Il Re dei Mitanni Parshatatar

Parshatatar, il re dei Mitanni, è una di quelle figure storiche che è davvero difficile non amare. I suoi giorni erano pieni di politica, guerra, diplomazia e un pizzico di umorismo involontario. Nato intorno al 1460 a.C., Parshatatar si distingueva già per il suo nome, che sembrava una specie di scioglilingua per i suoi contemporanei. “Par-sha-ta-tar”, si allenavano a pronunciare i suoi sudditi, inciampando e ridendo ogni volta che lo facevano.

Il regno dei Mitanni era un potente impero situato nell’attuale Siria e Iraq, tra gli antichi regni di Assiria e Babilonia. Parshatatar salì al trono in un momento particolarmente turbolento, quando i vicini regni stavano cercando di estendere il loro dominio. Ma Parshatatar non era uno a cui piaceva restare in disparte.

La sua strategia di governo era piuttosto unica. Per far fronte alle continue pressioni esterne, decise di unire il suo regno con la diplomazia piuttosto che con la forza. Inviava regali esotici ai re vicini, sperando che rimanessero così stupiti dall’opulenza del suo regno da non desiderare di invaderlo. Un metodo piuttosto astuto, se ci pensate.

Per quanto riguarda l’amministrazione interna, Parshatatar si concentrò su progetti di costruzione e riforme agricole. Secondo le leggende, era particolarmente appassionato di grano. Quando venne a sapere della scarsità di grano in alcune regioni del suo regno, si dice che abbia reagito con orrore. “Che cosa?! Mancanza di grano? Non ci può essere una mancanza di grano!” gridò, mettendo in atto un piano per aumentare la produzione di grano. E da quel giorno in poi, ogni volta che sentiva parlare di grano, i suoi occhi si illuminavano.

Ma la parte più divertente della storia di Parshatatar riguarda la sua morte. Dopo un lungo e prospero regno, Parshatatar morì intorno al 1440 a.C., ma le circostanze della sua morte sono piuttosto curiose. Secondo una versione, morì cadendo da un carro durante una parata. Un’altra versione sostiene che morì dopo aver mangiato troppo grano. Quale sia la verità, rimane un mistero. Ma una cosa è certa: la vita di Parshatatar non fu mai noiosa.

E così, la storia di Parshatatar, il re dei Mitanni, è una di quelle storie piene di risate, colpi di scena e un pizzico di mistero. Ci ricorda che anche le figure storiche più potenti possono avere le loro eccentricità e imperfezioni. E che, a volte, queste eccentricità e imperfezioni possono rendere la loro storia ancora più affascinante e memorabile. Sebbene la sua storia sia ormai sepolta sotto secoli di storia, il ricordo di Parshatatar, il re del grano, vive ancora.

Agum III, l’appiccicoso Re di Babilonia

Nel frattempo, nella vicina Babilonia, saliva al trono Agum III, un sovrano la cui stravaganza divenne leggendaria. Soprannominato “l’appiccicoso”, Agum III era noto per il suo vizio di toccare e abbracciare tutti coloro con cui interagiva, rendendo i suoi interlocutori spesso imbarazzati e scomodi.

Il re aveva l’abitudine di usare un eccessivo quantitativo di gel su tutto il corpo, tanto che la sua pelle risultava perennemente untuosa e scivolosa. Si diceva che i membri della corte facessero a gara per evitare di essere coinvolti nelle sue effusioni appiccicose, inventando scuse e nascondendosi dietro le colonne del palazzo quando lo vedevano arrivare.

Nonostante la sua singolare fissazione, Agum III era un sovrano intelligente e capace, che sapeva usare il suo comportamento stravagante a proprio vantaggio. Ad esempio, durante i negoziati con gli ambasciatori stranieri, il re li abbracciava ripetutamente, facendo leva sull’imbarazzo e sul disagio dei suoi interlocutori per ottenere condizioni più favorevoli nei trattati diplomatici.

Una delle storie più divertenti riguardo Agum III narra di un episodio in cui il re, per celebrare un’importante vittoria militare, organizzò una grande festa a palazzo. Durante la serata, il sovrano ha invitato tutti i presenti a partecipare a un curioso ballo chiamato “la danza dell’appiccicoso”. I partecipanti devono coprirsi di gel e abbracciarsi a ritmo di musica, cercando di rimanere “attaccati” il più a lungo possibile. Si dice che, a dispetto dell’iniziale imbarazzo, la danza divenne presto un’occasione di allegria e divertimento per tutti i presenti.

