
Gudea costruiva templi agli dèi e poi ci sistemava le proprie statue. Un gesto devoto, certo, ma anche una soluzione brillante al problema della visibilità: il proprietario del tempio era una divinità, la faccia in esposizione rimaneva la sua. Noi lasciamo un biglietto da visita. Lui, con una certa previdenza, lasciava un intero governante di pietra.
Siamo a Lagash, nella Mesopotamia del XXII secolo a.C. circa. Di Gudea sono note oltre trenta statue intere o frammentarie e più di duemilaquattrocento iscrizioni che ne menzionano il nome. Non sappiamo quante opere avesse fatto realizzare in tutto, ma già il campione conservato suggerisce che il rischio di passare inosservato fosse stato affrontato con serietà.
Le statue lo mostrano seduto o in piedi, con le mani raccolte in atteggiamento di preghiera. Compostezza perfetta. Una posa molto più duratura di quella da inaugurazione, quando dopo venti minuti il sorriso comincia a chiedere soccorso. La diorite, usata per diversi esemplari, offriva inoltre un vantaggio: il ritratto ufficiale sopportava i secoli meglio di qualunque manifesto sotto la pioggia.
Nella celebre statua del Louvre detta Architetto con la pianta, Gudea ha sulle ginocchia una tavoletta con un disegno, una riga graduata e uno strumento scrittorio. L’immagine lo associa alla costruzione; non dimostra che abbia calcolato personalmente ogni muro. Già allora, dunque, comparire nella fotografia del progetto era una faccenda distinta dal dover risolvere il punto in cui due pareti non combaciano.
I cilindri celebrativi raccontano anche il sogno nel quale Ningirsu gli affida il proprio tempio. Il testo intreccia religione e autorità, non è il verbale di un sopralluogo. Resta una situazione notevole: c’è chi al risveglio deve soltanto rifare il letto, mentre a Gudea il racconto assegna un intero cantiere. Come inizio di giornata, richiedeva una colazione robusta.
Per costruire servivano legname, pietre e materiali provenienti anche da lontano. La devozione poteva essere locale; la lista delle forniture aveva orizzonti assai più vasti. Un buon promemoria per chiunque si entusiasmi davanti a un progetto monumentale: perfino quando il committente è celeste, il materiale deve arrivare da qualche parte. E continua a pesare.
Una dedica collega la statua di Gudea alle sue opere e a un augurio di lunga vita. La statua, a giudicare dalla sopravvivenza, ha preso l’incarico molto sul serio. Il governante aveva affidato alla pietra una presenza che il corpo non poteva garantire: mani giunte, veste in ordine e nessuna necessità di chiedere una sedia dopo la cerimonia.
Il tempio celebrava il dio, la scultura ricordava il principe. Un equilibrio finissimo fra devozione e riconoscibilità. Noi speriamo di restare nella memoria di chi ci incontra. Gudea aveva organizzato le cose in modo che, entrando in un santuario, ci fossero buone possibilità di incontrare di nuovo lui.
Fonti storiche: Cleveland Museum of Art · Testa di Gudea, 1963.680; The Metropolitan Museum of Art · Statua votiva di Gudea, 59.2; Musée du Louvre · Gudea, Architetto con la pianta, AO 2; Musée du Louvre · Cilindro A di Gudea, MNB 1512. Ispirato alla scheda su Gudea di La Rotta dei Millenni. Paragoni e iperboli sono umoristici; l’illustrazione è una ricostruzione artistica immaginaria.