IMHOTEP: IL MULTITASKER CHE INVENTÒ LA PIRAMIDE E IL MAL DI SCHIENA

Ci sono figure storiche che si fanno notare per un’impresa sola, tipo Guglielmo Tell che tirò una freccia a una mela e da lì in poi visse di rendita tra mele, leggende e gadget da bancarella. Poi c’è Imhotep, che nel 2650 a.C. decise di non accontentarsi e di lasciare il segno in almeno tre o quattro campi, perché a quanto pare dormire otto ore a notte non era ancora di moda. Architetto, medico e visir del faraone Djoser, Imhotep è ciò che oggi definiremmo “un curriculum che ti fa sentire un fallimento anche se hai appena imparato ad avvitare una mensola IKEA senza piangere”.

Siamo nell’Antico Egitto, un’epoca dove ogni tanto qualcuno inciampava in una divinità, il sole era considerato una persona piuttosto insistente, e costruire monumenti era lo sport nazionale, un po’ come oggi l’happy hour. Djoser, faraone con un certo gusto per l’architettura alternativa, decide che per la sua tomba non vuole la solita mastaba di fango e nostalgia, ma qualcosa che faccia dire “wow” anche ai posteri. Entra in scena Imhotep, che probabilmente stava già costruendo un acquedotto, curando una diarrea cronica e scrivendo un trattato di anatomia, quando venne chiamato per una “piccola commissione”.

Imhotep guarda la mastaba, poi guarda il cielo, poi guarda il progetto e dice: “E se ne mettessimo sei, una sopra l’altra?” Gli altri lo guardano in silenzio, qualcuno inizia a piangere, un sacerdote svenne e un capomastro propone di costruirla tutta in sabbia pressata per risparmiare sui materiali. Ma Imhotep non si scoraggia, tira fuori il suo papiro da disegno, schizza una roba geometrica che neanche Escher nei suoi giorni migliori, e così nasce la piramide a gradoni di Saqqara, la prima della storia. Prima di lei c’erano solo cumuli dignitosi, dopo di lei l’Egitto entrerà in un trip da “quanto possiamo farle alte prima che ci serva l’ascensore?”

Mentre gli operai spingono blocchi di pietra pesanti come una zia che si è seduta sul divano e non si vuole più alzare, Imhotep gira per il cantiere con la tranquillità di chi sa di stare facendo qualcosa che durerà millenni, oppure di chi ha assunto l’equivalente egizio della valeriana. Ma non è solo pietra e calce (o meglio, fango e magia): Imhotep è anche medico, e non di quelli che ti guardano un’unghia incarnita e ti dicono di bere più acqua. No, lui scrive trattati, sperimenta, e pare sia stato il primo a capire che forse aprire il corpo umano per capirci qualcosa non era un’idea del tutto malsana – se fatta con grazia e senza farsi prendere troppo dall’entusiasmo.

E come se non bastasse, quando Djoser aveva il mal di testa, il mal di potere o il mal di suocera (probabilmente tutte e tre le cose), chi andava a risolvere la questione? Esatto, Imhotep. Perché essere visir significava dover rispondere a domande difficili tipo “quanto grano abbiamo immagazzinato?”, “che faccia faccio con i delegati della Nubia?” e “perché Ra mi guarda storto?” Insomma, Imhotep era un po’ il pronto soccorso, il ministro delle infrastrutture e l’oracolo del villaggio tutto in uno. Se oggi ci provi, ti licenziano per abuso di multitasking e ti consigliano una pausa digitale. Lui, invece, venne divinizzato.

Sì, perché col tempo la gente iniziò a dire: “Questo non può essere un essere umano, è troppo bravo, sicuramente è un dio o un’entità soprannaturale con ottime competenze in Excel.” E così Imhotep passò da “persona che fa tutto” a “divinità ufficiale”. Nacquero templi in suo onore, offerte, preghiere, e probabilmente almeno una marca di unguenti miracolosi con la sua faccia in etichetta. Se il marketing fosse esistito nell’Antico Egitto, avremmo avuto la “Pomata Imhotep: cura le piaghe e progetta templi al contempo!”

In un’epoca in cui il massimo della carriera era costruire una tomba che non crollasse prima della morte del proprietario, Imhotep si ritrovò immortale. E non solo nella memoria: i Greci lo associarono ad Asclepio, il dio della medicina, e lo citarono come un esempio di saggezza, sapienza e totale mancanza di tempo libero.

Oggi, mentre noi ci lamentiamo perché il mouse non funziona o perché Zoom si blocca durante una riunione, possiamo guardare alla figura di Imhotep e pensare: “Almeno non devo costruire una piramide prima di pranzo.” E magari, in suo onore, possiamo finalmente montare quella mensola IKEA senza invocare divinità egizie a caso.

Imhotep, in fondo, è la dimostrazione che con un po’ di ingegno, tanta pazienza e una straordinaria tolleranza allo stress, puoi passare da “quel tipo strano con troppe passioni” a “divinità pluriusata per almeno tremila anni”. Un esempio per tutti noi. Ma anche, diciamocelo, un po’ un rompiscatole per chi deve reggere il confronto.

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