La morte inaspettata di Agum III

La morte di Agum III, l’appiccicoso Re di Babilonia, avvenne in circostanze tanto bizzarre quanto la sua vita. Un giorno, mentre passava per i giardini del palazzo, il sovrano decise di godersi un momento di relax e di meditazione tra gli alberi e i fiori. Il re non poteva immaginare che questo gesto semplice e innocuo avrebbe segnato la fine della sua stravagante esistenza.

Mentre camminava tra gli alberi, Agum III inciampò su una radice sporgente, provocando una caduta che, in circostanze normali, sarebbe stata del tutto innocua. Tuttavia, a causa dell’abbondante strato di gel che copriva il suo corpo, il sovrano rimase incollato al terreno, incapace di liberarsi dalla sua appiccicosa trappola.

Si racconta che i giardinieri del palazzo, vedendo il loro re in difficoltà, tentarono in tutti i modi di aiutarlo, utilizzando scope, rami e persino pietre per cercare di staccarlo dal suolo. Tuttavia, ogni tentativo si rivelò vano, poiché il gel sembrava aver creato un legame indissolubile tra Agum III e la terra.

Nel frattempo, la notizia della sfortunata situazione del re si diffuse rapidamente tra i cortigiani e i sudditi, che si radunarono intorno al sovrano per offrire il loro sostegno e la loro solidarietà.

Incredibilmente, alcuni tra i presenti riuscirono a trovare il lato comico della situazione, e cominciarono a raccontare barzellette e aneddoti divertenti sulla vita e le stravaganze di Agum III, facendo sorridere il sovrano nonostante la sua tragica condizione.

Purtroppo, nonostante gli sforzi dei suoi sudditi e la sua indomita capacità di trovare il sorriso anche nelle situazioni più difficili, Agum III morì per asfissia, intrappolato nel suo appiccicoso abbraccio con la terra. La sua morte segnò la fine di un’epoca di stravaganza e bizzarria nella storia di Babilonia, ma delle sue eccentricità e del suo singolare senso dell’umorismo continuò a vivere nelle leggende e nelle storie che si ricordarono di generazione in generazione.

Nur-ili e la sua tendenza al ritardo sistematico

Quando si tratta dei Re Assiri , soprattutto di quelli sconosciuti, le notizie in merito latitano non poco, per cui la storia ci consente di lavorare molto di fantasia.

Dopo la morte di Enlil-nasir I°, gli succedette il re Nur-ili, che si distinse per una particolarità altrettanto bizzarra e singolare: la sua tendenza al ritardo sistematico. Questo sovrano era talmente famoso per la sua incapacità di essere puntuale che il suo nome divenne sinonimo di “non c’è mai lì”.

Le cronache dell’epoca raccontano che il ritardo di Nur-ili era diventato una vera e propria leggenda, tanto che i cortigiani e i sudditi avevano imparato a costruire gli eventi e le cerimonie tenendo conto delle sue abitudini. Ad esempio, se un banchetto era previsto per le sette di sera, i cortigiani iniziavano a prepararsi per le cinque, certi che il re sarebbe arrivato con almeno due ore di ritardo.

Nur-ili non si limitava a fare tardi soltanto nelle occasioni mondane, ma anche negli affari di Stato e nelle decisioni politiche.

Si racconta che una volta, durante un’importante riunione con gli ambasciatori stranieri, il re fece attendere i suoi ospiti per così tanto tempo che questi decisero di andarsene e tornare nel loro paese, dando vita a un incidente diplomatico che mise a dura prova le relazioni tra i due regni.

Il ritardo cronico di Nur-ili divenne talmente celebre che iniziò a ispirare tutta una serie di aneddoti e barzellette. Un racconto particolarmente divertente narra che il re aveva fatto costruire un orologio solare gigante nel cortile del palazzo, nella speranza che ciò lo aiutasse a essere più puntuale. Tuttavia, nonostante la sua buona volontà, Nur-ili continuava a fare tardi, e si dice che l’orologio solare servisse più come un monumento alla sua perpetua lentezza che come uno strumento per misurare il tempo.

