beh, medio. Lavoravano nei campi durante il giorno, cucinavano la cena la sera e dormivano di notte. Non avevano né feste sfrenate né meditazioni spirituali. Erano semplicemente… Medi.

Ma non si può parlare dei Medi senza menzionare la loro cucina. Il cibo dei Medi era esattamente come ci si aspetterebbe da un popolo così normale. Non erano ghiotti di spezie esotiche o di cibi prelibati. Preferivano i piatti semplici: grano, lenticchie, qualche pezzo di carne di tanto in tanto. Non c’era nulla di sbagliato nel loro cibo. Era nutriente, soddisfaceva e, soprattutto, era medio.

Forse il tratto più divertente dei Medi era il loro sistema di misurazione. I Medi non usavano nessuna delle complesse unità di misura usate dalle altre culture. Per loro, tutto era medio. Un campo era medio se ci voleva una giornata di lavoro per ararlo. Una casa era media se ci viveva una famiglia. Un pasto era medio se bastava per saziare una persona. Un uomo era alto se era più alto di metà della popolazione e basso se era più basso della metà. Era un sistema straordinariamente pratico, ma anche stranamente… medio.

Era questa mediocrità che faceva dei Medi un popolo così unico. Non c’era niente di particolarmente notevole in loro, eppure, proprio per questo, erano notevoli. L’insediamento dei Medi in Persia non portò rivoluzioni culturali o cambiamenti politici. Non fecero grandi scoperte scientifiche o innovazioni tecnologiche. Ma in un mondo pieno di eroi leggendari e diavoli temuti, c’era qualcosa di rinfrescante in questa ordinaria mediocrità. Era un promemoria che, alla fine, la maggior parte di noi è solo… media.

Il regno degli Hurriti e l’origine del baratto

Il 1500 a.C. vide la nascita di un regno particolare nel Vicino Oriente, noto per il suo entusiasmo senza confini. Questa gente, gli Hurriti, erano noti per la loro strana abitudine di gridare “hip hip urrah” per ogni cosa. Non importava se stavano celebrando una vittoria in guerra o semplicemente applaudendo la vista di un tramonto particolarmente bello, il loro grido di battaglia – o dovremmo dire grido di gioia? – risuonava in tutta la terra.

Il regno degli Hurriti, noto anche come il regno dei Mitanni, aveva una percentuale di mitomani notevolmente alta. Ma chi poteva biasimarli? Se avessimo vissuto in un regno in cui “hip hip urrah” era il normale saluto quotidiano, anche noi potremmo essere tentati di esagerare un po’ le cose.

Il primo re dei Mitanni era un certo Barattarna, un commerciante locale di grande successo. Barattarna era un uomo pratico, e aveva fatto del baratto la sua specialità. Tanto che, in suo onore, il baratto divenne la norma in tutto il regno. Se volevi una mucca, non andavi al mercato con una borsa piena di monete d’oro. No, andavi con una mucca di cioccolato. O forse con un paio di galline ben nutrite. Dipendeva tutto da quello che avevi e da quello che volevi.

E mentre gli Hurriti barattavano e gridavano “hip hip urrah”, fecero una scoperta che avrebbe cambiato la storia: il primo alfabeto completo. Non possiamo che immaginare la loro eccitazione quando realizzarono che ora potevano scrivere “hip hip urrah” invece di doverlo gridare tutto il giorno.

E così, grazie all’entusiasmo incontenibile degli Hurriti, il loro amore per le storie grandiose e il loro commerciante reale dedito al baratto, il 1500 a.C. fu un periodo di grandi cambiamenti nel Vicino Oriente. E tutto questo mentre in sottofondo risuonava un eterno “hip hip urrah” di gioia e festa.