ZABIBE, LA REGINA CHE COMPRÒ LA PACE A DORSO DI CAMMELLO

Ovvero, come sopravvivere all’Impero assiro senza dover necessariamente finire infilzati su una lancia.

Nell’VIII secolo a.C., quando il Medio Oriente somigliava a una riunione condominiale nella quale tutti pretendevano di occupare il pianerottolo altrui, l’Impero assiro aveva raggiunto una conclusione piuttosto semplice: il mondo sarebbe stato un posto meraviglioso se fosse appartenuto interamente agli Assiri. E se qualcuno non era d’accordo, esistevano sempre gli arieti da assedio per convincerlo.

In questo clima di cordiale prepotenza internazionale viveva Zabibe, una regina araba della quale sappiamo pochissimo, ma quel poco basta a renderla interessante. Il suo nome compare nelle iscrizioni di Tiglatpileser III, sovrano assiro dal 745 al 727 a.C., un uomo che considerava la conquista di nuovi territori una normale attività amministrativa, pressappoco come oggi si considera il rinnovo della patente, con la differenza che lui, invece di presentare una fotografia, presentava un esercito.

Zabibe governava popolazioni arabe delle regioni desertiche, in un mondo fatto di oasi, carovane, allevamenti e commerci. Non sappiamo se fosse una regina guerriera, né conosciamo l’esatta estensione del suo potere. Sappiamo però che era riconosciuta come sovrana, circostanza già notevole in un’epoca nella quale molti uomini ritenevano che una donna dovesse occuparsi soprattutto della casa, possibilmente senza esprimere opinioni sulla politica estera.

Zabibe, evidentemente, non aveva ricevuto la circolare.

Il deserto aveva una ricchezza particolarmente preziosa: i dromedari. Animali straordinari, capaci di percorrere grandi distanze, sopportare condizioni proibitive e consumare meno acqua di un funzionario pubblico durante una giornata di sciopero. Erano una sorta di autotreni biologici dotati di gobba, zampe e pessimo carattere. Non pagavano pedaggi, non avevano bisogno di benzina e soprattutto non rischiavano multe per eccesso di velocità.

Il problema era che anche Tiglatpileser aveva compreso l’importanza delle ricchezze altrui, soprattutto quando potevano diventare sue senza eccessive complicazioni.

Il sovrano assiro praticava infatti una diplomazia particolarmente efficace, fondata su una domanda semplicissima: «Preferisci consegnarmi un tributo oppure preferisci che venga personalmente a riscuoterlo?». Era una proposta commerciale difficile da rifiutare, soprattutto perché la seconda opzione comprendeva saccheggi, deportazioni e incendi, senza possibilità di recesso entro quattordici giorni.

Nel 738 a.C. Zabibe compare fra i sovrani che versarono tributi al re assiro. Le iscrizioni ricordano un ricco assortimento di beni, tra cui metalli preziosi, tessuti e cammelli. Non sappiamo esattamente quali fossero quelli consegnati dalla regina, ma è ragionevole pensare che le risorse delle popolazioni arabe fossero particolarmente apprezzate.

Ed è qui che Zabibe entra nella storia, non attraverso una battaglia memorabile, una congiura di palazzo o una romantica fuga con un principe straniero, ma tramite quello che assomiglia terribilmente a un registro delle entrate fiscali.

Un destino abbastanza curioso per una sovrana. Si può trascorrere un’intera esistenza a governare tribù, risolvere controversie e amministrare territori, e poi essere ricordati per tremila anni perché qualcuno ha annotato che si è pagato il dovuto.

È come se di Giulio Cesare fosse sopravvissuta soltanto una ricevuta per l’acquisto di un paio di sandali.

Tuttavia, proprio quel tributo potrebbe raccontare qualcosa dell’intelligenza politica di Zabibe. Non sappiamo se si trattasse di una sottomissione imposta o di un accordo diplomatico, ma una sovrana del deserto poteva avere ottime ragioni per preferire la trattativa a uno scontro diretto con la macchina militare assira.

Perché bisogna essere sinceri: affrontare Tiglatpileser in campo aperto poteva risultare un’esperienza breve e poco salutare. Gli Assiri disponevano di soldati addestrati, arcieri, carri e macchine d’assedio. Erano l’equivalente antico di un vicino di casa che, per discutere della siepe sul confine, si presentasse accompagnato da una divisione corazzata.

Zabibe potrebbe aver compreso che per salvare un regno non era indispensabile vincere una guerra. Talvolta bastava evitare di combatterla, soprattutto contro un avversario che aveva trasformato la distruzione delle città in una competenza professionale.

Non tutte le regine arabe seguirono la medesima strada. Qualche tempo dopo, un’altra sovrana di nome Samsi entrò in conflitto con Tiglatpileser e subì una pesante sconfitta. Gli Assiri si vantarono di aver catturato enormi quantità di animali, cammelli compresi.

L’impressione è che Tiglatpileser avesse una particolare predilezione per i cammelli degli altri. Quando riceveva tributi, li incamerava. Quando vinceva battaglie, li sequestrava. Se fosse vissuto ai nostri giorni, probabilmente avrebbe fondato una società di trasporti internazionali, con sede in Mesopotamia e condizioni contrattuali scritte direttamente sulla punta di una lancia.

Rimane però un elemento fondamentale: Zabibe appartiene a quella serie di donne che esercitarono un autentico ruolo politico presso alcune popolazioni arabe. Non semplici mogli di sovrani o figure decorative da sistemare accanto al trono nelle occasioni ufficiali, ma regine riconosciute anche dai potenti vicini assiri.

E non era poco, considerando che gli Assiri non erano propriamente famosi per distribuire complimenti gratuiti agli stranieri.

Di Zabibe ignoriamo quasi tutto: il volto, l’età, il carattere e persino come terminò il suo regno. Non sappiamo se attraversasse il deserto a dorso di cammello o se avesse l’abitudine di fulminare con uno sguardo i consiglieri incapaci. Quest’ultima possibilità, pur non documentata, rimane umanamente plausibile, perché i consiglieri incapaci sembrano accompagnare il potere fin dalla sua invenzione.

Eppure questa regina dimenticata offre una lezione sorprendentemente moderna. Il potere non si misura soltanto dal numero di nemici sconfitti o di città incendiate, ma anche dalla capacità di conservare ciò che si governa. Una vittoria militare può regalare gloria e monumenti, mentre una buona trattativa spesso produce soltanto il risultato assai meno spettacolare di lasciare la popolazione viva.

Il che, per la popolazione interessata, costituisce generalmente un vantaggio non trascurabile.

Ed ecco la più bella ironia della vicenda: Tiglatpileser fece incidere le proprie conquiste per essere ricordato in eterno, ma senza volerlo regalò l’immortalità anche a una donna del deserto.

Una regina che forse aveva compreso una verità fondamentale della politica: quando arriva un prepotente accompagnato da un esercito, non sempre è necessario dimostrargli di avere ragione. A volte basta offrirgli qualche cammello, augurargli buon viaggio e sperare che abbia un altro appuntamento.

Del resto, perdere qualche cammello può essere spiacevole, ma perdere il regno con tutti i cammelli dentro è decisamente peggio.

E se questa non è saggezza politica, è quantomeno un eccellente sistema per evitare il fallimento dell’azienda di famiglia.

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