Nonostante le difficoltà causate dalla sua tendenza al ritardo sistematico, Nur-ili riuscì a governare il suo regno con saggezza e competenza, e i suoi sudditi impararono a convivere con le sue eccentricità. Anzi, alcuni storici sostengono che la pazienza e l’adattabilità mostrate dai sudditi di Nurili nei confronti del loro sovrano fossero alla base di un periodo di stabilità e prosperità per il regno assiro.

Enlil-nasir I° IL RE NASONE

Nel 1480 a.C., l’Assiria era guidata dal re Enlil-nasir I°, un sovrano particolare di cui non si hanno molte notizie, perciò ci siamo dilettati a colmare questo vuoto con la nostra immaginazione e sorriso.

Questo Re passò alla storia soprattutto per una caratteristica fisica piuttosto inusuale: la sua “proboscide”. Si diceva che il suo naso fosse abbastanza pronunciato da far impallidire qualsiasi altro naso della storia. La sua fama di possedere un naso straordinariamente lungo si diffonde in tutto il regno e anche oltre, tanto che alcuni sostengono che la storia di Pinocchio sia stata ispirata proprio dalla leggenda di Enlil-nasir I°.

Non era raro che, durante le cerimonie ufficiali, il re dovesse porre particolare attenzione a non urtare il suo enorme naso contro gli arredi del palazzo o contro i suoi stessi sudditi. Ciò divenne motivo di ilarità e scommesse tra i cortigiani, che si dilettavano a indovinare quante volte il re avrebbe accidentalmente colpito qualcosa con il suo naso durante un evento.

Anche l’arte dell’epoca rifletteva la straordinaria “proboscide” del re. Scultori e pittori si sfidavano a creare ritratti e statue che esaltassero il suo naso in modo esagerato e umoristico. Si racconta che in una celebre statua, il naso di Enlil-nasir I° fosse stato scolpito in modo tale da fungere da scivolo per i bambini della corte.

Le leggende raccontano che il re aveva sviluppato una serie di tecniche per sfruttare al meglio il suo naso inusuale. Ad esempio, durante i banchetti, si diceva che usasse il suo naso come una sorta di “terzo braccio” per afferrare e portare alla bocca i cibi più prelibati. Anche in guerra, si narra che Enlil-nasir I° avesse utilizzato la sua “proboscide” come arma, intimidendo i suoi nemici con la sua singolare presenza sul campo di battaglia.

Nonostante le battute e gli scherzi sulla sua “proboscide”, il re Enlil-nasir I° riuscì a trasformare la sua peculiare caratteristica fisica in un simbolo di forza e di potere. La sua figura, con il naso lungo e maestoso, divenne un emblema di autorità e di saggezza, e ancora oggi la leggenda di Enlil-nasir I° e della sua “proboscide” continua a far sorridere e a stupire chi si avventura nel mondo affascinante e bizzarro della storia dell’Assiria.

HATSHEPSUT: UN INIZIO DIFFICILE

Nell’antico Egitto, per la prima volta nella storia, una donna stava per diventare faraone, conquistando la “quota rosa” nel più patriarcale dei patriarcati.

Cominciamo con la nostra protagonista, una ragazzina di appena dodici anni, in un periodo in cui il termine “infanzia” non aveva lo stesso significato che ha oggi. Diciamo che aveva l’età giusta per sognare di principi e principesse, tranne che, ovviamente, nel suo caso, la principessa era lei e il principe… beh, era suo fratello. Sì, hai sentito bene. Il matrimonio fra fratelli non era insolito nell’antica nobiltà egiziana, soprattutto quando si trattava di conservare il potere all’interno della famiglia.

Il fratellastro in questione, un tipo dall’aspetto non proprio “principesco”, aveva bisogno di lei per poter reclamare il trono. Ma a lei, che era la legittima erede, questa situazione non era per nulla piaciuta. Immagina di dover dare la tua corona di principessa al tuo fratellino fastidioso solo perché è un maschio. Non molto equo, vero?

Dopo la morte del fratellastro, si è ritrovata in una situazione ancora più complicata. Non solo ha dovuto fare la reggente per il figliastro del marito, avuto con la seconda moglie, ma ha anche dovuto sopportare un altro colpo all’orgoglio. Proprio come in una soap opera dell’antichità, si è ritrovata a fare da “babysitter” al figlio del marito avuto con un’altra donna.

Tutto questo non era proprio quello che si aspettava da un regno. Avrebbe dovuto essere lei a governare, a emettere decreti, a indossare il copricapo del faraone e a fare tutte le cose che un faraone dovrebbe fare. Invece, si ritrovava a occuparsi di un ragazzo che non aveva il minimo interesse a rispettarla come reggente.

