
il re che vinse una guerra per interposta persona
Nella Bibbia c’è chi divide il mare, chi abbatte giganti e chi costruisce templi. Poi c’è Toi, re di Hamath, che in due versetti riesce a non fare assolutamente nulla di persona. Un uomo che aveva capito tutto: la storia è un palcoscenico, ma nessuno ti obbliga a salirci.
Toi aveva un problema, e il problema si chiamava Hadadezer di Zoba. Un vicino di quelli che parcheggiano i carri da guerra nel tuo cortile e poi ti chiedono se hai qualcosa in contrario. Toi lo sopportava come si sopporta un trapano la domenica mattina: con rassegnazione e fantasie di vendetta.
Poi, un giorno, il miracolo. Dal sud arriva Davide, e a Hadadezer succede quello che succede a un castello di sabbia quando arriva l’onda. Toi, dal suo palazzo sull’Oronte, riceve la notizia con la serenità di chi vede il condomino molesto trasferirsi in un altro stato, portandosi via anche il trapano.
Che fa un grande statista in questi casi? Si alza, indossa l’armatura e corre a stringere la mano al vincitore? No. Manda il figlio. Con un carico di vasi d’oro, d’argento e di bronzo, cioè l’intero podio olimpico consegnato in blocco, perché nel dubbio è meglio premiare tutte le posizioni. Il messaggio sotto la carta regalo era chiarissimo: “Complimenti per la vittoria. Siamo amici. Non venire a vincere anche qui.”
Il figlio, peraltro, è un caso a sé. Nel libro di Samuele si chiama Joram, nome devoto al Dio d’Israele; nelle Cronache si chiama Hadoram, nome devoto al dio della tempesta siriano. Stesso ragazzo, stessa missione, due nomi. Un principe con la doppia SIM, capace di cambiare santo patrono a seconda della rete disponibile.
E Davide? Ringrazia, ammira i vasi e li consacra immediatamente al Signore. In pratica li riregala, con la naturalezza di chi gira il panettone ricevuto dal collega alla zia di Natale. Toi aveva tirato fuori il servizio buono, quello delle grandi occasioni, e lo vide sparire in un tempio altrui. La diplomazia ha i suoi prezzi, e a volte li paga in bronzo.
Tremila anni dopo, gli archeologi hanno deciso di dare a Toi la visibilità che lui aveva sempre accuratamente evitato. Ad Aleppo è spuntata un’iscrizione: “Io sono Taita, l’Eroe, re di Palistin.” Taita, Toi. Toi, Taita. Se si pronuncia in fretta, con un po’ di fede e un leggero raffreddore, sembrano quasi la stessa persona. Metà degli studiosi applaude, l’altra metà alza un sopracciglio grande come una stele. Toi, fedele a se stesso, non si presenta a nessuna delle due conferenze.
Il colpo di scena finale, però, è da commedia degli equivoci. Palistin, secondo alcuni, sarebbe legato ai Popoli del Mare, i parenti dei Filistei. Se così fosse, Davide avrebbe passato la gioventù a tirare sassi ai Filistei del sud e la maturità a ricevere vasi d’oro da quelli del nord. Come scoprire che il tuo nuovo migliore amico è il cugino di Golia, e decidere saggiamente di non approfondire.
Toi di Hamath non ha conquistato nulla, non ha profetizzato nulla, non ha nemmeno parlato. Eppure ha ottenuto tutto: un nemico sconfitto, un alleato potente e un posto nelle Scritture. Un campione olimpico della delega, medaglia d’oro nel lasciar lavorare gli altri.
Alcuni re entrano nella storia a cavallo. Lui ci è entrato per posta.