Eppure, nonostante tutte queste avversità, non ha mai perso di vista il suo obiettivo. Perché sotto quella corona di principessa, c’era una donna determinata, pronta a fare tutto il necessario per ottenere ciò che le spettava di diritto. E anche se il cammino verso il trono non è stato per nulla facile, era pronta a intraprendere questo viaggio, a prescindere dalle umiliazioni e dai sacrifici che avrebbe dovuto sopportare.

La fine misteriosa di Thutmose II

La vita di Thutmose II fu davvero un incredibile carosello di eventi. Non mancarono le prove d’amore, le concubine, le guerre, i figli illegittimi, e, ovviamente, una buona dose di intrighi di corte. Ma come ogni buon libro, anche la vita di Thutmose II ha una fine, ed è qui che le cose diventano davvero interessanti.

Thutmose II morì all’età di trent’anni. Ecco, qui c’è il bello. Nessuno sa veramente cosa sia successo, le fonti storiche a riguardo sono sospettosamente silenziose, alimentando una serie di teorie che farebbero impallidire i più avvincenti romanzi gialli. Alcuni sostengono che fosse un’intossicazione alimentare, forse dovuta a un piatto di scarabei d’oro troppo condito. Altri che una maledizione magica lo abbia colpito, probabilmente invocata da una delle sue tante concubine in segno di vendetta per qualche favoritismo.

E poi c’è la teoria più intrigante di tutte: che la sua morte fosse stata orchestrata da sua moglie, Hatshepsut. Hatshepsut era nota per la sua determinazione e per la sua ambizione, quindi non sarebbe una totale sorpresa se avesse cercato di accelerare il proprio cammino verso il trono. Forse aveva deciso che era stufa di aspettare che Thutmose II finisse di sperimentare con le ricette culinarie, o forse aveva scoperto qualche flirt di troppo con una delle concubine. Insomma, le possibilità sono infinite, e nessuna di esse può essere del tutto esclusa.

Ma la cosa più strana di tutte è che, prima di morire, Thutmose II decise di fare uno scherzo alla moglie. Non si sa esattamente come ci sia riuscito, ma riuscì a nominare il suo figlio illegittimo, chiamato anch’egli Thutmose, come suo erede. Questo fatto causò un gran disordine nella corte reale e portò a una serie di eventi davvero rocamboleschi.

La morte di Thutmose II lasciò un vuoto di potere che fu riempito dalla sua ambita moglie, Hatshepsut, che divenne faraona regnante. Ma quella è un’altra storia, altrettanto avvincente e piena di colpi di scena.

E quindi, così si conclude la straordinaria e misteriosa vita di Thutmose II. Una vita che, nonostante la sua brevità, è stata piena di eventi, emozioni e intrighi che ancora oggi affascinano e incuriosiscono storici e lettori.

ASET LA CONCUBINA DEL FARAONE

La vita della concubina Aset era come una sorta di telenovela antica, ma senza il lusso degli spot pubblicitari per fare una pausa. Diventare la donna di Thutmose II e poi dare alla luce il futuro erede al trono non era una cosa da poco, specialmente quando si teneva conto dell’ambiente competitivo e talvolta pericoloso della corte del faraone.

Aset era una donna di straordinaria bellezza, con un fascino irresistibile che sapeva usare al meglio. Non era solo la sua bellezza fisica a catturare l’attenzione del faraone, ma anche la sua intelligenza acuta e la sua astuzia. Era la combinazione perfetta di bellezza e cervello, una miscela potente che la rendeva irresistibile agli occhi di Thutmose II.

Il loro figlio, il piccolo Thutmose III, nacque sotto il segno dell’aquila, il simbolo di forza e coraggio. Nonostante fosse figlio di una concubina, era destinato a diventare il faraone più potente dell’Egitto. Crescendo tra le mura del palazzo, Thutmose III dimostrò un precoce spirito di leader, ereditando l’astuzia di sua madre e la forza di volontà di suo padre.

La notizia della nascita di un erede al trono non fu accolta con grande entusiasmo da tutti alla corte. La regina Hatshepsut, in particolare, non era affatto contenta. L’erede al trono avrebbe dovuto essere il suo figlio, nato da lei e Thutmose II. Ma invece, il piccolo Thutmose III, figlio di una concubina, aveva preso il suo posto. Hatshepsut non era una donna da accettare facilmente un’ingiustizia, e la nascita di Thutmose III era l’inizio di una serie di eventi tumultuosi che avrebbero segnato il regno di Thutmose II.

La vita di Aset, quindi, non era solo fatta di piaceri regali e lussi. C’era una tensione palpabile nell’aria, un senso di pericolo che si aggirava come un coccodrillo nel Nilo. Aset era una madre protettiva, e avrebbe fatto qualsiasi cosa per garantire la sicurezza e il successo del suo unico figlio.

Nel frattempo, il piccolo Thutmose III crebbe sotto l’ala protettiva di sua madre, imparando le complessità della politica di corte, i sottili giochi di potere e le strategie di sopravvivenza. E mentre la vita di corte si svolgeva con il suo solito ritmo frenetico, Thutmose III si preparava silenziosamente per il giorno in cui sarebbe salito al trono, sotto l’occhio attento di sua madre, la sagace e bellissima Aset.

THUTHMOSE II: Il potere delle donne

Nella corte di Thutmose II, le donne erano una forza con cui fare i conti. E tra queste donne, Hatshepsut e Aset regnavano sovrane.

Hatshepsut, la moglie ufficiale di Thutmose II, aveva un potere politico che sarebbe stato invidiato da molti uomini. Si diceva che fosse lei a detenere il vero controllo sulla corte, mentre Thutmose II era più un faraone nominale che un vero monarca. Aveva una presenza imponente e una personalità che poteva mettere a tacere una stanza piena di cortigiani.

Ma il potere di Hatshepsut non derivava solo dalla sua posizione di moglie del faraone. Era anche una donna molto astuta e determinata, con un’abilità innata per la manipolazione politica. Sapeva come ottenere ciò che voleva, e non aveva paura di usare ogni mezzo a sua disposizione per farlo.

Dall’altro lato, c’era Aset, la concubina di Thutmose II. Non aveva il potere politico di Hatshepsut, ma aveva qualcosa che la moglie del faraone non aveva: l’amore incondizionato di Thutmose II. Era la donna che lui sceglieva non per dovere o per convenienza, ma per desiderio e affetto. E questo la rendeva in qualche modo più potente di Hatshepsut.

Aset aveva anche un altro vantaggio: era la madre del futuro erede al trono. Questo le dava un’influenza significativa su Thutmose II, che voleva che il suo figlio avesse la migliore istruzione e preparazione possibile per il futuro ruolo di faraone.

Ma se c’è una cosa che entrambe le donne avevano in comune, era l’abilità di giocare il gioco della politica di corte. Entrambe sapevano come usare il loro fascino e la loro astuzia per ottenere ciò che volevano, e non erano estranee alla crudeltà e alla spietatezza che erano spesso necessarie in tale ambiente.

Così, mentre Thutmose II cercava di destreggiarsi tra le sue responsabilità di faraone e i suoi desideri personali, Hatshepsut e Aset continuavano a esercitare il loro potere e la loro influenza, plasmando la corte e l’Egitto secondo i loro desideri. E mentre lo facevano, dimostravano che il potere non era solo una questione di titoli e posizioni, ma anche di intelligenza, astuzia e determinazione.

THUTMOSE II: Intrighi e sospetti nel palazzo

Se pensate che la vita nei palazzi del faraone sia fatta solo di pigri pomeriggi al sole, banchetti sontuosi e lunghe passeggiate lungo il Nilo, siete molto lontani dal vero. I palazzi del faraone erano più simili a un nido di vipere, con intrighi a ogni angolo e la costante paura di un morso velenoso.

Thutmose II, in particolare, aveva una vita da faraone complicata, piena di complotti di palazzo, alleanze fragili e nemici nascosti. Ogni giornata era una partita a scacchi, e lui era il re in un tabellone pieno di regine. Doveva fare i conti con ambiziosi cortigiani, fedeli servitori con lealtà vacillanti e, naturalmente, la sua indomabile moglie Hatshepsut, che considerava il regno come il suo personale giardino.

E poi c’erano le donne del faraone, un gruppo di figure potenti e manipolatrici che si muovevano tra le ombre, intrecciando trame e complotti con la stessa facilità con cui si tessevano i tappeti. Queste donne erano abili, furbe e ciniche, e avevano un talento naturale per l’arte della manipolazione politica. E anche se potrebbero non essere sicure della loro bellezza, non tutte le mummie sono uguali, dopo tutto, non c’è dubbio sulla loro intelligenza e determinazione.

Ma Thutmose II non era solo un faraone preoccupato. Aveva anche una particolare morale che rendeva la sua vita ancora più complicata. Nonostante fosse sposato con Hatshepsut, si rifiutava di consumare il matrimonio, una scelta audace considerando la sua posizione. Alcuni dicono che aveva una sorta di rispetto fraterno per lei, mentre i maldicenti sostengono che lui ci provasse, ma era sempre respinto.

E così, mentre il palazzo del faraone era pieno di intrighi e sospetti, Thutmose II cercava conforto altrove. Trovò una concubina di nome Aset, con cui non aveva problemi a sdraiarsi, e con la quale ebbe il suo futuro erede al trono. Questa notizia non fece certo piacere a Hatshepsut, ma, come si suol dire, a palazzo le sorprese erano all’ordine del giorno.

Nel frattempo, Thutmose II, nonostante il suo aspetto gracile e i vari acciacchi, era costretto a partecipare a spedizioni militari. In parte, queste erano un modo per allontanarsi dal suo tumultuoso palazzo, e in parte, erano un modo per Hatshepsut di avere il palazzo tutto per sé. Quindi, mentre lui lottava sul campo di battaglia, lei regnava a casa. E così, nel palazzo del faraone, la vita continuava, un intricato gioco di potere, intrighi e sospetti, un dramma degno delle migliori telenovele. E forse, proprio come nelle telenovele, non si può mai prevedere cosa accadrà nel prossimo episodio.

UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA CON HATSHEPSUT

Large Kneeling Statue of Hatshepsut More: Original public domain image from The MET

Nel tumultuoso mondo della regalità egiziana, se c’è qualcosa che trionfa sull’amore, è la convenienza politica. Ecco come Thutmose II, che ancora cercava di capire come si mette un nastro nei sandali, finì per sposare la sua potente sorellastra, Hatshepsut. Non si tratta di un normale matrimonio fraterno,  pensate a due tigri nel medesimo recinto, con la sola differenza che entrambe vogliono la corona che si trova al centro.

Hatshepsut, per inciso, non era una qualsiasi figlia di faraone. Era un’autentica tigre del Nilo, capace di soffiare via la sabbia del deserto con un solo soffio. Alta come una palma, con occhi penetranti come i raggi del sole egiziano, era una presenza ineludibile. Una donna che comandava la stanza semplicemente entrandoci.

E poi c’era Thutmose II, un giovane faraone dal fascino discutibile, sebbene egli preferisse definirlo “carisma insolito”. Impegnato a mettere in mostra il suo petto fluttuante nei costumi del fiume, era visto più come un animale domestico esotico che come un regnante. Alcuni sospettano che fosse in realtà lui a essere ammaliato dalla forza di Hatshepsut, piuttosto che il contrario.

Alla fine, però, si sposarono. Per la cronaca, non ci furono ostacoli all’altare, a meno che non consideriate ostacolo il fatto che la sposa fosse l’erede legittima al trono e il futuro faraone avesse lo spessore di un papiro. Alcuni direbbero che era un matrimonio combinato. Altri, che era una partita di scacchi in cui entrambi i giocatori erano convinti di avere la vittoria in pugno.

Il matrimonio, invero, era un affare piuttosto intricato. Nonostante le affermazioni dei moralisti del tempo, si sospettava che Thutmose II avesse problemi a “sdraiarsi con la moglie”, un problema piuttosto imbarazzante per un faraone, se mi passate l’eufemismo. Mentre alcuni dicono che il suo senso morale glielo impediva, altri maldicenti suggeriscono che, in realtà, Hatshepsut fosse un’opponente troppo formidabile anche in quel contesto.

Il loro matrimonio sembrava più una partita di calcio senza un pallone, piena di sguardi severi e discussioni accese sulla chiave per la stanza del tesoro. Eppure, nonostante tutto, tra complotti di palazzo, pettegolezzi di corte e la costante lotta per il potere, Thutmose II e Hatshepsut riuscirono a mantenere un equilibrio precario. Perché, in fondo, l’antico Egitto non è molto diverso da una moderna soap opera, dove le lotte per il potere, i drammi familiari e l’amore non corrisposto sono all’ordine del giorno. E, onestamente, chi potrebbe resistere a un intrigo del genere?